sabato 28 febbraio 2009

NWO - Gli Illuminati e la Nobiltà NERA

venerdì 27 febbraio 2009

“Gli ogm colpiscono la nostra libertà”. Intervista a Percy Schmeiser


Percy Schmeiser è un contadino canadese che un bel giorno, dopo essersi accorto che le proprie coltivazioni di Colza erano state contaminate dal Round-Up Ready Canola, si è poi trovato a dover fronteggiare anche un'azione legale della Monsanto, detentrice del brevetto, con l'accusa di utilizzare un prodotto senza pagarne i diritti.
Schmeiser è un agricoltore di Bruno, Saskatchewan, Canada, una persona mite come sono spesso, loro malgrado, gli eroi. Prima di accorgersi della contaminazione, per esempio, non aveva certo le idee così chiare sugli ogm e sulle conseguenze a cui sarebbe andato incontro.
"La gente non sa neppure che il governo aveva concesso l'autorizzazione alla coltivazione - ci ha detto - ecco perché è stato una sorpresa scoprire la contaminazione e l'accusa dalla Monsanto"."Con mia moglie eravamo riusciti ad ottenere, in 50 anni di duro lavoro, una particolare varietà di colza e all'improvviso tutti i nostri sforzi sono andati distrutti," ha spiegato.
Oggi il contadino di Bruno non nutre più alcun dubbio sui danni alla salute e l'impatto sulle tecniche agricole che gli ogm provocano."Una volta introdotte le culture transgeniche - puntualizza - non c'è più spazio per coesistenza o biodiversità, con conseguenze devastanti sull'ambiente". Tutto diventa ogm, non hai più possibilità di scelta, non puoi certo accusare il vento che soffia sulle sementi".
Un altro aspetto importante che Percy Schmeiser ha sottolineato nel corso della nostra conversazione è il controllo esercitato dalle multinazionali, attraverso gli ogm, sul lavoro degli agricoltori e sulla produzione degli alimenti. "Gli ogm non sono mai stati realizzati allo scopo di ottenere un maggior rendimento - ci spiega -, in quanto tali le imprese produttrici hanno sempre dichiarato di difendere la propria posizione. I semi ogm hanno bisogno di un maggior utilizzo di prodotti chimici e devono essere acquistati ogni anno. Ecco le multinazionali creano un meccanismo tale per cui gli agricoltori sono costretti a rifornirsi esclusivamente da loro, garantendo ogni anno un fatturato sempre maggiore".
Anche l'aspetto legato alle conseguenze sulla salute è un argomento che trova Schmeiser molto preparato. "Le ricerche svolte sulla bio-resistenza rivelano come il proliferare di nuovi batteri nel cibo prodotto con ogm, con conseguenze gravi sulla salubrità del cibo. Inoltre, il fatto che si utilizzi quantità di sostanze di sintesi maggiori, può rendere gli alimenti ogm ancora più pericolosi per la salute umana ".
Dal 2000 e Lousie Percy Schmeiser sono stati invitati - da governi, università e associazioni - a portare la propria testimonianza in molti paesi di tutto il mondo, la maggior parte in Europa, ma in Africa, Sud America, America Centrale e Asia. "Ho visitato probabilmente 50 o 60 nazioni negli ultimi anni. Il mio obiettivo è quello di portare consapevolezza sulle conseguenze dell'introduzione di ogm. Ora che la mia vicenda giudiziaria si è conclusa, con mia moglie sosteniamo la battaglia degli agricoltori che si trovano nella stessa situazione in cui eravamo noi, non solo in Canada ma in tutto il mondo".
"La conclusione della mia vicenda con Monsanto - risoltasi con un risarcimento extra giudiziario da parte della Monsanto per tutti i danni provocati dalla contaminazione del Roundup Ready - è stata una grande vittoria non solo per noi stessi, perché rappresenta fondamentalmente un punto di partenza per una vittoria per gli agricoltori di tutto il mondo. E' stato creato un precedente in cui è stato dimostrato che queste aziende sono la causa e quindi responsabili per i danni della contaminazione. Le multinazionali dovrebbero riconoscere di non essere in grado di gestire le conseguenze".
Una lotta contro le multinazionali è possibile, sostiene Schmeiser. "Solo per fare un esempio, quando la Monsanto ha voluto introdurre quattro nuovi ogm in Canada c'è stata una tale mobilitazione che il governo non ha concesso l'autorizzazione. Per tredici anni non abbiamo avuto nuovi ogm, per cui credo sia stato un grande successo considerando il danno causato dalla loro introduzione nel 1996. Per questo credo che se in Canada siamo riusciti a vincere la battaglia non vi è alcun motivo per cui gli ogm dovrebbero essere introdotto in paesi come l'Italia dove non sono presenti".
"Sono già stato in Italia e ho potuto vedere la grande varietà di prodotti alimentari, di frutta e prodotti agricoli che avete nel vostro Paese. Odio immaginare che tutto questo possa venir distrutto da un'eventuale contaminazione. Gli ogm potrebbero addirittura distruggere l'agricoltura biologica. Con l'introduzione di coltivazioni transgeniche non sarebbe più possibile avere agricoltori biologici, e questo credo sia un rischio tale per cui il settore agricolo dovrebbe trarre le conseguenze più appropriate".
"Non veniamo a raccontare quello che gli Italiani devono fare,"avverte in conclusione. "Veniamo semplicemente per raccontarvi quello che è accaduto a noi agricoltori canadesi e cosa significhi distruggere un patrimonio di biodiversità, in una notte, solo perché una società vuole aumentare i propri profitti".
Gli incontri italiani con i Louise e Percy Schmeiser.
Fonte tratta dal sito .

giovedì 26 febbraio 2009

LA PIU' GRANDE ONDATA DI SUICIDI MAI AVVENUTA NELLA STORIA


Il numero di agricoltori che si sono suicidati in India tra il 1997 e il 2007 ha raggiunto ora le 182.936 unità. Quasi i due terzi di questi suicidi si sono verificati in cinque stati (l’India è composta da 28 Stati e da sette Unioni territoriali). Questi 5 grandi stati, Maharashtre, Karnataka, Andhra Pradesh, Madya e Chattisgarh, rappresentano circa un terzo della popolazione dell’intero Paese e i due terzi dei contadini suicidi. In questi stati l’indice di suicidi tra gli agricoltori è molto più alto di quello rilevato in altre fasce sociali. I suicidi di questo tipo stanno aumentando anche in altri stati del Paese.
E’ significativo notare che il numero di contadini che si tolgono la vita è in aumento anche se il numero di agricoltori è in diminuzione, perciò l’indice è valutato su un numero base che si sta contraendo. Nel decennio che va dal 1991 e il 2001 quasi 8 milioni di persone hanno lasciato il lavoro nelle fattorie. Da allora l’indice di abbandono è sempre cresciuto, ma solo nel 2011 potremo avere dei dati aggiornati.
Questi dati sui suicidi sono ufficiali, ma sono tendenzialmente molto sottostimati anche se già così sono abbastanza brutti. Il numero dei suicidi in India viene registrato dal National Crime Records Bureau (NCRB), un settore del Ministero degli affari interni del Governo indiano. Lo stesso NCRB sembra dare poco credito a questi dati. Tuttavia gli Stati nei quali vengono raccolti lasciano fuori migliaia di persone dalla definizione di “agricoltori” e quindi questo abbassa le cifre. Ad esempio, le donne che fanno questo lavoro non vengono usualmente accettate come “agricoltrici” (abitualmente le terre non sono quasi mai a loro nome). Esse lavorano in agricoltura ma sono considerate solo “mogli di coltivatori”. Ciò permette al governo di escludere un’ infinità di donne suicide. Infatti vengono registrate solo come “morte per suicidio”, ma non come “contadine suicide”. In ugual modo anche molte altre fasce sociali sono state escluse da questa lista.
L’esplosione di suicidi fra gli agricoltori, la più grossa ondata di morti simili mai registrata nella storia, s’è verificata in parallelo al fatto che l’India ha abbracciato il neoliberismo dello 'splendido nuovo mondo' ['brave new world' citazione del romanzo di A. Huxley n.d.r.]. Su questo processo e su come abbia influenzato l’agricoltura, sono state scritte sino ad ora numerose relazioni sul sito Counterpunch. L’indice dei contadini suicidi è peggiorato in particolare dopo il 2001, anno in cui l’India seguiva già il percorso indicato dal WTO (World Trade Organization) per lo sviluppo agricolo. Il numero dei suicidi nei cinque anni che vanno dal 1997 al 2001 è stato di 78.737 unità (ovvero una media di 15.747 suicidi l’anno). Lo stesso indice nel quinquennio che va dal 2002 al 2006 è stato di 87.567 (cioè 17.513 suicidi in media all’anno). Ciò significa che nei cinque anni successivi al 2001, in media ogni 30 minuti un agricoltore, o una contadina, si sono tolti la vita. I dati del 2007 (in dettaglio più avanti) collocano anche quest’anno fra quelli con l’andamento più elevato.
Che cosa hanno in comune tutti questi agricoltori suicidi? Coloro che si sono uccisi avevano grossi debiti – i debiti delle famiglie contadine sono raddoppiati nella prima decade di "riforme economiche" neoliberiste, passando dal 26 al 48,6 per cento. Abbiamo avuto questi dati dal National Sample Survey. Ma negli stati peggiori, la percentuale di questi contadini è ben più elevata. Per esempio l’82 per cento di tutti i proprietari di fattorie dell’Andhra Predesh erano indebitati a partire dal 2001/02. Quelli che si sono suicidati erano agricoltori che producevano raccolti da porre subito in vendita ["cash crop" n.d.r.] e che sono stati sopraffatti dai debiti : coltivatori di cotone, caffè, canna da zucchero, noccioline, pepe e vaniglia. (Ci sono meno suicidi fra i coltivatori di raccolti per l’alimentazione, cioè coltivatori di riso, frumento, mais e legumi). La splendida filosofia del nuovo mondo ha costretto milioni di coltivatori del Terzo Mondo a lasciare la coltivazione destinata all’alimentazione (con il mantra “l’esportazione porta alla crescita”). In India per milioni di coltivatori di prodotti per la sussistenza ciò ha significato coltivazioni a costi molto più elevati, con oneri molto più pesanti, debiti maggiori, e ritrovarsi inseriti in un mercato con prezzi soggetti alla grande volatilità del mercato globale. Questo è un settore dominato e gestito da una manciata di società multinazionali. La portata dell’impatto che lo spostamento del mercato ha avuto sui coltivatori si può rilevare da questo: di solito coltivare a riso un acro in Kerala costava più o meno 8.000 rupie (circa 165 dollari di oggi) all’ingrosso. Quando molti hanno spostato la coltivazione sulla vaniglia, il costo per acro (nel 2003/04) è salito quasi a 150.000 rupie (pari a 3.000 dollari). (Un dollaro equivale a circa 50 Rupie)
Con grandi società che commerciano semi e sostituiscono i semi ibridi e le varietà tradizionali, a buon mercato, con i loro prodotti, un coltivatore di cotone avrebbe dovuto pagare alla rete di Monsanto per le semenze molto più di quanto avesse mai immaginato di spendere. Le varietà locali e quelle ibride erano state espulse dal mercato con l’entusiastico supporto dello stato. Nel 1991 potevate comperare un chilo di semenza locale per poco, più o meno per 7 Rs o per 9 Rs nelle zone più care come Vidarbha. Dal 2003 avreste dovuto pagare 350 Rs (7 dollari) per un sacchetto da 450 grammi di semi ibridi. Dal 2004 i soci di Monsanto hanno messo sul mercato un sacchetto da 450 grammi di semi di Bt Cotone per un costo che oscillava fra le 1.650 e le 1800 Rs (da 33 a 36 dollari). Questi prezzi sono drammaticamente caduti nel giro di una notte a causa di un forte intervento governativo nell’Andhra Pradesh dove il Governo era cambiato dopo le elezioni del 2004. Il prezzo è caduto abbassandosi a circa 900 Rs (18 dollari), ma resta tuttavia ancora molto più alto del 1991 e anche del 2003.
Nel contempo la diseguaglianza era il grande cannibale fra le nazioni “Tigri emergenti” del mondo in via di sviluppo. La commercializzazione predatoria delle aree rurali aveva devastato tutti gli altri aspetti della vita sia per gli agricoltori che per i braccianti. I costi sanitari, ad esempio, salirono alle stelle. Migliaia di ragazzi lasciarono sia la scuola che le università per andare a lavorare con i loro genitori agricoltori (inclusi molti ricercatori). Per gli agricoltori indiani la media mensile delle spese pro capite era di 503 rupie (10 dollari) all’inizio dell’ultimo decennio. Il 60 per cento di questa cifra veniva speso per il cibo ed un altro 18 per cento per carburante, abiti e calzature.
Gli agricoltori spendono così tanto per mangiare? Per cominciare, milioni di piccoli o marginali coltivatori indiani sono acquirenti di cereali. Non producono abbastanza per sfamare anche la loro famiglia e devono lavorare nei campi altrui e anche altrove per superare il problema. Dovendo acquisire sul mercato parte dei cereali di cui necessitano, vengono duramente colpiti dall’aumento dei prezzi alimentari, così come è accaduto sin dal 1991 e con particolare forza all’inizio di quest’anno. La fame, fra coloro che producono cibo, è una cosa molto diffusa e reale. A ciò s’aggiunge il fatto che la disponibilità di cereali pro capite fra gli indiani s’è drammaticamente abbassata a cominciare dall’inizio della “riforma”: dai 510 grammi per indiano del 1991 ai 422 grammi del 2005. (Non si tratta di una goccia di 88 grammi. E’ una cascata di 88 grammi moltiplicati per 365 e poi per un miliardo di indiani). Come ha sempre evidenziato con forza il professor Utsa Patnaik, il principale esperto di economia del settore agricolo, le famiglie povere oggi hanno in media 100 chili in meno di quanto avevano solo 10 anni fa – mentre l’élite mangia a più non posso. Per molti lo spostamento dal raccolto per uso alimentare a coltivazioni da porre in vendita (o esportare) ha peggiorato le cose. A fine giornata potete ancora mangiare il vostro piatto di riso. E’ difficile digerire il cotone!. Frattanto anche il settore dei cereali sta passando sotto il controllo delle aziende che truccano i prezzi. All’inizio di quest’anno le speculazioni sui mercati dei futures hanno fatto lievitare il costo del grano in tutto il mondo.
Il modello neoliberista che ha forzato la crescita attraverso un certo genere di consumi, intanto , ha quasi imposto un reindirizzo di grosse quantità di denaro distogliendole dal credito rurale per alimentare lo stile di vita cui aspirano le fasce sociali alte delle città (ed anche della campagna). Migliaia di Banche rurali hanno chiuso nei quindici anni che vanno dal 1993 al 2007.
I guadagni degli agricoltori sono crollati, così come i prezzi per i raccolti posti sul mercato, grazie agli osceni contributi alle corporazioni ed ai ricchi agricoltori dell’occidente, da parte degli USA e dell’Europa. La loro battaglia sui sussidi ai cotonieri (un valore di miliardi di dollari) ha distrutto gli agricoltori del settore e non solamente in India, ma anche in nazioni africane quali il Burkina Faso, il Benin, il Mali ed il Chad. Nel contempo, tutt’insieme, l’India ha cominciato a ridurre gli investimenti nell’agricoltura (la procedura standard del sistema neoliberista). La vita così è diventata sempre più impossibile per i piccoli agricoltori.
Mentre i costi salgono, il credito si riduce. Il debito è fuori controllo. I sussidi hanno distrutto i loro prezzi. La mancanza di investimenti per l’agricoltura (un valore di miliardi di dollari ogni anno) ha mandato in malora le campagne. L’India ha anche tagliato gran parte dei pochi patetici aiuti che manteneva verso i suoi agricoltori. Il caos era completo. A cominciare dalla fine degli Anni Novanta i suicidi si sono susseguiti a un tasso che è apparso poi molto spedito. Infatti la crisi agraria dell’India si può riassumere in cinque parole (chiamiamola "Crisi dell’agricoltura 101"): la spinta verso l'agricoltura aziendale. La strada (in cinque parole): la commercializzazione predatoria della campagna. Il risultato: la più grande destituzione della nostra storia.Le corporazioni non hanno ancora il diretto controllo delle terre agricole indiane e non vi operano direttamente giorno per giorno. Però hanno bloccato ogni altro settore, entrate, sbocchi, distribuzione, prezzi e stanno anche intestandosi il controllo delle acque (che in India è già privatizzato in un modo o in un altro).
Il più alto numero di suicidi si è verificato nello Stato del Maharashstra, che accoglie la Borsa valori di Mumbai e nella cui capitale, Mumbai appunto, vivono 21 dei 51 miliardari (in dollari) indiani ed oltre un quarto dei 100 mila milionari (in dollari) del Paese. Mumbai è balzata alla ribalta della cronaca mondiale lo scorso novembre quando i terroristi hanno massacrato 180 persone nella città durante un orribile attacco. Dal 1995, nello stato del quale Mumbai è la capitale, si sono verificati 40.666 suicidi di agricoltori, senza che la stampa vi abbia dato grande importanza.Nel Maharashstra i suicidi degli agricoltori hanno superato le 4000 unità ancora nel 2007, per la quarta volta in quattro anni, secondo i dati del National Crime Records Bureau. Quell’anno si sono tolti la vita 4.238 agricoltori e sono queste le ultime stime disponibili sul totale di 16.632 suicidi nell’intero Stato. Questa cifra totale è leggermente in decrescita rispetto ai 17.060 suicidi del 2006. Ma l’andamento degli ultimi dieci anni non sembra essersi mosso. Gli agricoltori suicidi nell’intero Paese dal 1997 a ora hanno raggiunto le 182.936 unità.
Ripetiamo che le statistiche dei cinque Stati peggiori - Maharashstra, Andhra Pradesh, Karnataka, madhya Pradesh e Chattisgarh – rappresentano i due terzi di tutti gli agricoltori che si sono suicidati in India. Nel 2007, tutti insieme, hanno visto 11.026 suicidi. Il 38 per cento di questi si è verificato nello Stato di Maharashtra. L’Andhra Pradesh ha visto una riduzione di 810 suicidi rispetto al totale raggiunto nel 2006. Il Karnataka ha invece visto un aumento di 415 suicidi rispetto allo stesso periodo. Madhya Pradesh con 1.375 ha registrato una diminuzione di 112. Ma Chattisgarh con 1593 suicidi ha avuto un aumento di 110 unità rispetto al 2006.Ci sono precisi fattori, in questi Stati, che favoriscono e aumentano il problema. Queste sono zone a grande diversificazione nella commercializzazione dei prodotti agricoli, nelle quali dominai 'cash crops'. Il problema dell’acqua è sempre stato comune più o meno a tutti gli Stati ed è peggiorato con l’uso delle tecnologie quali i semi Bt che richiedono un grande quantitativo d’acqua. Sono anche fattori comuni i forti impulsi esterni sui costi così come l’uso di pesticidi e di prodotti chimici. E’ indubbio che la deregulation scava un sacco di tombe e accende moltissime pire.
Il Maharashtra ha registrato una diminuzione di 215 unità nei suicidi di agricoltori nel 2007. Comunque nessun altro Stato ha ancora raggiunto le 3000 unità. E l’Andhra Pradesh (con 1.797 morti suicidi) ed il Karnataka (2.135) – gli altri due Stati peggiori – insieme non raggiungono i 4000 morti del Maharashtra. Nel Maharashstra un solo anno ha registrato una diminuzione di 221 suicidi, nel 2005, ma è stato seguito da un 2006 con 4.453 morti, un record nella statistica di suicidi. La tendenza in questo Stato non mostra modifiche e resta lugubre.
I numeri del 2007 nel Maharashtra, 4.238 suicidi, giungono dopo un anno e mezzo di “pacchetti-soccorso” destinati agli agricoltori per un valore di 5000 crore di rupie (1 miliardo di dollari) ed una visita del primo ministro a metà del 2006 nella dissestata regione del Vidharbha. Lo Stato ha anche visionato una pletora di rapporti ufficiali, studi e commissioni d’inchiesta tra il 2005 e il 2007, destinate ad affrontare il problema. In ogni caso i 12.617 agricoltori suicidatisi negli stessi anni è il peggior indice mai raggiunto prima sulle stime triennali da quando lo Stato ha cominciato a registrare questi dati, e cioè dal 1995. E in realtà, gli agricoltori che si sono suicidati nel Maharashtra a cominciare da quell’anno hanno toccato le 40.000 unità. Le cause strutturali di questa crisi paiono comunque intatte.
A livello nazionale, i suicidi degli agricoltori tra il 2002 e il 2007 sono stati di più rispetto al periodo che va dal 1991 al 2001. Ora sono disponibili i dati del NCRB dal 1997 al 2007 rispetto all’intero paese. Nei cinque anni sino al 2001 ci sono stati 15.747 suicidi di media all’anno. Per i sei anni successivi, dal 2002 al 2007, questa media è di 17.366 suicidi per anno. L’aumento è dolorosamente più alto negli stati dove la crisi è maggiore.
P.Sainath è l’editore della rivista rurale “The Hindu” ed è l’autore di “Everybody loves a Good Drought”. Collabora regolarmente al sito Countr Punch gli si può scrivere una mail a psainath@vsnl.com.
Fonte tratta dal sito .

mercoledì 25 febbraio 2009

Nucleare: Berlusconi ci mette la firma!


L'Italia sigla oggi l'accordo con la Francia di Sarkozy per tornare al nucleare. Un percorso a tappe forzate che secondo il Ministro Scajola vedrà nascere la prima centrale nel 2020. Indignazione crescente nel mondo ambientalista per una decisione antistorica, pericolosa ed insostenibile sotto tutti i profili.
Il vertice italo-francese celebrato oggi a Roma segna una curva netta della politica energetica italiana. Il governo Berlusconi vira bruscamente verso l'atomo e firma un patto con Sarkozy per costruire un alleanza operativa sulla costruzione di quattro centrali nucleari in Italia.
L'alleanza, guidata dalle due controllate di Stato Enel e Edf, prevede che la prima centrale sarà operativa nel 2020.
"Entro tale data il Governo" ha dichiarato il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola "punta a soddisfare il 25% del fabbisogno energetico con il nucleare".
Il patto di ferro, anzi meglio dire di uranio, con la Francia, come ha precisato il Ministro "riguarda tutti gli aspetti del nucleare, dalla collaborazione in sede europea ai temi della sicurezza, dalla cooperazione tecnologica alla formazione dei tecnici, dallo smantellamento degli impianti alla collaborazione industriale in paesi terzi" .
Scajola a più riprese ha ricordato la tabella di marcia: individuazione del luogo e posa della prima pietra entro la fine della legislatura (2013) e attivazione del primo impianto entro un decennio. All''Agenzia per la sicurezza nucleare, in via di costituzione, spetteranno tutti i poteri autorizzativi sui progetti, grazie a delle norme presenti nel Ddl che hanno già suscitato critiche perché limitano al minimo le capacità d'intervento degli enti locali nei territori coinvolti.
"Un accordo pericoloso e miope" ha commentato il Presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza". "Tutti gli studi internazionali mostrano che il nucleare è la fonte energetica più costosa e perché rimane aperta la questione delle scorie e della sicurezza.
Se il kWh da nucleare costa apparentemente poco, è perché lo Stato si fa carico dei costi per lo smaltimento definitivo delle scorie e per lo smantellamento delle centrali, come dimostrato dagli studi del Dipartimento Usa dell’energia e dell’agenzia di rating Moody’s. Tant’è che tutti gli scenari - persino quello dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica - prevedono nei prossimi anni una riduzione del peso dell’atomo nella produzione elettrica mondiale".
Cosa fare?Yes, web can.
Possiamo riempire la rete di siti denuclearizzati per manifestare contro l'ipotesi di tornare all'energia atomica in Italia. Si tratta di una campagna informale, un'onda trasversale, che punta a far fiorire migliaia di home page no-nuke. Un'operazione semplice – si tratta solo di scaricare i banner dal sito www.sitodenuclearizzato.eu e di inserirli sul proprio sito – che sarà tanto più efficace, quanto più sarà diffusa. Dire no al nucleare è anche un modo per dire sì alle fonti energetiche rinnovabili, all'energia pulita. Anche denuclearizzare il web è importante, per cercare di far passare il messaggio della dannosità del nucleare e della sua inutilità per il raggiungimento degli obiettivi di contenimento delle emissioni di gas serra. Convinci quante più persone a fare lo stesso.
Fonte tratta dal sito .

martedì 24 febbraio 2009

L'Europa vuole le chiavi di Skype

La faccenda delle intercettazioni via Skype non è più una questione solo italiana. Ora anche l'Unione Europea è stata investita del problema, e l'agenzia Eurojust ha avviato un'indagine formale per stabilire quali siano i mezzi giuridici e tecnici necessari per implementare un meccanismo di wiretapping analogo a quello già esistente per la telefonia fissa e mobile tradizionale.
"Dietro richiesta della Direzione Nazionale Antimafia di Roma - si legge in una nota - la rappresentanza italiana presso Eurojust giocherà un ruolo fondamentale nel coordinamento e nella cooperazione per l'investigazione nell'utilizzo dei sistemi di telefonia internet (VoIP), quale Skype". L'agenzia, prosegue poi il comunicato, sarà a disposizione degli organi giudiziari dei paesi membri per "superare gli ostacoli tecnici e giuridici all'intercettazione dei sistemi di telefonia internet, tenendo conto delle differenti regole per la protezione dei dati e il diritto alla privacy".
L'iniziativa in sede UE segue di poche ore quella analoga del ministero degli Interni italiano, che aveva dato vita la scorsa settimana ad una "task force per decriptare le informazioni che viaggiano su Skype", su mandato diretto del titolare del dicastero, il ministro Roberto Maroni. Una task force interforze, nata con "l'obiettivo di ricercare soluzioni tecnologiche e normative per rendere fruibili ai fini investigativi e giudiziari le intercettazioni telematiche".
Al Ministero sembrano dunque preoccupati dell'utilizzo che di queste tecnologie possono fare i malviventi. Un pensiero condiviso dalla rappresentate italiana presso Eurojust, Carmen Manfredda, che ha spiegato come "la possibilità di intercettare la telefonia internet sarà uno strumento essenziale nella lotta contro il crimine organizzato internazionale, all'interno dell'Europa e oltre". Lo scopo di questa iniziativa comunitaria "non è impedire agli utenti di giovarsi di queste tecnologie, ma di prevenire che i criminali utilizzino Skype e altri sistemi per organizzare le loro azioni illegali".
La questione della cifratura del protocollo Skype è tuttavia complessa. Lo scorso anno, la Cina aveva fatto sapere di aver iniziato l'intercettazione di tutte le chat testuali effettuate attraverso il programma di instant messaging di proprietà di eBay. Dalla vicina Austria, inoltre, era giunta notizia che l'indecifrabile cifratura delle telefonate non fosse poi così indecifrabile: sarebbe bastato chiedere le chiavi al produttore per ottenere gli stessi servizi già oggi possibili su altri tipi di protocolli e protezioni numeriche.
In ogni caso, la sede legale di Skype Technologies - vale a dire chi detiene il marchio e la tecnologia di Skype - è e resta in Lussemburgo: sebbene il piccolo stato sia membro dell'Unione Europea sin dalla sua fondazione, il suo ordinamento giuridico peculiare al momento sembra tenere fuori dalla portata degli altri paesi la riservatezza delle chiacchiere fatte a mezzo del programma. A meno, naturalmente, di diversi accordi in tal senso. Skype ha già fatto sapere che, da parte dell'azienda, c'è tutto l'interesse a collaborare.
Fonte tratta dal sito .

lunedì 23 febbraio 2009

LA PROSSIMA ONDATA DI CRISI IN ARRIVO DALL’ EUROPA DELL’EST


Le banche europee sono di fronte ad un’ondata completamente nuova di perdite per i mesi a venire che non sono ancora state calcolate in nessun piano di aiuti al settore bancario da parte dei governi. A differenza delle perdite delle banche americane che provengono originariamente dalle loro esposizioni in un mercato immobiliare subprime di bassa qualità e in altre forme di cartolarizzazione dei prestiti, i problemi delle banche dell’Europa Occidentale, soprattutto in Austria, Svezia e forse Svizzera nascono dagli enormi volumi di prestiti erogati durante il periodo 2002-2007 con tassi di interesse internazionali estremamente bassi a clienti nei paesi dell’Europa Orientale.I problemi nell’Europa dell’Est che stanno emergendo solo ora con piena forza sono, se si può dire, una conseguenza indiretta delle politiche monetarie libertine della Fed di Greenspan dal 2002 al 2006, il periodo in cui ha iniziato ad avere successo lo schema Ponzi di Wall Street di cartolarizzazioni garantite da beni.
La pericolosità di questi prestiti all’Europa dell’Est sta ora venendo alla luce mentre la recessione economica globale sia nell’Europa Orientale che in quella Occidentale sta obbligando le banche occidentali a fare marcia indietro, rifiutando di rinnovare i prestiti e i crediti e lasciando migliaia di mutuatari con debiti impagabili. La dimensione della crisi emergente dei prestiti dell’Europa Orientale fa impallidire qualunque altra cosa sia stata concepita prima. Nelle prossime settimane obbligherà ad un punto di vista radicalmente nuovo di tutta l’intera questione della nazionalizzazione delle banche, indipendentemente dalle belle speranze che nutrono i politici di qualunque schieramente politico.Il servizio di valutazione di Moody’s ha appena annunciato che “potrebbe” declassare un certo numero di banche dell’Europa Occidentale con ampie esposizioni nell’Europa Orientale. Sul rapporto, l’euro è sceso ai minimi da due mesi e mezzo nei confronti del dollaro.
Il rapporto di Moody’s accenna principalmente alle banche nell’Europa dell’Est di proprietà delle banche dell’Europa Occidentale, tra cui specificatamente Raiffeisen Zenetralbank Österreich e Swedbank. La diffida pubblica di Moody’s ora obbligherà le banche occidentali che hanno delle consociate nell’Europa Orientale a restringere fortemente le condizioni dei prestiti all’Est proprio nel momento in cui c’è bisogno del contrario per impedire che la crescita economica precipiti scatenando una reazione a catena di insolvibilità dei prestiti. Le banche occidentali sono state catturate in un buco nero.
Secondo le mie fonti ben informate a Londra, le nuove preoccupazioni sulle esposizioni bancarie nell’Europa Orientale determineranno la prossima ondata della crisi finanziaria globale, un’ondata che potrebbe essere ancor più devastante del crollo delle cartolizzazioni americane subprime che ha scatenato l’intera crisi di fiducia.Come risultato alla diffida di Moody’s, le banche dell’Europa Occidentale probabilmente ora saranno esigenti nell’aiutare le proprie consociate. Il rapporto di Moody’s ha fatto notare che “le banche nei paesi associati con rischi sistemici più elevati potrebbero avere un’assistenza ridotta.” I governi dell’Europa Occidenale potrebbero anche stabilire delle regole per assicurare che le banche ricevano gli aiuti statali, che sono attualmente proibiti, per aiutare le consociate all’estero. Le cose stanno già così per quanto riguarda le banche greche e il governo greco. Il risultato sarà quello di peggiorare una situazione già critica.
La dimensione dei rischi è sconcertante.
L’ammontare dei prestiti potenzialmente a rischio coinvolge perlopiù banche italiane, austriache, svizzere, svedesi e, si pensa, anche tedesche. Quando i paesi dell’ex Unione Sovietica e del patto di Varsavia dichiarono la loro indipendenza all’inizio degli anni ’90 le banche dell’Europa Occidentale si precipitare ad acquistare a buon mercato le più importanti banche dei paesi da poco divenuti indipendenti. Mentre i tagli dei tassi di interesse negli Stati Uniti dopo la crisi azionaria del 2002 spinsero i tassi di interesse in tutto il mondo verso nuovi minimi, il credito facile condusse a prestiti oltreconfine a più alto rischio in valuta straniera. In paesi come l’Ungheria, le banche austriache e svizzere hanno sostenuto i mutui ipotecari sulla casa espressi in franchi svizzeri, sui quali il tasso di interesse era decisamente inferiore. L’unico rischio all’epoca era che la valuta ungherese doveva essere svalutata, obbligando i proprietari di casa ungheresi a ripagare talvolta una somma doppia in franchi svizzeri. Questo è quello che è accaduto negli ultimi 18 mesi mentre le banche e i fondi occidentali hanno drasticamente ridotto i loro investimenti speculativi nei paesi dell’Est per riportare in patria il capitale dove la casa madre ha avuto dei gravi problemi causati dalla catastrofe bancaria americana. Nel caso dello zloty polacco, negli ultimi mesi la valuta è scesa del 50%. Non si conosce il volume dei mutui ipotecari in valuta straniera presenti in Polonia ma Londra stima che potrebbe essere enorme.
Nel caso delle banche austriache, il paese si trova di fronte ad una replica della crisi del 1931 della Vienna Creditanstalt in cui una reazione a catena si diffuse alle banche tedesche e portò il Vecchio Continente alla crisi economica del 1931-33. Nel recente incontro tenutosi a Bruxelles dei ministri delle finanze dell’Unione Europea, il ministro delle finanze austriaco Josef Pröll, stando a quanto si dice, ha supplicato i suoi colleghi di arrivare ad un pacchetto di salvataggio da 150 miliardi di euro per le banche dell’Europa Orientale. Solo le banche austriache hanno prestato 230 miliardi di dollari, l’equivalente del 70% del PIL del paese. La più grande banche austriaca, Bank Austria, a sua volta di proprietà dell’italiana Unicredito insieme alla tedesca Hypo Vereinsbank, sta fronteggiando quella che la stampa locale definisce una “Stalingrado monetaria” sulla sua esposizione dei prestiti all’Est. Ironia della sorte, Bank Austria ha acquistato da qualche anno Vienne Creditanstalt nella sua ventata di fusioni. Secondo le stime pubblicate dalla stampa finanziaria di Vienna, se nei prossimi mesi soltanto il 10% dei prestiti austriaci all’Est dovesse risultare insolvente, “porterebbe al crollo del sistema finanziario austriaco.” La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) a Londra stima che i debiti scadenti all’Est supereranno il 10% e “potrebbero toccare il 20%”.
Il ministro delle finanze tedesco Peer Steinbrück, a quanto si dice, ha scartato categoricamente qualunque fondo di salvataggio europeo per l’Est, sostenendo che non si tratta di un problema tedesco. Potrebbe presto rimpiangere quanto detto mentre la crisi si diffonde alle banche tedesche e ha costi maggiori sul consumatore tedesco. Uno degli aspetti che più colpisce della crisi attuale che si è sprigionata per la prima volta nell’estate del 2007 è la sempre maggior incompetenza dei più importanti ministri delle finanze e dei banchieri centrali, da Washington a Bruxelles a Parigi a Francoforte, per affrontare con decisione la crisi.
La sede londinese della banca americana di investimenti Morgan Stanley ha pubblicato un rapporto nel quale si stima il numero totale delle banche dell’Europa Occidentale che erogano prestit all’Est. Secondo questo rapporto, l’Europa Orientale ha preso a prestito un totale di 1.700 miliardi di dollari, prevalentemente da banche dell’Europa Occidentale. In buona parte si tratta prestiti a breve termine della durata inferiore ad un anno. Nel 2009 le banche dell’Est devono ripagare o rinnovare qualcosa come 400 miliardi di dollari, il 33% del PIL totale della regione. Mentre le recessione globale si aggrava stanno diminuendo dopo giorno giorno le possibilità che questo possa avvenire. Ora le banche occidentali si stanno rifiutando di rinnovare quei prestiti, sotto pressioni politiche e finanziarie interne. La finestra del credito all’Est, che solo due anni fa era la fonte di un boom di utili per le banche dell’Europa Occidentale, ora si è chiusa di colpo. Persino la Russia, che un anno fa aveva più di 600 miliardi di dollari di riserve in valuta straniera, si trova in una situazione difficile. Quest’anno le grandi aziende russe devono ripagare o rinnovare 500 miliardi di dollari. Da agosto, la Russia ha subìto un salasso del 36 per cento delle proprie riserve straniere per difendere il rublo.
In Polonia, il 60% di tutti i mutui ipotecari è in franchi svizzeri. Lo zloty polacco è diminuito di metà del proprio valore nei confronti del franco svizzero. L’Ungheria, i Balcani, i Paesi baltici e l’Ucraina stanno tutti soffrendo delle varianti della stesso problema. Come atto di follia collettiva – sia per chi chiede un prestito e sia per chi lo concede – si può paragonare alla débâcle dei subprime americani. Questa crisi, per le banche europee, svetta sulle perdite avute nei titoli del mercato immobiliare americano. E’ la prossima ondata della crisi che è pronta a colpire. Quasi tutto il debito del blocco orientale deve essere ripagato all’Europa Occidentale, soprattutto a banche austriache, svedesi, greche, italiane e belghe. Gli europei incidono per un sorprendente 74% per l’intero portafoglio da 4.900 miliardi di dollari di prestiti ai mercati emergenti. Sono cinque volte più esposti a quest’ultima crisi rispetto alle banche americane e giapponesi, e stanno utilizzando una leva del 50 per cento superiore secondo il FMI.
Anche se occorreranno mesi, o solamente alcune settimane, il sistema finanziario europeo sta ora affrontando una prova importante e la situazione è complicata dal fatto che quando le regole della Banca Centrale Europea sono state perfezionate alla fine degli anni ’90, i governi non hanno convenuto nel cedere il potere totale di centralità bancaria alla nuova BCE. Come risultato, in questa prima prova della BCE in una crisi sistemica, la banca non è in grado di agire allo stesso modo, per esempio, della Federal Reserve e ricoprire il ruolo di prestatore di ultima istanza o di inondare i mercati con degli incentivi di emergenza. Secondo alcune stime la banca Centrale Europa ha già bisogno di portare i tassi a zero e poi acquistare in blocco obbligazioni e Pdfandbriefe. E’ frenata dalla geopolitica – un veto tedesco-olandese – e dal Trattato di Maastricht. La BERS stima che l’Europa dell’Est ha bisogno di almeno 400 miliardi di euro di aiuti per coprire i prestiti e sostenere il sistema creditizio.
I governi europei stanno peggiorando le cose. Alcuni di loro stanno facendo pressioni sulle loro banche per fare marcia indietro, vendendo sottocosto le loro consociate nell’Europa Orientale. Atene ha ordinato alle banche greche di ritirarsi dal Balcani. Le somme necessarie vanno oltre i limiti del FMI, che ha già tirato fuori dai guai Ungheria, Ucraina, Lettonia, Bielorussia, Islanda e Pakistan – e prossimamente la Turchia – e sta rapidamente esaurendo la sua riserva da 155 miliardi di euro, obbligandolo a vendere le proprie riserve d’oro per aumentare la liquidità.Il recente salvataggio del FMI da 16 miliardi di dollari in Ucraina si è districato. Il paese – che sta subendo una contrazione del 12 per cento del PIL dopo il crollo dei prezzi dell’acciaio – si sta avviando verso l’insolvenza, lasciando Unicredit, Raffeisen e ING di fronte al disastro. Il governatore della banca centrale della Lettonia ha dichiarato la sua economia “clinicamente morta” dopo essere diminuita del 10,5 per cento nel quarto trimestre. I manifestanti hanno causato danni al Tesoro e preso d’assalto il Parlamento.
Forse l’aspetto più allarmante è che le istituzioni dell’Unione Europea non abbiano nessuna struttura per far fronte a tutto questo. Il giorno in cui decideranno di non salvare uno di questi paesi sarà l’innesco di una gigantesca crisi che si diffonderà in tutta l’Unione Europea.Al momento, è chiaro che per meschine ragioni politiche Berlino non trarrà in salvo Irlanda, Spagna, Grecia e Portogallo mentre il crollo delle loro bolle del credito porterà all’aumento delle insolvenze, o non trarrà in salvo l’Italia accettando dei piani per le “obbligazioni dell’Unione” se i mercati del debito dovessero boicottare il debito pubblico italiano che sta ormai esplodendo, e che raggiungerà il 112% del PIL il prossimo anno, da poco corretto al rialzo dal 101%.
Fonte tratta dal sito.

domenica 22 febbraio 2009

Il peso dell'olio di palma sull'ambiente



Il governo indonesiano permetterà nuovamente di tagliare foreste torbiere per creare piantagioni di olio di palma.Con le foreste se ne va un ecosistema complesso e prezioso intrecciato con la cultura delle popolazioni locali. Il tutto perché la richiesta industriale cresce a dismisura. Lo troviamo ogni giorno in biscotti, dolci, saponi... e nei biocarburanti.
Quanto ne consumiamo? Ormai è presente in quasi tutti i prodotti da forno confezionati. Biscotti, crackers, merendine. E poi ancora nei saponi, detersivi e i famigerati biocarburanti.
Dal 2007 il Governo indonesiano si era impegnato a proteggere le foreste torbiere. Ora ha cambiato idea, ha dichiarato al Jakarta Post un portavoce governativo, perchè il settore è importante per l’economia e perchè la conservazione delle foreste era stata promessa “per evitare le proteste” del mondo e dei compratori stranieri. Una decisione con conseguenze nocive sugli ecosistemi locali sull'effetto serra, per la gran quantità di anidride carbonica che veniva finora intrappolata nel terreno.
Sotto accusa le multinazionali della cosmetica (Unilever era già stata presa di mira da Greenpeace), che utilizzano l'olio di palma per fare saponi e detergenti. Ma una grossa responsabilità la prendono anche la produzione di prodotti alimentari e i biocarburanti. il Governo indonesiano ha addirittura promesso sussidi alla produzione di biocarburanti - come appunto l’olio di palma - qualora il loro costo dovesse superare quello del petrolio.
Secondo una stima di Salva le Foreste, nel corso degli ultimi due decenni in Indonesia quasi 10.000 chilometri quadrati di foreste sono stati trasformati in piantagione di palma da olio.
Ora, dice Salva le Foreste, le misure del Governo porteranno porteranno ulteriormente “all’abbattimento di ampie superfici di foresta umida e di torbiera, con il rilascio in atmosfera di incalcolabili quantitativi di carbonio immagazzinato nella biomassa forestale e nel suolo torboso”.
Sempre secondo Salva le Foreste non ci sono abbastanza terreno, acqua ed energia per sostituire i biocarburanti con il petrolio. Come se non bastasse, la produzione di un litro di biocarburante richiede molta più energia di quella che esso è in grado di generare.
Fonte tratta dal sito.

sabato 21 febbraio 2009

Il discorso tipico dello schiavo

venerdì 20 febbraio 2009

intervista a eugenio benetazzo. i catamoderni: l'impossibile avanguardia contemporanea

giovedì 19 febbraio 2009

Eugenio Benetazzo. 2009: Risparmio, Quali Sicurezze.

mercoledì 18 febbraio 2009

UNICREDIT/LA BANCA DI PROFUMO RISCHIA "UNA STALINGRADO MONETARIA"


Normalmente chi si occupa di economia e finanza legge come primi giornali della giornata quelli anglosassoni, ovvero Wall Street Journal e Financial Times. Poi, a cascata, quelli europei: Faz, Suddeutsche Zeitung, Le Monde, El Pais. Difficile, invece, concentrarsi in una rassegna stampa seria e ragionata dei giornali austriaci. Un errore. Grave, in questi giorni. Ma partiamo dal principio.
La scorsa settimana il ministro delle Finanze austriaco, Joseph Pröll, ha infatti messo in atto un disperato tentativo di racimolare 150 miliardi di euro per un piano d’intervento per l'ex blocco sovietico a rischio default: non stupisce, visto che l’Austria ha prestato 230 miliardi di euro a paesi di quella regione, qualcosa come il 70% dell’intero Pil austriaco. La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo valuta il tasso di debiti negativi - ovvero, di fatto inesigibili - al 10% con possibilità di arrivare al 20: peccato che una percentuale del 10 già rappresenta il crollo tecnico del mercato finanziario austriaco, come scriveva il quotidiano viennese Der Standard.
Eccoci, quindi, l’aggancio con il precedente richiamo alla lettura della stampa austriaca. Da alcuni giorni, infatti, oltre le Alpi i quotidiani parlano molto chiaro rispetto al futuro di due banche: Bank of Austria e la sua proprietaria, ovvero Unicredit, rischierebbero infatti «una Stalingrado monetaria» se le istituzioni internazionali non porranno in atto un piano di aiuto e salvataggio per paesi come la Lituania, l'Ucraina e la Repubblica Ceca, debitori e potenziali insolventi.
D’altronde, basta guardare ai dati. Stephen Jen, capo del monetario alla Morgan Stanley, valuta infatti in 1,7 trilioni di dollari la mole di denaro presa a prestito dall’Europa dell’Est, quasi tutta su short-term maturities. Ovvero, da ripagare in fretta. Basti pensare che entro quest’anno dovrebbero essere ripagati agli istituti europei finanziatori, qualcosa come 400 miliardi di euro: buona fortuna, il default è alle porte visto che il mercato del credito è una finestra sbarrata e il Fondo Monetario Internazionale è già corso in soccorso di Islanda, Ucraina, Pakistan, Bielorussia, Lituania e Ungheria (e ora tocca alla Turchia) dissanguandosi.
Non se la passa meglio la Russia che deve ripagare 500 miliardi di dollari di prestiti contratti dagli oligarchi, peccato che il rublo vada a picco, economia e Borsa pure e soprattutto visto che il budget del 2009 è stato elaborato basandosi sul costo del barile di petrolio - il cosiddetto Brent degli Urali - a 95 dollari, quindi un input importante per la casse di Mosca. Solo che oggi il petrolio viaggia sui 33-34 dollari e molti analisti parlano di 25 dollari al barile entro aprile-maggio: un bagno di sangue.
Insomma, o si salva l’Est oppure salta tutto. Ma il fatto che la Germania, attraverso Peer Steinbruck, abbia già detto all'ultimo vertice dell'Ecofin che quello del default dell’ex blocco sovietico è «un problema austriaco e non dell'Ue» aggiunge preoccupazione a preoccupazione. Il perché di questo è presto detto. Si avvicina, infatti, il momento della nazionalizzazione di una banca tedesca. Tutti i nodi non sono ancora stati sciolti ma il governo federale ha confermato che un progetto di legge per permettere la nazionalizzazione di un istituto di credito è in via di definizione e verrà discusso dal consiglio dei ministri di domani: una modifica legislativa è necessaria poiché attualmente in Germania l'acquisizione d'imperio da parte dello Stato non è permessa.
La candidata principale alla prima nazionalizzazione dalla fine della Seconda guerra mondiale è Hypo Real Estate, istituto di credito che ha già beneficiato di aiuti miliardari in questo ultimo anno e mezzo ma che versa ancora in enormi difficoltà: impossibile per Berlino non intervenire, visto che l’istituto è cruciale per il mercato dei Pfandbriefe, le obbligazioni ipotecarie: a tal fine il governo sta ancora trattando con il socio di riferimento, l’investitore J.C. Flowers, per trovare un’eventuale intesa sul prezzo.
Domenica intanto il ministro delle Finanze Peer Steinbrück ha detto che la situazione delle banche tedesche è fonte di «grande preoccupazione». Se a questo uniamo il fatto che i governi europei sono esposti per il 74% dell’intero portafoglio di prestiti dei mercati emergenti (un altro scherzetto da 4,9 trilioni di dollari) e che il Fondo Monetario Internazionale sta finendo le sue riserve di 200 miliardi di dollari, il quadro appare davvero fosco.
Almeno quanto quello prefigurato sull’inserto Business del Sunday Times da Simon Johnson, ex capo economista proprio del Fondo Monetario Internazionale, secondo il quale o il prossimo G7 porrà al centro della sua agenda il salvataggio dell’Irlanda oppure la tigre celtica andrà in default sul debito entro la primavera: si parla di 70 miliardi di euro di debito per un paese di pochi milioni di abitanti con un’economia a pezzi, il mercato immobiliare in fallimento e la delocalizzazione delle major statunitensi che sta distruggendo il sogno della ripresa.
I credit default swaps per assicurarsi sul default del debito irlandese venerdì scorso hanno toccato i 350 punti base, un dato devastante: per assicurare 100 dollari ne servono 3,5 di rischio paese mentre esattamente un anno fa bastavano 10 pence ogni 100 dollari.La vera crisi sta arrivando, fino ad oggi abbia visto soltanto il trailer. Dalle stanze della politica romana, così come dai giornali italiani, registriamo un rumoroso silenzio al riguardo.
Fonte tratta dal sito .

martedì 17 febbraio 2009

Il Mais OGM altera il sistema immunitario!


Una Ricerca dell'INRAN ha messo in evidenza che 43 proteine modificate tra cui la Gamma-Zeina allergenica che si trova nel Mais 810, provocano alterazioni del sistema immunitario. Queste alterazioni risultano più marcate durante la crescita e l'invecchiamento dei topi di laboratorio, il che fa supporre maggiori pericoli degli OGM per le categorie più deboli (bambini ed anziani).
Mentre la FDA americana ha tenuto nascosto le prove della pericolosità dei cibi transgenici, la Francia dichiara che rispetterà la decisione della Commissione europea, in caso di autorizzazione alle coltivazioni di OGM.
"E' urgente una Civile Moratoria Europea - si legge in un comunicato stampa Agernova - Accademia Mediterranea per l'Agroecologia e la Vita (AMA la Vita) - con immediata sospensione delle importazioni e produzioni di qualsiasi OGM o derivato, se necessario in applicazione della Clausola di Salvaguardia Nazionale, sulla base dei risultati delle recenti ricerche indipendenti sui gravi pericoli per la salute e l'ambiente, diritti inviolabili ai sensi degli Art. 32 e 9 della Costituzione Italiana, non delegati ai trattati internazionali".
"Se vogliamo salvare i prodotti Biologici e, con essi, tutta l'agricoltura italiana - continua il comunicato - dobbiamo mantenere l'assenza di OGM, senza soglie di tolleranza, istituendo se necessario il marchio Biologico Nazionale previsto dal nuovo regolamento europeo, con assoluto divieto di Coltivazioni OGM sul territorio nazionale. Introducendo responsabilità penali per chi contamina i prodotti biologici e tradizionali italiani e le sementi di qualsiasi natura, da parte dei proprietari dei brevetti, concessionari e commercianti di OGM, per il principio europeo di "chi inquina paga", a tutela dei consumatori e produttori italiani".
Fonte tratta dal sito .

lunedì 16 febbraio 2009

TU CHIAMALI SE VUOI, LICENZIAMENTI


Il “Corriere della Sera” la chiama una svolta “verde”. “La Stampa”, idem. Mentre “La Repubblica”, invece, preferisce metterla giù in altri termini: “Pirelli ristruttura e taglia il dividendo”. Ma in un italiano, diciamo così, più spicciolo, si potrebbe banalmente dire che il gruppo Pirelli - famoso per i suoi pneumatici e per la faccia perennamente imbronciata del suo numero uno (al secolo, Marco Tronchetti Provera) - ha chiuso un pessimo 2008. Con un discreto mucchietto di debiti sulle spalle (oltre un miliardo di euro). E conti in affanno. Risultato: per il prossimo anno - come ha spiegato ieri il suo imbronciatissimo presidente - si punterà, sì, su nuove gomme ecologiche. Ma soprattutto su una valanga di licenziamenti.
Per la precisione: a perdere il posto, secondo l’agenzia di stampa americana Bloomberg, saranno ben 1.500 dipendenti (qualcosa come il 15% del totale) solo nel settore pneumatici. Più oltre 600 lavoratori (su 1.437) nella divisione “Real Estate” (nome “esotico” per qualcosa che tanto esotico non è: ossia il casereccio braccio immobiliare del gruppo). Numeri da brivido. Eppure quella funesta parola con la “elle” - licenziamenti, appunto - sulle pagine dei tre principali quotidiani italiani semplicemente non c’è. Al suo posto un florilegio di espressioni che sanno tanto di neolingua di orwelliana memoria. “Riduzione dell’organico” (Repubblica). “Razionalizzazione delle strutture produttive” (Corriere). E per finire (sulle pagine de “La Stampa) la più franca di tutte: “tagli di dipendenti” (che sa tanto di giardinaggio e di lavoratori uguale rami secchi; però almeno rende l’idea). Peccato solo che la sostanza del problema rimanga.
E il problema - in questo primo scorcio di 2009 - non sono solo i licenziamenti. Ma il fatto che giornali e tiggì, come dire?, fatichino a trovare spazio e parole per parlarne. Per capirci: a “tagliare”, non è solo Pirelli. Ma per scoprire che anche il re dei maglioni Benetton chiuderà in tronco un intero stabilimento (quello di Piobesi; 20 chilometri da Torino), bisogna avere la pazienza di arrivare fino a pagina 120 dell’ultimo numero de “L’espresso”. Mentre proprio oggi: per sapere che Brembo, quella dei freni, manderà in cassintegrazione più di mille lavoratori (tra marzo e maggio, a rotazione), bisogna arrivare fino alla sezione “Economia” del solito “Corriere” (cioè da pagina 30 in avanti). E solo dopo aver fatto lo slalom tra notizie di ogni tipo. Compresa un’autentica chicca: il nostro ministro della Difesa, Ignazio La Russa ha indeciso di inviare a tutti i nostri soldati un manuale per buttar giù la pancetta (”eroici sì, grassi no”). Come a dire: uno scoop. Ma di cui si poteva tranquillamente fare a meno.
E dire che, invece, su internet basta poco. Basta digitare la famosa parolina con la “elle” su “Google” e subito si scopre che quella dei licenziamenti ha tutta l’aria di un vera e propria ondata. Che non risparmia nessuno. Nord. E sud. Aziende piccole; aziende medie; e aziende grandi. Solo negli ultimi dieci giorni: l’italianissima De Agostini ha aperto le trattative per licenziare 237 persone. La multinazionale Hugo Boss ha avviato le procedure per mettere in mobilità 59 dipendenti nel suo stabilimento in provincia di Macerata. Mentre la “Ratti” - azienda tessile del comasco, che fa viaggiare i suoi impianti al 50% - ha chiesto e ottenuto la cassaintegrazione per 520 dipendenti di tutti i reparti (per 12 mesi e a rotazione).
E ancora. Gli operai della Emilceramica, a Modena, hanno protestato contro altri 116 licenziamenti. La Asm di Avellino, che fa parte dell’indotto Fiat, ha tagliato 33 interinali (con tanto di coda di sciopero ad oltranza). Mentre la società di call center “Conversa” di Napoli ha deciso di chiudere direttamente i battenti. Lasciando con un palmo di naso i suoi 151 dipendenti. Va da sè che non è finita qui. Che ci sono anche fatti di cronaca eclatanti: due dipendenti di una impresa di pulizia, sempre a Napoli, hanno addirittura minacciato di buttarsi da una terrazza per paura di essere licenziate. Mentre - stando a un’interrogazione presentata dalla senatrice Pd, Colomba Mongiello - anche lo stato ha fatto la sua parte. Tagliando con la mannaia i fondi per i lavoratori socialmente utili. E mettendo a rischio altri 20.000 posti di lavoro in tutto il meridione. Ma niente da fare. Di questa ondata, sulle prime pagine della stampa titolata, non c’è traccia.
Qualcuno potrebbe dire che le Cnn e i New York Times de’ noantri si siano fatti contagiare dalle lune e dal celebre ottimismo del nostro presidente del consiglio. Che ultimamente preferisce discettare di bioetica, piuttosto che promettere (come faceva un tempo) milioni di posti di lavoro. Qualcun altro - sempre pensando male - potrebbe insinuare che alcune delle aziende che licenziano sono anche ottimi inserzionisti pubblicitari. E i più maligni potrebbero perfino ricordare che dietro alcuni giornali ci sono imprenditori che hanno attività che nulla hanno a che fare con l’editoria e che magari non hanno nessuna voglia di lavare certi panni sporchi in pubblico. Come Pirelli che è azionista, per coincidenza, proprio del Corriere della Sera. O la Fiat che è proprietaria de La Stampa e azionista del Corriere. E che pochi giorni fa - lo sapevate? - ha deciso di mettere in cassa integrazione (per un paio di settimane, a marzo) anche 5mila “colletti bianchi” (dopo gli operai a Natale). Ma noi bamboccioni alla riscossa non siamo maligni. E non vogliamo pensare male.
Anzi - al coraggiosissimo direttore del Corriere, Paolo Mieli; al valorosissimo collega de La Stampa, Giulio Anselmi e all’audace numero uno di Repubblica, Ezio Mauro - vogliamo fare i complimenti. Perchè siamo convinti che fossero animati dalle migliori intenzioni: evidentemente volevano distrarre i loro lettori da quella che i giornali di mezzo mondo definiscono la peggior crisi economica dalla Grande depressione. Non volevano guastargli le giornate, insomma. E ci sono riusciti. Informare, però, è un’altra cosa.
Fonte tratta dal sito .

domenica 15 febbraio 2009

Beppe Grillo a Piazza Farnese - Roma 28 gennaio 2009

sabato 14 febbraio 2009

Massoneria tra realtà odierna e antiche confraternite


La questione è di quelle inquietanti, il soggetto che la pone è di quelli da non sottovalutare. Si tratta del Li.si.po, il Libero sindacato di polizia, che in un comunicato stampa ha denunciato senza troppi giri di parole l’esistenza di «una regia dietro i continui sbarchi di clandestini nel nostro Paese». La ragione? «Vogliono minare le fondamenta della nostra società colpendo cultura e tradizioni». Capite che avanzata da chi quotidianamente si trova a lottare ad armi impari con l’immigrazione clandestina, l’ affermazione assume una gravità decisamente superiore al mero esercizio di denuncia.
Chi è il regista? Chi è il burattinaio? Non lo sappiamo.
Abbiamo molti indizi, alcune certezze ma nessuna prova contro alcuno. Di certo un mandante c’è, con tanto di nome: il mondialismo, ovvero l’ideologia che punta alla creazione di un unico governo mondiale eliminando il concetto di sovranità nazionale e di specificità.Esistono molte entità che si richiamano a questa ideologia politico-finanziaria, nessuna delle quali riteniamo burattinaia di alcunché. Esistono però delle assonanze che inquietano tra alcuni “programmi” e i fatti che accadono nel mondo: sicuramente si tratta di semplici combinazioni, ma è interessante capirne di più partendo da un fatto di cronaca che ci ha molto colpito nonostante il silenzio mediatico che l’ha accompagnato
Stando a quanto riportato qualche settimana fa dal settimanale 'L’Espresso' in un articolo a firma Primo Di Nicola, il mondo della massoneria italiana sarebbe in subbuglio. Motivo? L’ultima iniziativa del professor Giuliano Di Bernardo, l’ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia che nel ’93 uscì dall’organizzazione per fondare la nuova Gran Loggia regolare d’Italia. Di Bernardo, con la benedizione dei vertici internazionali della libera muratoria - a cominciare da quelli inglesi e americani - ha deciso di abbandonare definitivamente cazzuola e compasso per dar vita a una nuova organizzazione sovranazionale: l’Accademia internazionale degli Illuminati, costituita l’11 luglio scorso a Roma nello studio del notaio Giovanni Pocaterra, sede centrale in piazza di Spagna.
I suoi obiettivi? Molto ambiziosi. «Bisogna andare oltre la massoneria - spiega Di Bernardo - perché non è più in grado di comprendere i profondi e rapidi cambiamenti del mondo». Il motivo? Soprattutto la sua incapacità di cogliere il nuovo che avanza e alcune sue anacronistiche regole interne.«Per raccogliere le sfide della modernità - aggiunge Di Bernardo - ci vuole una nuova struttura capace non solo di comprendere le ragioni dei mutamenti sociali in atto, ma anche di orientarli».
L’Accademia, stando almeno agli annunci, sarà una organizzazione autonoma dalla massoneria, trasparente, aperta a tutti gli “eletti”, persone di particolari qualità, di ogni concezione politica e religiosa. E, per la prima volta, sarà aperta al gentil sesso.Qualcuno insinua però che sarà solo la lobby delle lobby. Ma Di Bernardo respinge l’insinuazione illustrando gli ideali che ispirano la sua Accademia: sarà composta di 12 sezioni che copriranno tutti i principali rami del sapere (filosofia, scienza, medicina, economia, politica e comunicazione, tra l’altro), ciascuna con un proprio responsabile.
Quanto alla sua diffusione, l’Accademia conta già filiazioni negli Stati Uniti d'America, Brasile, Ucraina, Russia, Cina, Francia, Inghilterra e Svizzera.Non c’è che dire, sentivamo veramente la mancanza di una lobby delle lobby, di nuovi super-grembiulini pronti ad assaltare tutti i campi del sapere con le loro illuminanti ricette. Ma ironia a parte, c’è qualcosa di inquietantein quanto annunciato da 'l’Espresso'.
Non tutti, infatti, sanno chi sono gli Illuminati, almeno nell’accezione storica e massonico classica del termine: vediamo di capirlo per sommi capi. Nella seconda metà del 1700, l’ex pretegesuita Adam Weisshaupt creò a Francoforte un gruppo segreto dal nome “Illuminati di Baviera”. Weisshaupt elaborò - all’incirca verso il 1770 - “Il Nuovo Testamento di Satana”, un piano che dovrà portare un gruppo ristretto di persone (gli Illuminati, appunto) ad avere il controllo del mondo intero. Per questo bisognava arrivare alla soppressione dei “governi nazionali” e alla concentrazione del potere in governi e organi sovranazionali, ovviamente gestiti dagli Illuminati.
Ecco alcuni esempi operativi sulle cose da fare: «(...) Creare la divisione delle masse in campi opposti attraverso la politica, l’economia, gli aspetti sociali, la religione, l’etnia (...) Se necessario armarli e provocare incidenti in modo che si combattano e si indeboliscano (...) Corrompere (con denaro e sesso) e quindi rendere ricattabili i politici o chi ha una posizione di potere all’ interno di uno Stato. (...)Scegliere il futuro capo di Stato tra quelli che sono servili e sottomessi incondizionatamente. (...) Avere il controllo delle scuole (licei ed Università) per fare in modo che i giovani talenti di buona famiglia siano indirizzati a una cultura internazionale e diventino inconsciamente agenti del complotto. (...)Assicurare che le decisioni più importanti in uno Stato siano coerenti nel lungo termine all’obiettivo di un “nuovo ordine mondiale”. (...) Controllare la stampa, per poter manipolare le masse attraverso l’informazione. (...) Abituare le masse a vivere sulle apparenze e a soddisfare solo il loro piacere, perché in una società depravata gli uomini perdono la fede in Dio».
Capito, creare scontri tra le diverse etnie: ovvio che per fare questo non serve scatenare guerre tra Stati. Basta aprire le porte all’immigrazione selvaggia generando non una ma mille guerre quotidiane.Secondo Weisshaupt, mettendo in pratica le sue raccomandazioni si doveva arrivare a creare un tale stato di degrado, di confusione e quindi di spossatezza, che le masse avrebbero dovuto reagire cercando un protettore o un benefattore al quale sottomettersi liberamente.Da qui il bisogno di costituire degli organi sovranazionali pronti a sfruttare questo stato di cose, fingendosi i salvatori della patria, per istituire un unico governo mondiale.
Nel 1871 il piano di Weisshaupt venne ulteriormente completato da un suo seguace americano, Albert Pike, che elaborò un documento per l’istituzione di un “nuovo ordine mondiale” attraverso tre guerre mondiali. Il suo pensiero era che questo programma di guerre avrebbe generato nelle masse un tale bisogno di pace, che sarebbe diventato naturale arrivare alla costituzione di un unico governo mondiale. La prima guerra mondiale doveva portare gli Illuminati, che già avevano il controllo di alcuni Stati Europei e stavano conquistando attraverso le loro trame gli Stati Uniti d’America, ad avere anche la guida della Russia. Quest’ultima avrebbe poi dovuto interpretare un ruolo che doveva portare alla divisione del mondo in due blocchi attraverso la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e l’instaurazione del comunismo. La seconda guerra mondiale sarebbe dovuta partire dalla Germania, portando la Russia a estendere la sua zona di influenza e rendendo possibile la costituzione dello Stato di Israele in Palestina. La terza guerra mondiale sarà basata sulle divergenze di opinioni che gli Illuminati avranno creato tra i sionisti e gli arabi, programmando l’estensione del conflitto a livello mondiale in uno scontro di civiltà.
Il Gruppo Bilderberg rappresenta uno dei più potenti gruppi di lavoro degli Illuminati nel mondo. Il gruppo nasce informalmente nel 1952, ma prende questo nome solo nel 1954 quando il 29 maggio viene indetto il primo incontro presso l’Hotel Bilderberg di Oosterbeek in Olanda. Tra i promotori del Gruppo bisogna menzionare almeno due personaggi: Sua Maestà il Principe Bernardo de Lippe di Olanda e Joseph Retinger un “faccendiere” polacco.Retinger viene descritto come l’istigatore del gruppo, la sua visione era costruire un’ Europa unita per arrivare a un “mondo unito in pace”, dove potenti organizzazioni sovranazionali avrebbero garantito con l’applicazione delle loro ideologie, più stabilità dei singoli governi nazionali. In realtà, il vero obiettivo era quello di formare un’altra organizzazione di facciata che potesse attivamente contribuire ai disegni degli Illuminati: la costituzione di un “nuovo ordine mondiale” e di un governo mondiale entro il 2012.
William Cooper, un anziano sottufficiale dei servizi segreti della Marina statunitense, incluse nel suo libro “Behold a pale horse” (Light Technology, 1991) del materiale top secret nel quale è illustrato il pensiero e la strategia adottati dal comitato politico del Gruppo Bilderberg. Questo documento programmatico ha un titolo quanto mai significativo “Armi Silenziose per delle guerre tranquille”. Il documento riporta la data del maggio 1979, ma fu ritrovato solo nel 1986. Il documento spiega la filosofia, le origini operative, i principi raffinati, le linee guida e glistrumenti di questa dottrina dalle “armi silenziose”. Ecco le principali aree in cui si articola questo programma:1) Perché serve un sistema economico per controllare le masse. 2) Come controllare l’economia mondiale attraverso l’istituzione di un modello economico che sia manipolabile eprevedibile. 3) Come addormentare le masse che subiscono l’attacco.
Linee guida perfettamente incarnate in alcune deliberazioni segrete del gruppo riguardo i problemi finanziari internazionali, la libertà di emigrazione e immigrazione, la libera circolazione dei prodotti senza dogane, l’unione economica internazionale, la costituzione di una forza internazionale con la soppressione degli eserciti nazionali, la creazione di un parlamento internazionale, la limitazione della sovranità degli Stati delegati all’Onu o a tutti gli altri governi sovranazionali.“La libertà di emigrazione e immigrazione”, ovvero l’apertura indiscriminata delle frontiere al fine di snaturare completamente un popolo e renderlo qualcosa di “altro”, un insieme di persone senza più alcuna coesione culturale e storica pronte quindi a perdere anche il concetto stesso di città, regione, nazione e patria. Uomini del mondo, apolidi votati al sincretismo religioso e totalmente passivi e indifferenti ai mutamenti che li circondano.
Ora, visto che un gruppo di Illuminati è sorto anche in Italia minacciando di occuparsi di tutti i campi del sapere, ci piacerebbe chiedere ai diretti interessati quanto hanno a che fare con gli Illuminati della tradizione massonica e chi sono i loro referenti politici in Italia e all’estero? Lungi da noi lanciare accuse o stabilire correlazioni direttetra ideologie e fatti, ma occorre chiarezza.Articolo di: Mauro Bottarelli apparso su 'La Padania' in data 18 Settembre 2002
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venerdì 13 febbraio 2009

I TABULATI DI GENCHI, LA NUOVA P2, LE TELEFONATE DISTRUTTE BERLUSCONI-CUFFARO


Premessa gridata: non ho le idee chiare su quanto sta accadendo intorno alla figura di Gioacchino Genchi. Mi arrovello, questo sì, lo ammetto: è un vicequestore – quindi un uomo dello Stato – al fedele servizio della Giustizia o un furbacchione che si è fatto prendere la mano dal ricco business delle intercettazioni?E’ un fido consulente della magistratura o, magari con il tempo, è caduto nella tentazione di usare quei tracciati telefonici come arma di ricatto nei confronti dei potenti?Non so dare risposte ma parto sempre dalla buona fede e poi – nel momento in cui ne scrivo e dunque in attesa di ciò che la Storia racconterà di lui tra qualche tempo – il paffuto e scaltro vicequestore in aspettativa mi sta simpatico. Sarà compito della magistratura – che su Genchi sta indagando – provare a squarciare il velo dei (mille) dubbi.
Le mie idee confuse – e diffidate cari amici di blog da chi sui giornali scrive di averle chiarissime al riguardo – non mi impediscono di mettere in fila fatti o di riflettere con voi su alcune coincidenze. Partiamo dai fatti. Ebbene, se vi andate a leggere il decreto con il quale la Procura di Salerno ha disposto il sequestro degli atti Why Not della Procura di Catanzaro, non vi sfuggiranno alcune cose. Certo, bisogna leggere le carte in profondità, come ho fatto per il Sole-24 Ore del quale mi onoro di essere un inviato.
In due inchieste – del 10 dicembre 2008 e del 25 gennaio 2009 - ho tracciato il quadro di quello che, sinteticamente, il quotidiano ha definito “la nuova P2” (le inchieste sono state riprese a man bassa e ne troverete tracce anche navigando su Internet). In questo comitato di interessi (chiamiamolo così), secondo Luigi De Magistris, operavano e operano personaggi e imprese per i quali il controllo delle intercettazioni telefoniche è solo un tassello di una rete molto ma molto più ampia di controllo dello Stato dal suo interno.Nel business delle intercettazioni ha gettato l’occhio (anzi l’orecchio) da tempo (e in maniera legittima, per carità, fino a prova contraria) Finmeccanica attraverso la sua società Datamat. E chi era l’uomo che da stava seguendo – secondo il Pm Luigi De Magistris – molto da vicino il caso per l’azienda? Luigi Bonferroni, chiacchieratissimo come massone anche se lui – da ultimo in una lettera inviata al Sole – ha smentito tutto. Bonferroni siede nel cda di Finmeccanica.
Ma, per farla breve, di questo “Grande Occhio e Grande Orecchio” del “Grande Fratello” che vive (e vuole vivere) all’interno dello Stato, fanno parte anche alcuni uomini e aziende che, nell’ordine, lavorano o lavoreranno proprio per conto dello Stato nella digitalizzazione degli archivi informatici della Giustizia, della Guardia di Finanza, delle pubbliche amministrazioni, delle Procure e delle Direzioni antimafia. Molti di loro sono in odore di massoneria deviata. Alcune società addirittura infiltrate da uomini – poi allontanati – della ‘ndrangheta che, come sanno i cultori della materia, in Calabria siedono spesso e volentieri nelle logge massoniche coperte. Anzi: copertissime.
Come Luigi De Magistris ha fatto mettere nero su bianco ai colleghi di Salerno, egli stava lavorando su una rete inconfessabile e inquietante di potere parallelo all’interno dello Stato. Insomma: la nuova P2. Se questo fosse vero – e i fatti che ho messo in fila nelle due inchieste sono lì a disposizione di tutti, anche per essere smentiti, ma con altri fatti, non a chiacchiere - si capisce dunque perché proprio sulle intercettazioni, il primo e più importante tassello del “grande fratello”, tantissimi politici e il premier Silvio Berlusconi, che della vecchia P2 aveva la tessera n.1816, abbiano fatto e facciano una battaglia senza precedenti: non solo sull’uso ma anche sul ricorso esterno ai consulenti.
Con Sua Emittenza stanno – si badi bene - parti importanti del Governo e dell’opposizione (opposizione? Bah, non me ne ero mai accorto!). Di qui al nuovo testo sulle intercettazioni telefoniche (che tutte le Procure difendono, attaccando il provvedimento governativo) il passo è stato breve. Ma perché proprio ora? Non lo sapevano da tempo i politici che Genchi (e non solo lui) lavora come consulente per le Procure (molte, in vero, non lo hanno mai amato troppo e questo va detto e ricordato). Non lo sapevano che l’uso dei file e della loro archiviazione o memoria andava regolamentato? Già, perché proprio ora…E allora veniamo alle riflessioni, sulla scorta di una storia che – chissà perché – alcuni raccontano solo tra i corridoi delle stanze del potere.
Bene. La storia e questa e parte da una premessa: Genchi avrebbe (sottolineo avrebbe) costituito una copia di tutti i file analizzati ed elaborati negli anni. In Italia o all’estero non si sa. Certo è che non sarebbe tecnicamente impossibile. Ebbene, in questi file – copiati a propria tutela e dunque per autodifesa, secondo i benevoli, copiati per essere sempre pronto a ricattare, secondo i maligni – Genchi avrebbe copia, in particolare, dei tracciati telefonici intercorsi proprio tra il premier Silvio Berlusconi,, l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu, alcuni magistrati antimafia, il Procuratore Antimafia Piero Grasso e Totò “vasa vasa” Cuffaro. Non necessariamente in questo ordine, anzi.
E perché sarebbero così importanti questi tracciati? Perché – secondo molti – conterrebbero la prova-provata che Cuffaro – sotto inchiesta per i suoi rapporti in odore di mafia – veniva costantemente aggiornato sullo stato dell’arte da Berlusconi. Fantasie? Non lo so, me lo auguro, ma per certo so che il 2 maggio 2008 il Gup di Palermo Fabio Licata ordinò la distruzione di tutte le intercettazioni dei colloqui tra Berlusconi e Cuffaro avvenute tra il 2003 e il 2004. Compresa quella in cui il 10 gennaio 2004 Berlusconi tranquillizzava Cuffaro sulle indagini che si stavano abbattendo su di lui. Ne era certo, avendone parlato con l’allora ministro dell’Interno Beppe Pisanu (che però nega di aver mai parlato con Berlusconi di queste vicende giudiziarie e che nell’attuale legislatura è diventato presidente della Commissione parlamentare antimafia). Nella stessa telefonata Cuffaro avverte Berlsuconi che c’è “qualche magistrato che fa le bizze”.
Un’altra cosa che so per certo è che alla distruzione delle bobine erano favorevoli i Pm Michele Prestipino, Nino Di Matteo, Maurizio De Lucia e Giuseppe Pignatone. Contro la distruzione si schierarono il Pm Antonio Ingroia, il collega Domenico Gozzo e il capo della Repubblica di Palermo Francesco Messineo che aveva preso il posto di…Di chi? Ma di Piero Grasso, nominato l’11 ottobre 2005 a capo della Procura nazionale antimafia, dopo essere stato a Palermo tra il 2000 e il 2004. Di Piero Grasso compaiono (e scompaiono) tracce nei tabulati di Genchi legati alla vicenda Why Not. Ora, proviamo a farci questa domanda a voce alta: ma se fosse vero che Berlusconi parlava delle inchieste con Cuffaro (e di almeno una telefonata abbiamo certezza), se fosse vero che Berlusconi apprendeva gli aggiornamenti (che girava a Cuffaro) da Beppe Pisanu, chi avvertiva Pisanu del procedere della situazione? La risposta potrebbe essere facile ma di facile in questa storia non c’è nulla e le apparenze sono fatte apposta per ingannare.
Pagherei oro per conoscere il contenuto di quelle telefonate (andate perdute per sempre?) e credo che non sarei l’unico. Il problema è che il mio oro sono pochi euro, mentre altri hanno a disposizione patrimoni inestimabili. Pazienza: mi rassegnerò nel nome della democrazia (sconfitta).Certo, infine, è che Gioacchino Genchi negli ultimi tempi ha fatto (a caso?) di tutto per tranquillizzare Berlusconi, gridando ai 4 venti che lui del premier non ha mai seguito un solo file sui tracciati telefonici. E di Grasso? E dell’ex ministro Pisanu il cui figlio è stato assunto in una società di Antonio Saladino, principale indagato dell’inchiesta Why Not avocata a De Magistris? E di altri procuratori antimafia? Chi vivrà (forse) vedrà e magari sarebbe bello che lo stesso Genchi rispondesse alle riflessioni che – insieme a voi amici di blog – sto facendo a voce alta.
Certo, ancora, è che giornali e giornalisti in questa vicenda si stanno schierando sempre più, millantando certezze, aizzando gli animi, servendo padroni (non i lettori, però, no) e perdendo di vista le notizie. Anche quelle che arrivano lontano da Roma o da Palermo.Come quella che arriva da Trieste, splendida città capoluogo delle serena regione Friuli-Venezia Giulia. Serena? Mica tanto, leggete qui.Il senatore Ferruccio Saro, vecchia volpe politica del Pdl, il 3 e il 6 febbraio ha inviato due interrogazioni parlamentari urgenti al ministro della Giustizia Angelino Alfano per sapere se era a conoscenza del fatto che a Trieste c’è un “Grande Fratello”, ubicato presso una struttura del Corpo forestale, in grado di intercettare e registrare (per i dettagli vi rimando alle interrogazioni che troverete nel sito www.senato.it alla voce “Saro” oppure alla puntata della mia trasmissione “Un abuso al giorno” del 5 febbraio, che potere ascoltare e scaricare su www.radio24.it ).
Di più, anzi. Saro chiede addirittura di sapere se è vero che questo “centro di ascolto” collocato a Pagnacco (in provincia di Udine, che finora conoscevo solo perché il 6 luglio 1942 vi morì il “prefetto di ferro” Cesare Mori), abbia fatto uso di microspie, Gps, telecamere e microcamere e in quali procedimenti siano stati utilizzati. E’ bene ricordare che essendo il Friuli-Venezia Giulia una Regione a statuto speciale, il Corpo Forestale dipende dalla Regione stessa e non dallo Stato e che, avendo lì il Corpo compiti anche di Polizia giudiziaria, le Procure possono assegnare e delegare intercettazioni (soprattutto in materia ambientale) al Corpo stesso. Questo accade anche in Sicilia dove però - me lo ha confermato l’assessore regionale all’Agricoltura e foreste Giovanni La Via - il Corpo forestale non ha nessun centro di ascolto autonomo ma fa riferimento, per locali e strutture, alle Procure.
Ora – mentre l’assessorato regionale della Regione Friuli-Venezia Giulia ha avviato un’inchiesta interna - non resta che attendere la risposta ufficiale del ministro della Giustizia Niccolò Ghedini. Pardon, scusate, volevo scrivere Angelino Alfano.Succede che alle volte mi confonda e pensi che in realtà la materia delle intercettazioni telefoniche – che entrano nella vita di tutti, che andrebbero regolamentate e che rappresentano solo un tassello, anche se il più importante, degli strumenti che attentano alla privacy e alla vita di uno Stato – è troppo importante per lasciarla regolamentare ai politici. Soprattutto ai politici-ombra o penombra (a destra, al centro e a sinistra).
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giovedì 12 febbraio 2009

La classe non è acqua


La classe non è acqua, ma non dev'essere nemmeno petrolio, almeno a giudicare dal comportamento delle grandi corporation petrolifere. L'ultimo scandalo vede protagonista l'americana Chevron, che dopo aver annunciato profitti per decine di miliardi di dollari, ha pensato bene di fare causa agli abitanti di un villaggio nigeriano, chiedendo cinquecentomila dollari di danni.
Lo scandalo sta nel fatto che Chevron era stata citata in giudizio dai locali, perché nel 1998 in occasione di una protesta pacifica su una piattaforma petrolifera nel campo di Parabe, aveva trasportato squadre della polizia con i suoi elicotteri sulla piattaforma per fronteggiare la protesta. Poi finì che la polizia scese sparando dagli elicotteri e uccise due persone, ferendone altre.
Così gli abitanti del luogo fecero causa e... la persero proprio sul finire dell'anno scorso, niente risarcimenti per l'inquinamento evidente, niente risarcimento per uccisioni e ferimenti durante la protesta. La giustizia nigeriana non è famosa per la sua velocità, ancora meno per l'impermeabilità alla corruzione. Il tribunale stabilì che Chevron non fu responsabile del comportamento dei militari.
A Chevron non è bastato e qualche testa fina deve aver pensato che, avendo avuto ragione in tribunale, era il caso di far capire a quegli sfacciati e agli altri come loro intorno al mondo che non si fa e ha fatto causa a tutti quelli che ha potuto, inclusi alcuni bambini, uno dei feriti durante la protesta e un altro che fu arrestato e torturato a lungo.Chevron non ha certo interesse al mezzo milione di dollari dei poveri nigeriani, che ancora oggi non hanno accesso all'acqua potabile e vivono in miseria dentro a baracche in un ambiente inquinato.Si tratta di una miseria a fronte di 23.4 miliardi di dollari di profitti solo nell'ultimo anno. Chevron e i suoi avvocati sanno inoltre benissimo che quei soldi non li incasseranno mai, visto che al villaggio una cifra simile non la vedono nemmeno in dieci generazioni.
Quello che interessa a Chevron e ai suoi avvocati è far sapere alle vittime della compagnia intorno al mondo, che a fronte di cause di risarcimento la reazione della compagnia sarà spietata e priva di riguardi, si tratti pure di vedove o di bambini in miseria.
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mercoledì 11 febbraio 2009

CELIACI, OVVERO…GENETICAMENTE MORTIFICATI

Grano OGM/aumento casi di celiachia? Sembrerebbe proprio di si? Negli anni ’70 il grano “Cappelli” venne irradiato in laboratorio con i raggi gamma per renderlo più produttivo e precoce. Ma a quale prezzo? Da allora i casi di intolleranza al glutine (contenuto nel frumento e in altri cereali) sono cresciuti in maniera esponenziale, arrivando all’incidenza di una persona malata ogni 100/150 (negli anni ’60 il rapporto era di uno ogni 1000/2000).
Sanità Celiachia grano frumento cereali pasta Creso Cappelli 1974 glutine ogm modificazione genetica raggi gamma reattore nucleare intolleranza malassorbimento giornalista Claudia Benatti Gazzetta di Modena professore Luciano Picchiai Eubiotica Gian Tommaso Scarascia Mugnozza CNEN Accademia delle Scienze incidenza malattia dieta terapia aumento incidenza ipotesi indagini pH causa effetto Italia persone.
C’era una volta, in Puglia, un grano duro di nome “Cappelli”. Fino agli anni ’60 questo alimento era alla base della dieta della popolazione pugliese, ma questo povero grano, unica varietà coltivata nel Mezzogiorno d’Italia, apprezzato per la qualità, era, purtroppo per lui e per noi, poco produttivo. Così, un bel giorno del 1974, il Professore Gian Tommaso Scarascia Mugnozza, (attuale presidente dell’Accademia delle Scienze) con un gruppo di ricercatori del CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) indusse una mutazione genetica nel grano duro denominato “Cappelli”, esponendolo ai raggi gamma di un reattore nucleare per ottenere una mutazione genetica e, in seguito, incrociandolo con una varietà americana. Dopo la mutazione, il povero grano era diventato “nano”, mostrando differenze, in positivo, in caratteri come la produttività e la precocità nella crescita.
Questo nuovo tipo di grano mutato geneticamente, non OGM, ma irradiato, fu battezzato “Creso” e, con esso oggi si prepara ogni tipo di pane, pasta, dolci, pizze, alcuni salumi, capsule per farmaci, ecc. (con questa farina si prepara circa il 90% della pasta venduta in Italia). Quello che pochi sanno è che, il grano Creso, è responsabile dell'enorme aumento della celiachia, per l'alterazione del pH digestivo e la perdita di flora batterica autoctona, che determinano anomale reazioni anche per l'aumento di glutine che quel tipo di grano mutato geneticamente ha apportato all'alimentazione umana.
Celiachia. Ovvero intolleranza permanente al glutine. Chi ne soffre, è costretto ad una dieta permanente priva di cibi e bevande che contengono questa proteina: essere celiaco è già una 'sfortuna', comporta l'assoggettamento ad una dieta rigida, la rinuncia a molti piaceri della tavola, l'esborso di una notevole quantità di denaro (i prodotti gluten-free sono molto costosi). Bisogna, insomma, adeguarsi ad uno stile di vita diverso da quello che siamo abituati a considerare normale.
E se la celiachia fosse il risultato di decenni di ripetuti e differenti interventi sulle varietà di grano che sta alla base della maggior parte del cibo che mangiamo? Questo si chiede Claudia Benatti, giornalista della Gazzetta di Modena, in un articolo inserito nel n. 193 di AAM Terranova. Nell’articolo raccoglie il parere del professor Luciano Pecchiai, storico fondatore dell'Eubiotica in Italia e attuale primario ematologo emerito all'ospedale Buzzi di Milano, il quale fornisce una spiegazione plausibile di questa correlazione causa-effetto, su cui occorrerebbe produrre indagini scientifiche ed epidemiologiche accurate. “E’ ben noto che il frumento del passato era ad alto fusto - spiega Pecchiai - cosicché facilmente allettava, cioè si piegava verso terra all'azione del vento e della pioggia. Per ovviare a questo inconveniente, in questi ultimi decenni il frumento è stato quindi per così dire “nanizzato” attraverso una modificazione genetica”. Appare fondata l'ipotesi che la modifica genetica di questo frumento sia correlata ad una modificazione della sua proteina e in particolare di una frazione di questa, la gliadina, proteina basica alla quale è dovuta l'enteropatia infiammatoria e quindi il malassorbimento caratteristico della celiachia.
Inoltre nessuno ancora ha trovato una spiegazione al fatto che l'incidenza della celiachia è aumentata in maniera esponenziale negli ultimi anni e l'allarme non accenna a rientrare: fino a qualche decennio fa, l'incidenza della malattia era di 1 caso ogni mille o duemila persone; oggi è 1 caso ogni 100 o 150 persone, con una crescita percentuale del 9% all’anno. In molti sostengono che l'aumento dei casi di celiachia sia una conseguenza del miglioramento delle tecniche diagnostiche, ma la spiegazione non convince, appare eccessivamente semplicistica e riduttiva.
Ad oggi, la dieta senza glutine, protratta per tutta la vita, è l'unica terapia in grado di garantire al celiaco una crescita quasi normale ed uno stato di salute del tutto sovrapponibili a quelli di un soggetto non celiaco. Detto questo, celiaci e non, con che occhi guardate ora un piatto di pasta?
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martedì 10 febbraio 2009

CORSA AGLI SPORTELLI, TRE ORE ALL' APOCALISSE FINANZIARIA


Sportelli chiusi.Bancomat spenti.Home banking inaccessibile.Impossibile ritirare e trasferire denaro.Praticamente la fine del sistema economico.
Questo è lo scenario che i risparmiatori inglesi, e probabilmente tutti i risparmiatori del mondo come conseguenza, stavano per trovarsi davanti il 10 ottobre 2008 ed è stato scongiurato per sole 3 ore.Il ministero del Tesoro stava preparando l’ordine di chiusura degli sportelli bancari, lo stop alle transazioni elettroniche ed il blocco totale dei bancomat.
Il primo ministro Gordon Brown stava per apparire in tv a reti unificate per annunciare che l’intero sistema finanziario inglese sarebbe stato nazionalizzato.Questa è la rivelazione che ha fatto trapelare il ministro Paul Myners solo un paio di settimane fa riguardo gli eventi del 10 ottobre 2008, quando Unicredit perdeva il 12% e Londra perdeva il 10%.
Non ricordiamo esattamente i titoli dei giornali del 10 ottobre 2008 e del giorno successivo, ma siamo abbastanza certi che nessun giornale e nessuna tv hanno sollevato l'argomento, se non per lamentare il classico "venerdì nero".
Il ministro Paul Myners si è spinto oltre e ha rivelato che il tracollo è stato evitato per sole tre ore per non meglio definiti "febbrili accordi dietro le quinte".
Chissà che tipo di accordi febbrili..
La causa del tracollo.
Sempre il ministro, con il consueto aplomb britannico, ci ha informati che la causa è stata una "segreta corsa agli sportelli", con protagonisti, si badi bene, "importanti titolari di deposito" che hanno ritirato i loro depositi in massa.
Ricordiamo che la corsa agli sportelli è la fine di una banca. Si salvano solo i primi che riescono a ritirare i pochi liquidi rimasti. Tutti gli altri restano con un pugno di mosche, con la possibilità di riavere - forse - i propri risparmi "garantiti" quando il governo lo concederà.E così, mentre la maggior parte dei cittadini ignari rischiavano di restare senza contanti, alcuni enormi investitori si affrettavano a stipare i loro quattrini sulle scialuppe di salvataggio e mettersi in salvo, accelerando ancor di più il disastro e lasciando di fatto in condizioni disastrate i piccoli risparmiatori.Con tanto di probabili disordini di piazza e ragionevolmente coprifuoco.
Per la cronaca, il ministro è stato accusato di essere un completo irresponsabile per aver rivelato la notizia mentre è comunque in corso una grave recessione.
ANCHE NEGLI USA A POCHE ORE DALL' APOCALISSE FINANZIARIA
Visto sul forum di Crisis a proposito di corsa agli sportelli.Abbiamo visto che il 10 ottobre 2008 il sistema bancario inglese è arrivato a sole 3 ore dall’apocalisse.Apprendiamo, grazie all’intervento di un poster del forum di crisis, che un analogo rischio, se non più grave, è stato corso negli USA il 15 settembre, con un'enorme corsa agli sportelli elettronica.Il tutto è avvenuto online. In un mondo in cui gli scambi finanziari sono digitali, le corse agli sportelli sono molto silenziose e ben poco visibili ai più, se non quando il fatto è ormai compiuto.
Qualche esempio: Fortis, la banca belga-olandese (titolare del marchio ABN AMRO) nazionalizzata nell’autunno scorso, ha visto un enorme deflusso di risparmi attraverso il web nel momento del tracollo.Idem per Northern Rock: per tre giorni abbiamo visto le file agli sportelli, ma il grosso del trasferimento del contante è avvenuto per via digitale, con i clienti business a fare da padrone nello spostamento per volumi.Qui un interessante approfondimento sulle corse agli sportelli silenziose nell’era digitale.Torniamo al giorno in cui il sistema bancario americano fu prossimo alla fine, il 15 settembre 2008, per l'assalto agli sportelli per via digitale.
Racconta il membro del congresso Paul Kanjorski:
il conseguente tentativo d'infondere 1.5 miliardi di dollari non è servito neppure a rallentare la fuga di denaro. Hanno dovuto chiudere i conti, bloccare i trasferimenti e annunciare la copertura dei conti per 250.000 dollari.
Ancora Kanjorski
Se non avessero fatto questo entro le 5 del pomeriggio sarebbero stati svuotati 5.5 trilioni dal sistema bancario Americano, l’intera economia degli Stati Uniti sarebbe crollata, ed entro 24 ore l’intera economia mondiale sarebbe crollata.Abbiamo discusso allora di cio’ che sarebbe potuto accadere se fosse andata così.Sarebbe stata la fine del nostro sistema economico e del nostro sistema politico come lo conosciamo.
Nientemeno.Strano che la notizia non sia trapelata.Cioè, strano... insomma.Detto tra noi, la situazione non è migliorata da allora.
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