martedì 30 giugno 2009

Mercurio nel pesce anche in Italia


Appello dei Gruppo Zero Mercury alle Nazioni unite per sollecitare un intervento internazionale su una grave emergenza sanitaria. In Italia occhi puntati sul pesce spada..."La consistente presenza a livello mondiale di metilmercurio nel pesce richiede una risposta significativa da parte dei governi e delle Nazioni Unite". Così recita l'appello del gruppo Zero Mercury, presentato alle Nazioni Unite che la prossima settimana si riuniranno a Nairobi per discutere lo sviluppo di un trattato vincolante sul mercurio. Secondo il rapporto " Mercurio nei pesci: un'emergenza sanitaria a livello globale" pubblicato dal gruppo di lavoro, il rischio è più alto per le popolazioni il cui consumo di pesce pro capite è elevato e nelle aree dove l'inquinamento ha aumentato il contenuto standard di mercurio in questo alimento. Ma i pericoli del metilmercurio riguardano anche i luoghi dove c'è un minore consumo ittico e i livelli medi di mercurio accumulato nei pesci sono relativamente bassi.
Il monitoraggio condotto ha evidenziato che la situazione più grave è in India, dove c'è una media pro capite di assunzione di pesce molto alta e livelli di mercurio nel pesce disponibile localmente elevati (25 delle 56 varietà analizzate contengono più di 0,5 mg/kg di mercurio, limite massimo consentito dagli standard internazionali). Non è migliore la situazione nelle Filippine, né in sei Paesi europei esaminati.In Italia su 26 campioni analizzati solo in Europa, il pesce spada fresco pescato nel canale di Sicilia ha presentato i livelli di concentrazione di mercurio più elevati 1,6 mg/Kg e il tonno sempre proveniente dal canale di Sicilia ha superato, anche se di poco, il limite massimo consentito dagli standards internazionali di 0.5 mg/Kg.
"La contaminazione di pesci e mammiferi è una preoccupazione globale per la salute pubblica - ha dichiarato Michale Bender, co-autore del report e membro del Zero Mercury Workin Group -. Il nostro studio su pesci prelevati da diverse località del mondo ha mostrato che livelli di esposizione al metilmercurio accettati sono stati superati, spesso ampiamente, in ogni Paese e area interessati dall'indagine".Di Zero Mercury fa parte anche Legambiente, che chiede di riconvertire entro il 2010 gli impianti clorosoda esistenti, una delle principali fonti di inquinamento da mercurio. "Nel nostro Paese dove sono presenti ben 4 siti chimici che utilizzano tale tecnologia inquinante ed obsoleta - ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente - E' fondamentale, pertanto, che la Commissione Aia del Ministero dell'Ambiente vincoli il rilascio delle nuove autorizzazioni alla riconversione alla tecnologia a membrana entro il 2010 e, nello stesso tempo, si intervenga presto con le bonifiche dell'inquinamento pregresso, causato da decenni di attività di questi impianti. Proprio per questo Legambiente chiede al Ministero di velocizzare gli interventi che devono essere ancora attuati da molte aziende".
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domenica 28 giugno 2009

Codex alimentarius: il genocidio è servito



Firma subito la petizione per bloccare il Codex .

sabato 27 giugno 2009

Nanonoia


Oggi la scienza delle nanotecnologie ha sviluppato sistemi che possono ricevere segnali radio, rilasciare farmaci attraverso le membrane cellulari, usare il D.N.A. per assemblare strutture di carbonio e d’oro a livello molecolare. La nanotecnologia ha creato elementi biologici che possono produrre virtualmente qualsiasi cosa, usando il D.N.A. dell’escherichia coli. L’”accidentale” rilascio di sostanze chimiche nell’ambiente può coincidere con la distribuzione di nanostrutture con diversi scopi e con particolari metodi. Oggi troviamo sostanze chimiche nell’aria e nell’ acqua: sono sostanze delle quali non sappiamo spiegare la presenza. Gli alimenti sono spesso avvolti in involucri di plastica le cui proprietà chimiche sono idonee alle esigenze delle nanotecnologie. I dolcificanti artificiali ed i metalli pesanti ci avvelenano ormai da generazioni: sono una spaventosa miscela di ingredienti chimici.
Queste sostanze chimiche potranno essere usate per rifornire in futuro installazioni sotterranee. Non ancora usati (non ne siamo certi, n.d.t.), ma comunque disponibili, questi materiali possono essere assemblati in configurazioni appropriate attraverso nanostrumenti attivati da segnali radio. Questi segnali passano attraverso i muri e le strutture, grazie al sistema DTV (televisione digitale), introdotto nel 2009. Tutto ciò si lega ad altri aspetti problematici, ossia la crisi del sistema capitalista, del paradigma del libero mercato ed il collasso dell’ economia mondiale.
Il futuro orwelliano sembra essere stato evitato, ma solo attraverso un cambiamento: il Grande fratello è potenzialmente dentro di noi. Il futuro di Aldous Huxley, di un’umanità geneticamente modificata affinché sia controllata, è dietro l’angolo. Mentre Hans Moravec, che ha programmato la più vasta ricerca nell’ambito della robotica presso il Carnegie Mellon, è convinto di poter creare un androide senziente entro i prossimi trent’anni, la convergenza della nanotecnologia, della biotecnologia, delle scienze informatiche e della psicologia cognitiva, sta definendo la traiettoria del futuro per l’umanità. La nanotecnologia non è una tappa accidentale. Proviamo ad immaginare la possibilità di controllare la combustione umana spontanea o virus in grado di divorare la carne nelle mani di un moderno Adolf Hitler. L’intero processo potrebbe essere più "pulito" e più efficiente con l’applicazione della nanotecnologia. Si deve temere l’eliminazione dell’80% della popolazione mondiale come ultimo traguardo.
Che cosa ci potrà preservare da questo futuro? Questa è un’importante domanda per la quale non disponiamo nell’immediato di una risposta.
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venerdì 26 giugno 2009

"Arriva il gelato ogm. Il cono che non si squaglia"


Via libera al gelato ogm. Dopo il semaforo verde della Commissione europea, già quest'estate nei 27 paesi della Ue si potranno vendere coni "very strong", capaci di resistere a temperature polari senza perdere cremosità. Grazie a un gene rubato a un pesce artico, i gelati transgenici saranno resistenti come dischi dell'hockey su ghiaccio: potremo metterli nel più glaciale dei freezer per farli resistere più a lungo senza squagliarsi.La proteina sintetica utilizzata dalla Unilever si chiama Isp (Ice Structuring Protein) ed è derivata da un lievito geneticamente modificato. Avendo ottenuto l'approvazione prima dell'Efsa (l'Autorità europea per la sicurezza alimentare) e poi della Commissione europea, potrà essere inserita nella categoria dei novel foods come ingrediente alimentare nel ghiaccio.Ma non tutti sembrano apprezzare la concentrazione tecnologica sulle performance termiche del gelato. "I ricercatori dell'Indipendent Science Panel già nel 2006 avevano dimostrato che la proteina della Unilever costituisce un allergene - commenta Nicoletta De Cillis, della Fondazione Diritti Genetici - Per di più il nuovo ingrediente sarà etichettato semplicemente come proteina Isp in base alla attuale normativa Ue che non sottopone casi come il gelato della Unilever alla regolamentazione prevista per gli Ogm".
La Unilever difende la sicurezza del suo brevetto perché il lievito ogm viene rimosso nel prodotto finale, e sostiene che i nuovi gelati saranno più dietetici e meno costosi. "La normativa varata nel 2000 è molto rigorosa", aggiunge Leonardo Vingiani, direttore di Assobiotec. "Non si può essere favorevoli all'Efta quando boccia un prodotto ogm e contrari quando ne approva un altro. È ora di affrontare la materia in maniera scientifica".Preoccupata invece Coldiretti che ha reso pubblica una ricerca Swg da cui risulta che le proteine transgeniche non sono gradite a tre italiani su quattro. Secondo l'associazione degli agricoltori, si mette a rischio l'immagine generale di un settore del made in Italy che ha visto aumentare le esportazioni di gelato del 43 per cento in termini di fatturato nel primo mese del 2009. In Italia il mercato dei gelati vale 5 miliardi di euro: 15 chili l'anno a persona per coppe, coni, bastoncini e vaschette per il 60 per cento di tipo artigianale.
Ed è proprio questo il centro della polemica. I produttori italiani vogliono rafforzare un trend che ha visto salire i consumi dei prodotti locali e dei gelati a "chilometri zero": dall'amarone in Veneto al pistacchio di Bronte in Sicilia, dal bergamotto in Calabria ai frutti di bosco di Cuneo, dal gelso siciliano al latte di asina veneto, dal gelato di ricotta al gelato al latte di bufala. Grazie alla creatività italiana si è arrivati ormai a 600 tipi di gusti e le gelaterie artigianali sono ormai 35 mila.
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giovedì 25 giugno 2009

L'Onu cambia idea sulle droghe

La repressione ha fallito. Una convinzione che viene ufficializzata dal portavoce dell'Ufficio su droga e crimine dell'Onu. No alle pene troppo severe. Le dipendenze sono malattie da curare.
Per la prima volta da quando è stato fondato l'Onu chiede a gran voce di modificare l'approccio al problema della droga. Serve "meno impegno della polizia con gli utenti, più sforzo con i trafficanti", si legge nella prefazione firmata dal direttore Antonio Maria Costa.
Con le inevitabili prudenze del suo ruolo, l'Ufficio dell'Onu su droga e crimine, "apre" all'ipotesi di politiche diverse dal carcere per i tossicodipendenti. "La droga continua a essere una minaccia per la salute", si legge nelle prime righe del rapporto 2009 Unodc, e viene ribadito che "legalizzare le droghe sarebbe un errore storico". Ma esaminando con un'inedita apertura le ragioni portate dagli antiproibizionisti, l'Unodc rivendica a sé l'allarme per i grandi incassi che i divieti portano alla criminalità organizzata e sottolinea: "Questi sono argomenti validi".
Secondo Costa, la soluzione è elementare: "Più controllo sul crimine, ma senza diminuire i controlli sulla droga". Poche righe più avanti si ribadisce l'esigenza della "tutela della salute dei tossicodipendenti", insistendo sulla necessità di combattere il traffico, invece che reprimere il consumo.
Antonio Maria Costa ribadisce che il compito della sua agenzia è quello di tutelare allo stesso tempo salute e sicurezza. L'Unodc pone un "doppio NO": no alle droghe, no al crimine. "Il crimine organizzato", scrive il direttore, "non scomparirà con la legalizzazione della droga": per tenere in vita le mafie bastano altri traffici.
Costa critica anche "le legislazioni che impongono pene troppo severe, poi non applicate". E l'abitudine a cambiare prospettiva - e leggi - su base politica. "La dipendenza è una malattia. E non esistono terapie di destra o di sinistra per cancro e diabete". L'allusione, secondo Repubblica, è a molti governi occidentali: da quello Usa a quello italiano, che nel 2006 ha cancellato la distinzione fra sostanze "leggere" e "pesanti". Ma soprattutto a quello di Gordon Brown, che sulla base di valutazioni elettorali voleva spostare la cannabis nell'elenco delle sostanze più pericolose, ignorando platealmente le raccomandazioni degli scienziati, dallo stesso premier mobilitati sull'argomento.
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mercoledì 24 giugno 2009

Per il nucleare 30 miliardi dalle tasche degli italiani

Il comitato “Sì alle energie rinnovabili, no al nucleare” ha messo sul tappeto tutte le ragioni per opporsi alla scelta del governo: costa 30 miliardi di euro, drena risorse alle energie pulite e non aiuta per gli obiettivi al 2020.
Il ritorno dell'Italia al nucleare deciso dal governo è un passo “costoso, sbagliato, pericoloso, grave, è uno slogan con motivazioni scientifiche del tutto infondate, che si porta avanti raccontando un sacco di balle". Non fa sconti il comitato “Sì alle energie rinnovabili, no al nucleare” che ha già nel nome il proprio programma, lanciando la propria opposizione al progetto atomico del governo.Il comitato annovera tra i membri fondatori – tutti aderenti a titolo individuale - nomi storici dell’ambientalismo, personaggi del mondo della scienza e della cultura, politici e parlamentari. Il suo obiettivo è di sollecitare l’adozione di scelte rigorose in materia di energia, volte non solo alla riduzione degli sprechi e al risparmio energetico ma, sulla scia delle esperienze più avanzate a livello europeo e mondiale, alla costruzione di un nuovo modello economico, sociale, occupazionale, basato su innovazione tecnologica e rispetto dell’ambiente; un mix a cui viene assegnata una rilevanza strategica, soprattutto in considerazione della devastante crisi economica internazionale.La scelta del governo, denuncia Alfiero Grandi, membro della presidenza del comitato, "è un atto grave, un errore politico sul quale non c'è ancora sufficiente attenzione". Questo anche perché nel dibattito parlamentare “è difficile far entrare la posizione di chi non c'è, come il nostro comitato - spiega Grandi - abbiamo chiesto al presidente Schifani di poter dire la nostra, ma deve essere arrivata una chiamata all'ordine molto forte nei suoi confronti, perché ci ha detto che non ci sono le condizioni".Entrando nel merito, dice il comitato, il nucleare è una decisione sbagliata e molto costosa e tutti i conti che sono stati fatti sono assolutamente falsi. Infatti si spiega come un impianto di quelli di cui si parla non può costare meno di 7 miliardi e ciò significherebbe che ci si trova di fronte “ad un’operazione da 30 miliardi di euro, se i conti non aumenteranno ancora", come successo in Francia e Finlandia.Resta poi il tema delle scorie, ricorda Alfiero Grandi, del tutto irrisolto con costi non calcolati nell'ambito dell'operazione. Inoltre, il progetto nucleare “non aiuta di una virgola" il raggiungimento degli impegni di Kyoto e del pacchetto 20-20-20 dell'Unione europea, a tutto danno delle energie rinnovabili.
Gianni Mattioli, docente di Fisica alla Sapienza e membro del panel scientifico del comitato parla di "stupore e sconcerto", e racconta di come avesse chiesto un incontro con la comunità scientifica al ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, incontro richiesto "da ampi settori dell'università". Però questo non c'è mai stato con nessun settore della comunità scientifica. In tutto ciò, “le motivazioni portate all'opinione pubblica sono scientificamente del tutto infondate”, dice Mattioli, parlando della "enormità delle menzogne" raccontate alla gente. Restano i rischi legati "al rilascio di radiazioni in condizioni di routine degli impianti", tale che "non c'è soglia accettabile, ma di questo non c'è traccia". Massimo Scalia, anch'egli docente di Fisica alla Sapienza e membro del comitato, denuncia che si stanno "mettendo le mani nelle tasche degli italiani" per un piano da 30 miliardi che ha "natura del tutto ideologica", visto che 4 impianti nucleari Epr daranno "meno del 10% dei consumi elettrici al 2020-2025". E quando si parla di 'problema delle scorie risolto' si dicono "un sacco di balle". Siamo difronte ad una battaglia ideologica dice il comitato. Ma forse più semplicemente di fronte ad interessi economici di pochi gruppi industriali. In molti evidenziano il fatto che uno sforzo da 30 miliardi sottrarrebbe ingenti risorse indispensabili per gli interventi da fare oggi, e non nel 2025, necessari per affrontare i problemi della crisi climatica ed economica.La posizione del comitato, ma anche di molti oppositori al nucleare, è che sia arrivato ormai il momento di far salire l’attenzione e la mobilitazione del paese su questo tema e far capire all’opinione pubblica come questa strada imboccata dal governo Berlusconi sia superata da nuove posizioni internazionali e da nuove strategie economiche per gran parte orientate verso le tecnologie energetiche pulite.
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martedì 23 giugno 2009

Senza lavoro? Diamoci all'ecologia!


La Green Economy offre molte più opportunità di lavoro rispetto ai settori tradizionali. Secondo un rapporto lanciato dal WWF il futuro del lavoro è tutto verde. Ad oggi 3,4 milioni di posti di lavoro europei sono legati alle rinnovabili e all'efficienza energetica contro i 2,8 milioni dell'industria pesante. In Italia c'è molto da fare...

"Il futuro del lavoro è verde": in Europa almeno 3,4 milioni di posti di lavoro sono direttamente legati alle energie rinnovabili, alla mobilità sostenibile, ai servizi per l'efficienza energetica. Ai primi posti della classifica ci sono Germania e Spagna, nei confronti delle quali l'Italia ha ancora molto lavoro da fare: basti pensare che nel solare fotovoltaico il nostro Paese offre appena 1.700 posti di lavoro, contro i 42.000 della Germania e i 26.800 della Spagna; nel solare termico, 3.000 posti di lavoro in Italia contro i 17.400 della Germania. È quanto evidenzia lo studio "Low carbon jobs for Europe" (Lavori a basso contenuto di carbonio per l'Europa) lanciato oggi dal WWF alla vigilia della riunione del Consiglio Europeo del 18-19 giugno a Bruxelles. "Questo studio - ha dichiarato Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia - evidenzia chiaramente chi sono i vincitori della sfida e dimostra che le politiche e le tecnologie 'amiche del clima' danno un contributo fondamentale allo sviluppo dell'economia".


Secondo lo studio, "almeno 3,4 milioni di posti di lavoro in Europa sono direttamente legati ai settori delle energie rinnovabili, della mobilità sostenibile e dei beni e servizi per l'efficienza energetica, contro i 2,8 milioni di posti di lavoro garantiti da settori inquinanti come attività estrattive, elettricità, gas, cemento e industrie del ferro e dell'acciaio. E si prevede che l'economia "low-carbon", a basso contenuto di carbonio, continuerà a espandersi in futuro mentre l'impiego nelle industrie estrattive, inquinanti e climalteranti continuerà a diminuire".
In Europa circa 400.000 persone sono impiegate nel settore delle energie rinnovabili, circa 2,1 milioni per la mobilità sostenibile e oltre 900.000 in beni e servizi per l'efficienza energetica.

Ai primi posti dei lavori "verdi" sono Germania, Spagna e Danimarca per l'eolico, Germania e Spagna per l'energia solare. L'Italia, rimasta indietro, ha però insieme alla Francia la migliore offerta di veicoli a basse emissioni di carbonio, anche se, rileva lo studio, "questo dato si scontra col fatto che, nel nostro Paese, è ancora assolutamente inadeguata l'offerta di trasporto pubblico".

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lunedì 22 giugno 2009

Acido L-Ascorbico - Ascorbato di Sodio



domenica 21 giugno 2009

Stealth e scie chimiche nei cieli di Wichita (Texas)





In Texas, un testimone, Daniel, ha avvistato il 6 febbraio scorso uno strano velivolo, quasi certamente un apparecchio militare. L'uomo ha affermato di aver scorto l'aeromobile, che produceva un ronzio, mentre usciva da una nube a velocità molto sostenuta. L'oggetto, nella foto scattata da Daniel, appare di un colore nero lucente che riflette i raggi solari. E' probabile che il velivolo in questione sia un aereo militare, per almeno due motivi: Wichita non è distante dalla base MC Connell e nelle istantanee si notano delle inconfondibili chemtrails, una espansa ed altre più sottili. Il cielo è poi la solita poltiglia chimica di colore biancastro.
Secondo il ricercatore Dirk Vander Ploeg, l'oggetto fotografato da Daniel potrebbe essere un B Stealth, mentre trasporta un drone simile ad un SR-71 Blackbird. Nella fotografia ingrandita, si nota la sagoma a forma di manta tipica dello Stealth, il cosiddetto aereo invisibile.

Leggi qui la testimonianza dell'avvistamento.

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sabato 20 giugno 2009

L'energia arriva dal deserto

Nel Mojave Desert, tra la California e il Nevada, è in costruzione la più grande centrale solare del mondo
Il Mojave desert suscita teneri ricordi in tutti gli appassionati di film western. Con la sua Valle della morte e stato spesso lo scenario di pellicole che hanno suscitato emozioni in più di una generazione. Da ora sarà il teatro di uno dei più importanti investimenti in materia di energia, destinato ad avere profonde conseguenze sul nostro futuro materiale: la Pacific Gas and Electricity, la più grande compagnia californiana per la distribuzione di energia elettrica ha commissionato alla Solel, una compagnia israeliana, la costruzione della più grande centrale solare mai costruita. Sorgerà nel Mojave Desert a cavallo tra la California e il Nevada ed avrà una potenza di 553 megawatt.
La sua produzione sarà in grado di soddisfare l'esigenza di 400.000 utenti, il 20 per cento dei clienti della compagnia californiana, una città di medie dimensioni come Bologna. La tecnologia utilizzata è la medesima di quella instatllata dalla Acciona, compagnia spagnola partner dell'Enel per l'acquisto di Endesa, pochi mesi fa a sud di Las Vegas. I pannelli solari saranno oltre un milione, scalderanno l'acqua a 400 gradi che a sua volta alimenterà una serie di turbine che produrranno elettricità. L'impianto entrerà in funzione nel 2011 e fa parte di un vasto programma di investimenti della Pacific Gas. Da tre anni,ad esempio la compagnia ha avviato un programma di allacciamento con i privati che possiedono impianti a pannelli solari: sono già 15.000 i californiani che le cedono energia e entro il 2012 dovrebbero diventare 60.000. Complessivamente, nel 1011 la Pacific Gas conta di soddisfare I propri clienti con oltre il 30% di energia da fonti rinnovabili tra solare, geotermia ed eolica.
La Solel Solar System, con sede in Israele è, invece, impegnata su piu fronti negli Usa. In collaborazione con la compagnia spagnola Sacy-Vallehermoso, sempre in California sta rinnovando impianti solari per una potenza complessiva di 100 megawatt. Il suo portafolio ordini e impressionante: oltre 100.000 le richieste di pannelli parabolici giunte alla compagnia israeliana. Primi paesi richiedenti Usa e Spagna. Per la California il solare resta la via principale per produrre energia elettrica in alternative ai combustibili fossili. Gli spazi ed il clima lo consentono anche su grande scala come dimostra l'investimento della Pacific Gas.
Ad andare in questa direzione ha contribuito molto l'investimento deciso dal governatore della California. Due anni fa il parlamento dello stato ha stanziato due miliardi di dollari per finanziare gli impianti solari per le nuove costruzioni. Entro il 2016 il 50% dei nuovi edifice sara dotato di un impianto a pannelli solari. I cittadini trovano oltremodo conveniente l'investimento non solo perché è supportato da contributi statali, ma anche perché tutte le compagnie elettriche si stanno facendo carico di allacciare i piccoli impianti alla rete. Secondo la Pacific Gas entro il 2020 la produzione dei cittadini ceduta alla rete potrebbe soddisfare dal 7 al 10% del fabbisogno californiano di energia elettrica. Questo senza calcolare il consumo diretto del produttore. È una rivincita del consumatore nei confronti soprattutto delle grandi compagmie petrolifere che in questa congiuntura continuano a macinare utili record: la Exxon, ad esempio, ha annunciato un nuovo anno record con quasi 40 miliardi di dollari di utili, il quarto risultato di sempre nella storia del capitalismo.
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venerdì 19 giugno 2009

La Bayer va esclusa dal programma Global Compact delle Nazioni Unite


Caro Signor Georg Kell,
la Coalizione contro I pericoli derivanti dalla Bayer, un network internazionale con base in Germania, sta monitorando da oltre trenta anni le attività della compagnia chimica e farmaceutica Bayer. Lavoriamo su un’ampia gamma di questioni: le emissioni nocive degli impianti della Bayer, i pericoli causati dai prodotti della Bayer (pesticidi, farmaci, sostanze chimiche), gli incidenti negli impianti della Bayer, le pressioni corporative esercitate, le condizioni di lavoro ecc.
Con questa lettera desideriamo sottoporle la nostra protesta per le recenti gravi violazioni dei principi e delle misure di integrità del programma Global Compact da parte della Bayer. La partecipazione della Bayer a tale programma va a detrimento della reputaziome e della credibilità del Global Compact e dei suoi partecipanti.
La situazione della sicurezza sul sito della Bayer di Institute negli Stati Uniti rimane critica. Vi si producono e vi sono immagazzinate grandi quantità di sostanze chimiche altamente tossiche quali il Metil-isocianato (MIC) e il fosgene. Incidenti anche gravi, vi avvengono regolarmente. Negli anni '80 la fabbrica apparteneva alla Union Carbide ed era considerata l'impianto gemello di quello tristemente famoso di Bhopal in India, dove, nel dicembre del 1984, fuoriuscirono 30 tonnellate di MIC e morirono almeno 15.000 persone. In nessun altro posto degli stati Uniti vengono oggi prodotte e immagazzinate quantità così grandi di MIC.
Nell'Assemblea degli azionisti dello scorso anno, l'amministratore delegato della Bayer, Werner Wenning, ha negato la necessità di qualunque intervento, dicendo che l'impianto era conforme agli standard più recenti e che aveva un tasso di incidenti ottimo. Malgrado queste assicurazioni, il successivo grave incidente all'impianto avvenne dopo soli quattro mesi, il 28 agosto, quando a Institute esplose una cisterna di stoccaggio. Due lavoratori morirono e i residenti locali furono costretti a rimanere in casa per molte ore. I tremori furono avvertiti in un raggio di oltre 15 chilometri e i testimoni oculari parlarono di onde d'urto simili a quelle dei terremoti.
La Occupational Safety and Health Administration OSHA (l'Ente statunitense per la sicurezza e la salute sul lavoro), dopo aver analizzato l'incidente ha sollevato critiche ai sistemi di emergenza risultati difettosi, alle procedure d'emergenza non adeguate e alla mancanza di preparazione dei dipendenti. In totale l'OSHA ha identificato 13 serie violazioni delle regole sulla sicurezza.
Peggio ancora, secondo una investigazione condotta in aprile dal Congresso degli Stati Uniti, l’area in questione è scampata per miracolo a una catastrofe che avrebbe potuto essere peggiore di quella del 1984 a Bhopal. Gli investigatori del Congresso hanno scoperto che l’esplosione “è andata pericolosamente vicina” a danneggiare un serbatoio di stoccaggio di MIC. Se la cisterna esplosa avesse colpito il serbatoio di MIC “le conseguenze avrebbero potuto oscurare il disastro del 1984 in India” (vedi: http://energycommerce.house.gov/index.php?option=com_content&view=article&id=1583&catid=133&Itemid=73).
Il rapporto degli investigatori aggiunge: “Le prove raccolte dal Comitato investigativo, dimostrano che la Bayer ha scelto di agire in segretezza negando informazioni importantissime ai soccorsi locali, statali e della Contea; limitando l’uso di informazioni fornite agli investigatori federali; agendo contro I canali di informazione e I gruppi di cittadini preoccupati dei pericoli derivanti dalle attività della Bayer; fornendo al pubblico informazioni inaccurate e fuorvianti”. Il comitato è riuscito a ottenere documenti interni in cui veniva suggerito come la direzione dell’impianto avrebbe dovuto trattare i gruppi di cittadini locali e i giornalisti. Uno dei documenti diceva: “Il nostro obiettivo con People Concerned About MIC (un gruppo di cittadini locali preoccupati dalla pericolosità del MIC) deve essere quello di marginalizzarli. Lo stesso va fatto nei confronti di The Charleston Gazette (uotidiano locale)”.
Queste scoperte provano che la Bayer viola sistematicamente vari principi del Global Compact, come il Principio 7 (protezione ambientale precauzionale), il Principio 8 (impegno specifico nella difesa ambientale) e il Principio 9 (diffusione di tecnologie amiche dell’ambiente). Le politiche della Bayer non si adeguano ai principi del Global Compact sui diritti umani e sull’ambiente e sono quindi dannose alla credibilità del programma. Per questo la invitiamo ad escludere la Bayer dal Global Compact.
La Bayer ha iniziato dozzine di collaborazioni e sponsorizzazioni con organizzazioni mediche, ambientali o educazionali, particolarmente nei campi in cui la compagnia è più criticata. La compagnia ha approfittato di queste collaborazioni per sviare le critiche dei gruppi di attivisti o dei media e per sfruttare la buona immagine dei suoi partner in modo da presentare una facciata umanitaria, senza però cambiare il suo comportamento nella realtà dei fatti. La collaborazione con le Nazioni Unite occupa un sacco di spazio sul sito web della Compagnia e in molte delle sue brochure pubblicitarie.
La BAYER ha una lunga storia di precedenza data al profitto piuttosto che ai diritti umani e a un ambiente sano. La Bayer ha cessato la produzione di sostanze pericolose solo quando ha dovuto cedere sotto la pressione del pubblico. La Coalizione contro i pericoli derivanti dalla Bayer, ha documentato centinaia di casi in cui i prodotti o le fabbriche della Bayer hanno danneggiato persone e ambiente. Su richiesta possiamo fornire ulteriori prove sulle violazioni della Bayer dei principi del Global Compact.
Nel ringraziarla per l’attenzione concessa a questa importante questione rimaniamo in attesa di una sua risposta.Saluti
Philipp Mimkes
Fonte tratta dal sito .

giovedì 18 giugno 2009

Il virus dell'aviaria scappa dal laboratorio


La fuoriuscita del virus vivo H5N1 è avvenuto in un laboratorio dell'americana Baxter, che casualmente ha già a disposizione il vaccino antinfluenzale...

Secondo la difficile ricostruzione dell'accaduto, operata da alcuni giornalisti, la filiale austriaca della multinazionale Baxter avrebbe inviato campioni del virus influenzale stagionale H3N2 inquinati con il virus vivo dell’aviaria H5N1 a svariati laboratori in tutto il mondo.
Il fatto è accaduto all’inizio dell’anno, ma solo a metà febbraio il laboratorio Biotest (Repubblica Ceca) si è accorto dell’inquinamento dopo la morte inspiegabile dei furetti su cui stavano facendo dei test con il materiale fornito dalla Baxter.
Il virus vivo dell’aviaria non sarebbe stato soltanto capace di causare una pandemia, ma avrebbe potuto incrociarsi con il virus stagionale con cui era mescolato, unendo l’alta infettività del H3N2 con il carattere letale del H5N1.
Dopo un lungo silenzio la multinazionale ha ammesso un inquinamento accidentale. Tuttavia sono in diversi a chiedersi se era veramente accidentale. Anche perché tutti sanno che una pandemia può svilupparsi solo se il virus dell’aviaria si combina insieme a un virus influenzale umano, perciò l’unica cosa a cui dovevano stare attenti era non mescolare i virus. I laboratori che maneggiano virus come quello dell’aviaria hanno misure e protocolli di sicurezza tali che è praticamente impossibile che “scappi” un virus.

Baxter International ha fatto sapere che la contaminazione è stato il risultato di un errore successo nel laboratorio di Orth-Donau, Austria. Christopher Bona, il direttore della comunicazione globale bioscientifica, ha affermato che il virus liquido non era un vaccino e che è stato sviluppato solo per motivi di sperimentazione.
Tutte le informazioni dettagliate che riguardano l'incidente sarebbero state consegnate alle autorità nazionali e agli organismi internazionali appropriati (ECDC e WHO).
Se si vuole essere un po' più smaliziati, fa pensare il fatto chela stessa Baxter ha ottenuto l’anno scorso dalla CE la pre-autorizzazione per il vaccino CELVAPAN che è il primo che permetterebbe in caso di pandemia di produrre un vaccino efficace in poco tempo, a differenza dei vaccini tradizionali che richiedono mesi.
Considerato che il virus dell’aviaria in Natura non vuol incrociarsi con un virus umano, forse qualcuno ha voluto favorirlo? Naturalmente il Celvapan verrebbe autorizzato subito in caso di pandemia.

In realtà qualcuno che aveva un buon numero di titoli della Baxter ha saputo dell’accaduto e temendo ripercussioni pesanti se la notizia fosse trapelata o peggio se fosse successo qualcosa di grave ha cercato di vendere, perciò le quotazioni sono scese.
E’ comunque strano: se muore un cigno in Turchia di presunta influenza aviaria ne parlano tutti i telegiornali del mondo, ma una multinazionale che diffonde il virus non fa notizia. Certamente bisogna riconoscere le buone intenzioni di chi ha oscurato il fatto: l’avranno fatto per evitare il panico collettivo, stanno sempre molto attenti a non turbare le anime!
Forse è meglio rinforzare il sistema immunitario perché prima o dopo qualche Frankenstein riuscirà a partorire il tanto atteso virus pandemico.
Fonte tratta dal sito .

mercoledì 17 giugno 2009

QUEGLI INDIOS DELL’AMAZZONIA SACRIFICATI ALLO SVILUPPO “CIVILE”


Mentre in Europa e in Italia si censurava lo stanco rito delle elezioni, che interessa moltissimo i partiti e i media e sempre meno i cittadini (anche nel nostro Paese, tradizionalmente ligio a queste celebrazioni, un terzo delle persone non è andato a votare), nella lontana Cagua, nella regione di San Martin, Amazzonia peruviana, è passata quasi alla chetichella e nel disinteresse delle organizzazioni umanitarie, in genere così sensibili se, poniamo, in Iran uno stupratore pedofilo viene impiccato, una strage di 200 indios perpetrata dalla polizia e dall’esercito. Gli indios si battevano con archi e frecce, i governativi con le moderne armi di cui oggi ogni stato "civile" dispone e non c’è stata partita.La rivolta degli indios è scoppiata perché il presidente del Perù, Alan Garcia, sotto la spinta degli Stati Uniti, questi noti benefattori dell’umanità, ha garantito, nella regione di San Martin, un’area di circa 50mila chilometri quadrati, a compagnie internazionali e locali concessioni per aprire miniere, perforare il suolo in cerca di petrolio e gas, deforestare per sostituire gli alberi della selva con piante oleose destinate alla produzione di biodiesel. A quest’ultima operazione si dedicherà in particolare il gruppo Romero, gigante dell’agrobusiness.
La motivazione che il governo peruviano ha dato a questa operazione che distruggerà un altro pezzo della foresta amazzonica, uno dei pochi polmoni rimasti a un pianeta già in grave debito di ossigeno, è la solita: lo sviluppo. I nuovi investimenti porterebbero posti di lavoro, ricchezza e tutto l’ambaradan di un sistema industriale. Ha detto padre Mario Bertolini, un missionario passionista, originario di Ascoli Piceno, che vive da trent’anni da quelle parti e che si fatto portavoce delle ragioni degli indios: «Non si è mai visto. Le regioni in cui operano le multinazionali del petrolio e del legno sono quelle con i più alti tassi di miseria, malattie ed emarginazione. Il governo sta lavorando d’accordo con gli Stati Uniti per cambiare le stesse leggi peruviane che parlano di protezione della foresta e dei popoli indigeni. Il denaro sta comprando tutto».Ma più interessanti ancora delle dichiarazioni di padre Bertolini sono le motivazioni che danno direttamente gli stessi indios: «Ammettiamo pure che questi investimenti portino ricchezza e sviluppo. Il fatto è che cambierebbero radicalmente il nostro modo di vivere, i nostri ritmi, il nostro modo di stare insieme e, insomma, la nostra vita. Agli occhi degli occidentali o dei seguaci del loro modello noi viviamo miseramente. A noi invece sta bene così. Pensiamo, al contrario, di vivere in un mondo equilibrato, in armonia con la natura che ci circonda, e non abbiamo nessuna voglia, di immergerci in un modello di sviluppo che non ci riguarda e che, ai nostri occhi, porta solo stress e infelicità».
Qualche anno fa un mio caro amico docente di economia alla Bocconi, Francesco Bertolini, fu incaricato dal governo brasiliano di studiare come incrementare, a fini di esportazione, la produzione del miele in una certa zona della foresta amazzonica. Bertolini andò sul posto, osservò la situazione e poi diede questa risposta al governo brasiliano: «Certo, la produzione del miele si può aumentare e di molto. Ma in questo modo rovinereste completamente l’esistenza di sessantamila persone che attualmente, seppur povere secondo i nostri canoni, vivono in modo sereno e, oserei dire, felice».Il presidente del Perù Alan Garcia ha tagliato corto sulla strage degli abitanti della foresta: «Quattrocentomila indios non hanno il diritto di opporsi allo sviluppo e al benessere di 30 milioni di loro connazionali». Già, ma chi dà diritto al governo peruviano di avere potestà sugli indios dell’Amazzonia? Il fatto che, in un qualche periodo del passato recente, si sono tracciate a casaccio delle linee di confine (come è avvenuto in molte zone dell’Africa e del Medio Oriente) e si è stabilito che quella parte della foresta appartiene al Perù? O ha ragione padre Mario quando a questa ragione puramente burocratica, formale, ne oppone una sostanziale: «Queste terre sono abitate dagli indigeni dall’inizio della Storia ed è a loro che appartengono».
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martedì 16 giugno 2009

Milano come Tokyo: Pagare la metro con il telefonino

Milano come il Tokyo, anche nel nostro paese i mezzi pubblici sono molto utilizzati per spostarsi nella città, sia dai pendolari sempre di corsa che dagli studenti perennemente in ritardo, tra poco anche i milanesi potranno aprire i cancelli della metropolitana senza avere il biglietto fisico in mano, ma semplicemente appoggiando il proprio cellulare su una piastra, dietro alla quale si nasconde uno speciale lettore che lavora con la tecnologia NFC (Near Field Communication), comunicando con un minuscolo tag Rfid contenuto nel telefonino.
È una tecnologia ormai gia collaudata da anni nei piu avanzati impianti invernali, dal lato tecnologico quindi nessuna particolare novità, ma un primo passo per introdurre anche in Italia una tecnologia che nei Paesi asiatici e in Giappone in particolare, viene ormai largamente usata.La parte che riguarda la telefonia verrà gestita da Telecom Italia, attraverso Tim, e dall’Atm, l’azienda milanese dei trasporti pubblici.
La fase sperimentale partira quest’estate, affermazioni di un comunicato stampa della Telecom Italia, per fare in modo che a partire dal 2010 il servizio sia accessibile a tutti.I telefoni abilitati a tale tipo di tecnologia in questo momento in Europa sono due, entrambi di Nokia, il modello 6131 e il 6212 tra l’altro non ancora distribuiti sul mercato italiano, e la stessa Nokia prevede di realizzare altri modelli, ma solo nei prossimi anni con il diffondersi di questa tecnologia.Ci sono parecchi dubbi sul futuro di questo progetto, ma solo il tempo potra dare una risposta.

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lunedì 15 giugno 2009

Amazzonia, che macello!


International — Un paio di scarpe Geox, Adidas, Timberland o Clarks, un divano di pelle Chateaux d’ax o Ikea, un piatto di carne Simmenthal o Montana possono avere un’impronta devastante sull’ultimo polmone del mondo. Dopo tre anni di indagine, oggi pubblichiamo l’inchiesta scandalo “Amazzonia, che macello!”.

Abbiamo scoperto che la foresta amazzonica viene distrutta per far spazio agli allevamenti illegali di bovini. E la carne e la pelle che ne derivano contaminano le filiere internazionali dell’alimentare, dell’arredamento, della moda e delle scarpe.

Le prove raccolte dimostrano, infatti, che i giganti del mercato della carne e della pelle brasiliani - Bertin, JBS, Marfrig - vengono regolarmente riforniti da allevamenti che hanno tagliato a raso la foresta ben oltre i limiti consentiti dalla legge. Le materie prime, frutto di crimini forestali, ‘sporcano’ le filiere produttive di tantissimi marchi globali e distributori. Tra questi: Adidas, BMW, Geox, Chateau d’Ax, Carrefour, EuroStar, Ford, Honda, Gucci, Ikea, Kraft, Cremonini, Nike, Tesco, Toyota, Wal-Mart.


A livello globale la deforestazione determina il 20 per cento delle emissioni di gas serra. Il Brasile è il quarto più grande emettitore di gas serra a livello globale (dopo Usa, Cina e Indonesia). Il governo brasiliano è a tutti gli effetti un socio in affari della distruzione della foresta: per promuovere la crescita della produzione di carne e pelle sta investendo per sviluppare ogni singola parte della filiera della carne e delle pelle nel Paese.

Mentre voi leggete queste righe, gli allevamenti bovini continuano a distruggere un ettaro di Amazzonia ogni 18 secondi. Non è tutto. I dati a nostra disposizione rivelano che alcune delle fattorie che riforniscono Bertin, JBS e Marfrig utilizzano forme illegali di lavoro schiavile e occupazione di riserve indigene. In Brasile, nel 2008, ben 3005 nuovi schiavi sono stati liberati da decine di aziende zootecniche. Il 99 per cento di questi erano tenuti prigionieri in Amazzonia.

È il tempo del coraggio e della responsabilità per i governi e per le aziende che stanno dietro ai marchi globali se vogliamo vincere la sfida del cambiamento climatico. Per produrre una paio di scarpe sportive, invece, rischiamo di deforestare illegalmente, promuovere forme di nuova schiavitù e accelerare il cambiamento climatico.
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domenica 14 giugno 2009

I funghi sono carichi di metalli pesanti

Un invito alla prudenza nel consumare i funghi, non parliamo di quelli riconosciuti come velenosi. Ma di tutte le specie per via dell'accumulo naturale di metalli pesanti.
Porcini al cadmio, ovoli al piombo e champignon al boro. Una ricerca europea conferma che i funghi assorbono, in modo naturale, sostanze chimiche potenzialmente tossiche. La capacità dei funghi di fissare metalli pesanti assorbiti dal terreno è chiamata "fattore di accumulo" dato dal rapporto tra la concentrazione del metallo nel fungo e quella nel substrato di crescita. Non è chiaro però quale sia il limite oltre cui queste diventano nocive per la salute dell'uomo.
La risposta è nel rapporto 'Eur Report - Elementi chimici nei funghi superiori', edito dal Jrc della Commissione europea e presentato dall'Istituto superiore di protezione ambientale (Ispra). Lo studio - riferisce l'Ispra - parte dalla domanda su quale possa essere il livello massimo di sostanze consentite. Si analizzano cosi' le concentrazioni di 35 elementi chimici presenti in 9.000 campioni di funghi per definire i valori-limite oltre cui i metalli diventano dannosi per la salute dell'uomo e degli ecosistemi terrestri.
Nei porcini (Boletus edulis) e nell'ovolo (Amanita cesarea) il cadmio risulta presente a livelli limite, mentre la stessa specie degli champignon coltivati (Agaricus bisporus) allo stato selvatico contiene boro in quantità consistente.
Oltre a porcini e ovoli, c'e' poi il caso dell'amanita muscaria: l'unico essere vivente in natura a accumulare zirconio e uno dei pochi a concentrare il rarissimo vanadio. Ma se un fungo contiene un alto livello di piombo non vuol dire che sia il terreno a essere contaminato. Significa che e' il fungo a scegliere quali metalli assorbire. Cosa che ha portato i micologi a definire il ''fungo di riferimento'', ciascuna specie con i propri metalli pesanti. Ma quale siano i percorsi dei metalli nel corpo umano, afferma Carmine Siniscalco responsabile del progetto Speciale funghi di Ispra, ''non e' ancora chiaro''. Secondo i micologi dell'Amb, l' Italia possiede oggi una banca dati enorme: oltre 9.000 esemplari di funghi e 300 campioni di suolo. Un archivio unico in Europa che ha portato la Ue a riscrivere la normativa europea sui contaminanti nei prodotti alimentari.
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sabato 13 giugno 2009

Il terzo V-day di Grillo sarà contro il nucleare

"Ho deciso di lanciare il terzo Vday. Sarà un referendum per impedire la costruzione di centrali nucleari in Italia". Lo annuncia dal suo blog, Beppe Grillo.
Grillo spiega che si tratta di "un'energia anti economica e pericolosa che vive solo di sussidi statali". Infatti, "senza l'aiuto dello Stato il nucleare francese non esisterebbe". Il comico genovese ricorda anche che "negli Stati Uniti non vengono costruite nuove centrali da più di un decennio. Nessuna compagnia di assicurazione si impegna a coprire i rischi di una centrale. Una Chernobyl in Italia renderebbe la penisola inabitabile per migliaia di anni. Chi vuole le centrali vuole in realtà i nostri soldi per far quadrare i bilanci". D'altra parte, osserva Grillo, "l'uranio, necessario per le centrali, finirà entro il 2050. E di uranio in Italia non c'è traccia". Invece, "abbiamo il vento, il sole, l'acqua, le energie alternative e la possibilità di ridurre gli sprechi enormi delle nostre abitazioni e dei trasporti". Grillo annuncia anche che su questo tema, "insieme a Greenpeace" sta producendo un film, che sarà pronto a settembre, "con alcune tra le voci pi- importanti del pianeta, tra questi Brown, Stiglitz, Rifkin, Pollan. Tutti, da diversi punti di osservazione contro il nucleare e per le rinnovabili".Insomma, dice, "non lascerò a miei figli un Paese con una pistola nucleare carica alla tempia".
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venerdì 12 giugno 2009

American Academy of Environmental Medicine. Ogm: seri rischi per la salute


L'American Academy of Environmental Medicine (AAEM) ha pubblicato un documento in cui si afferma che «gli ogm pongono seri rischi per la salute» e si consiglia di evitare il loro consumo. Gli organismi geneticamente modificati sono entrati in commercio solo 13 anni fa, e non ci sono studi accurati sui loro effetti a lungo termine per quanto riguarda gli esseri umani. Gli esperimenti sugli animali hanno mostrato risultati preoccupanti come allergie, disfunzioni immunitarie, problemi di fertilità, mortalità infantile, scompensi d'insulina e alterazione comportamentali.
Su queste basi l'AAEM chiede una moratoria sul cibo prodotto con ogm e invita i medici a sconsigliare ai loro pazienti l'utilizzo di alimenti derivanti da organismi geneticamente modificati.L'accademia inoltre vuole promuovere una campagna per una chiara etichettatura. I prodotti gm maggiormente coltivati sono soia, mais, colza, cotone e canna da zucchero, ma molti altri vegetali si stanno affacciando sul mercato come papaia, pomodoro, patata, zucchina...
La questione diviene però ancor più complessa, poiché i prodotti come carne, pesce, formaggio, uova non biologici provengono da animali nutriti con mais e soia ogm.Nel settore del biologico poi, dove gli organismi geneticamente modificati sono vietati, si pone il problema della contaminazione accidentale (soglia dello 0.1% per bio, 0.9% per convenzionale).
Proprio la settimana scorsa il programma Co-Extra, uno studio di 5 anni condotto da 200 ricercatori di 18 Paesi, ha concluso che la coabitazione su larga scala di prodotti convenzionali o bio con gli ogm è impossibile, almeno in Europa.I ricercatori hanno realizzato dei modelli per valutare le distanze di sicurezza per evitare contaminazioni, considerando diversi parametri: specie coltivate, grandezza dei campi, geografia locale, direzione dei venti... Per il mais, il cui polline è considerato poco volatile, la distanza tra le coltivazioni deve essere di almeno 300 metri. «Ma alcuni pollini viaggiano anche per 30 Km» dice il coordinatore di Co-ExtraYves Bertheau «e quindi saranno necessarie intere zone adibite a barriere anti contaminazione». Ma in Europa, essendo presenti ancora molte piccole aziende e vista la forte parcellizzazione dei campi, questo sistema diventa poco fattibile.
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giovedì 11 giugno 2009

LA STORIA DEL VIRUS SINTETICO H1N1 E UN FUTURO NON PROPRIO ROSEO


La storia dell’estrazione del materiale genetico dai cadaveri delle vittime del virus dell’influenza spagnola del 1918 che furono sepolti nel permafrost artico è in parte ‘X-files’ e in parte ‘Jurassic park’.Dopo una missione senza successo del 1951, che coinvolse degli specialisti statunitensi della guerra biologica, per estrarre materiale genetico dell’influenza spagnola del 1918 da un cimitero nel paese di Inupiat Eskimo a Brevig Mission, in Alaska, gli scienziati fecero una altro tentativo, che si risolse con un successo, nel 1997.Il dottor Johan Hultin, dell’Università statale dell’Iowa, estrasse con successo del materiale genetico dal cadavere di una obesa di circa 30 anni che morì a causa dell’influenza spagnola del 1918, insieme all’85 percento degli abitanti di Brevig Mission (rinominata Teller Mission nel 1918). La pandemia uccise almeno cinquanta milioni di persone nel mondo.

Una volta che il materiale genetico fu ottenuto dai polmoni, dalla milza, dal fegato, e dal cuore del cadavere della donna di Eskimo gli scienziati, in una scena che ricorda il film fantastico ‘Jurassic Park’, in cui il materiale genetico prelevato da dinosauri estinti viene utilizzato per riportare le creature in vita, ricrearono l’influenza spagnola del 1918, scomparsa da molto tempo, in un laboratorio finanziato dal governo statunitense. Gli organi della donna vennero tagliati in cubi da un pollice e spediti all’Istituto di Patologia delle Forze Armate a Rockville, nel Maryland, dove il materiale genetico RNA del virus fu identificato e l’influenza spagnola del 1918 fu riportata in vita con successo. La ricerca dei corpi congelati delle vittime dell’influenza del 1918 non fu limitata all’Alaska. Un altro team di scienziati, agendo come ‘Igor’ del dottor Frankenstein, si proposero di scavare le tombe dei minatori che morirono di influenza nel lontano villaggio minerario norvegese di Longyearbyen, a Spitsbergen, che si trova a nord del Circolo Polare Artico.Il WMR ha appreso da uno scienziato ricercatore che ha lavorato alla ricreazione dell’influenza del 1918 che il materiale genetico è stato ricostruito per creare sinteticamente ciò che è ora conosciuto come virus A/H1N1 o, come lo chiamano i Centers for Disease Control [Centri per il Controllo della Malattia, ndt] (CDC), ‘la nuova influenza’.

L’influenza A/H1N1, che contiene materiale genetico ricavato da due specie di influenza suina, due specie di influenza umana e una specie di influenza aviaria, ha infettato fino al 13 maggio, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un totale di 4880 persone nel Nord America: 2059 in Messico, 2535 negli Stati Uniti e 286 in Canada. Sono stati registrati 56 casi di morte a causa dell’influenza in Messico, tre negli Stati Uniti e uno in Canada.Il WMR ha appreso da un ricercatore del virus A/H1N1 che l’attuale ‘nuova’ forma di influenza sta mutando rapidamente negli umani ma nessun animale ha contratto il virus. L’enzima nell’A/H1N1, così come tutti i virus dell’influenza A, viene chiamato polimerasi. Gli scienziati hanno calcolato che l’orologio molecolare della forma A/H1N1 è rappresentato dal tasso di polimerasi presente nel virus. A causa del rapido mutamento del virus e del fatto che, diversamente dal 1918 i trasporti globali rapidi sono oggi la norma, gli scienziati prevedono che tale orologio molecolare del virus A/H1N1, associato ai trasporti moderni, significa che quasi tutte le nazioni del mondo avranno a che fare con uno scoppio del virus A/H1N1 entro i prossimi mesi.Ciò che rende differente l’A/H1N1 rispetto ad altre forme di virus che mutano rapidamente all’inizio, poi rallentano la mutazione e infine si fermano completamente, ‘la nuova’ o, come viene chiamata in maniera errata, ‘influenza suina’ non sta ancora mostrando segni di rallentamento del suo ritmo di mutazione e ciò, secondo gli scienziati che si preoccupano che l’A/H1N1 sia stato generato sinteticamente, non accade in natura.

Nel 2006, durante un summit a Cancun, in Messico, il presidente George W. Bush, il Primo Ministro canadese Stephen Harper e il presidente messicano Vicente Fox si accordarono affinché le loro nazioni si coordinassero per rispondere all’influenza aviaria, che si stava diffondendo in Asia. La Radio Pubblica Nazionale, il 2 aprile 2006, trasmise un pezzo su come l’influenza degli uccelli devastò Brevig Mission nel 1918. L’edizione del weekend della RPN trasmise un servizio da Brevig Mission, curato da Lori Townsend dell’Alaska Public Radio: “La tomba è stata aperta due volte dallo stesso patologo. Nel 1951 Johann Hultin convinse gli anziani del villaggio a concedergli di prelevare dei campioni di tessuto dai corpi sepolti nel permafrost. I suoi tentativi in laboratorio di mappare il virus rimasero senza successo, ma egli ritornò nel 1997, e gli fu concesso ancora una volta il permesso di riaprire la tomba”.Il WMR ha appreso da un giornalista di Anchorage che coprì l’esumazione della tomba nel 1997 che c’era del personale della CIA assieme al team degli scienziati. Gli anziani di Brevig Mission lamentarono che scavare le tombe delle vittime dell’influenza avrebbe liberato gli spiriti del male. Tuttavia, il denaro presumibilmente cambiò le cose tra il team di ricerca del governo statunitense e alcuni degli anziani, così il permesso di scavare le tombe fu garantito.NPR e Alaska Public Radio hanno riportato che ciò che fu estratto dal cadavere della vittima dell’influenza del 1918 era il virus H5N1 dell’influenza aviaria, ma si sbagliavano. Oppure no? Se ciò che fu estratto dal corpo della donna morta di Brevig Mission fosse stato utilizzato per creare sinteticamente l’attuale virus A/H1N1, ci sarebbe una specie di influenza aviaria nel virus. Ma l’attuale virus A/H1N1 contiene anche specie di influenza umana e suina.Il ricercatore ha affermato che il virus originale del 1918 era il virus H1N1. Durante il lavoro in laboratorio, condotto al livello 3 di biosicurezza (BSL-s), che fu in gran parte dichiarato riservato, il virus fu artificialmente combinato con il comune H3N2 e un filamento più piccolo di gene prelevato dalla specie H5N1 dell’influenza aviaria eurasiatica.

L’influenza aviaria, o virus H5N1 che colpì l’Asia nel 2006, conteneva alcune mutazioni genetiche del virus del 1918. E gli scienziati che compiono ricerche sulle specie di influenza pandemica hanno giocato, fin dalla ricreazione dell’influenza del 1918, velocemente e ampiamente con i campioni di influenza. Il 17 aprile 2005, il Washington Post riportava che Meridian Bioscience, che era sotto contratto con il Collegio Americano dei Patologi, distribuì accidentalmente la specie H2N2 di influenza pandemica giapponese, come parte di un kit di test sull’influenza, ai laboratori dell’influenza del mondo. L’OMS ordinò ai laboratori di distruggere immediatamente il campione dell’influenza perché era preoccupata da una possibile accidentale liberazione del virus pandemico, che avrebbe avuto come conseguenza una crisi sanitaria globale. Nel 1957 l’H2N2 uccise un milione di persone nel mondo.L’articolo del Post, di Wendy Orent, affermava che gli scienziati stavano lavorando al fine di creare una specie artificiale del virus del 1918: “[Gli scienziati] possono combinare alcuni geni del 1918 sia con specie di laboratorio che sono state adattate a crescere nei topi, i quali normalmente non contraggono l’influenza umana, o con specie di ordinaria influenza umana per produrre nuove specie artificiali. In seguito il ricercatore infetta i topi con la sua nuova specie. Si sa già che le specie che utilizzano tre geni del 1918 uccidono i topi”.Lo stesso articolo del Post cita Peter B. Jahrling, il capo degli scienziati all’Istituto Nazionale delle allergie e delle Malattie Infettive, riguardo il pericolo rappresentato dalla ricerca per la ricreazione del virus. Jahrling affermò che lo studio si poteva paragonare “alla ricerca di una fuga di gas con un fiammifero acceso”. L’articolo prosegue: “Ciò che preoccupa Jahrling e Brown, tra gli altri, è che gli esperimenti che coinvolgono i geni del 1918 non vengono eseguiti sotto il più alto livello di biosicurezza, il BSL-4. Mentre la maggior parte degli scienziati utilizzano quelle che sono conosciute come condizioni BSL-3 plus, o perfino superiori, essi non utilizzano tute spaziali, docce chimiche o stanze a prova di fuga di gas durante il loro lavoro”.

Infine, l’articolo contiene un duro avvertimento riguardo la ricostruzione dell’influenza del 1918 al laboratorio militare di Rockville, ricerca condotta dal dottor Jeffery Taubenberger. L’articolo afferma: “Perfino più preoccupante potrebbe essere ciò che succede quando Taubenberger pubblicherà le tre sequenze di geni rimanenti. Allora l’intera influenza del 1918 potrebbe essere costruita da zero da chiunque ne abbia le sufficienti risorse e conoscenze, e ovunque. E’ abbastanza plausibile che la resuscitata influenza del 1918 possa un giorno essere utilizzata come agente bioterroristico”.In un articolo di Jamie Shreeve del New York Times del 29 gennaio 2006, intitolato ‘Perché ravvivare un virus dell’influenza morto?’, è riportato che all’influenza del 1918 è stata ridata vita con successo. L’articolo afferma. “In ottobre, un team di scienziati, tra cui [Terrence] Tumpey [del CDC], ha annunciato di aver ricreato l’organismo estinto dal suo codice genetico – essenzialmente lo scenario vissuto nel film ‘Jurassic Park’, quantunque in scala più piccola. Nel film, il ravvivamento dei dinosauri compiuto autonomamente dagli scienziati conduce al caos e alla morte… Quanto è pericoloso il virus del 1918 per la popolazione attuale? Il suo codice genetico si trova ora in database pubblici, dove altri ricercatori possono scaricarlo per condurre esperimenti. Alcuni scienziati dell’Università del Wisconsin e il Laboratorio Internazionale di Microbiologia del Canada hanno già collaborato per ricostruire il virus partendo dalla sequenza pubblicamente disponibile. Quanto sarebbe facile per un bioterrorista sfruttare le stesse informazioni per fini malevoli?”L’articolo descrive minuziosamente come fu estratto il materiale genetico del 1918 e chi lavorò al progetto: “La resurrezione del virus dell’influenza del 1918 fu uno sforzo compiuto da un team comprendente le risorse del CDC di Atlanta, un oscuro laboratorio militare per le patologie fuori Washington, uno stimato gruppo di esperti d’influenza della Mount Sinai School of Medicine [Scuola di Medicina del Monte Sinai, ndt] di New York e un anziano svedese. Benché la storia sia stata raccontata in precedenza, è impossibile non iniziare dallo svedese. Nel 1950 Johan Hultin, che allora era uno studente venticinquenne all’Università dell’Iowa, stava cercando un argomento per il suo PhD quando sentì dire da un virologo in visita che l’unico modo per risolvere il mistero della pandemia del 1918 consisteva nel recuperare il virus da una vittima che fosse stata sepolta nel permafrost”.

C’era già stato un altro gruppo segreto del governo statunitense coinvolto nella ricerca di agenti per la guerra biologica, come l’influenza. Conosciuto semplicemente come JASON, il gruppo è formato da scienziati civili, i maggiori esperti nei loro campi e un certo numero di premi Nobel, che si incontrano periodicamente e stendono dei rapporti, molti dei quali vengono classificati. JASON esiste da quarant’anni e si pensa sia una prosecuzione del Manhattan Project, il gruppo scientifico top secret che creò la bomba atomica durante la Seconda Guerra Mondiale. Infatti, alcuni dei più vecchi membri di JASON aiutarono a progettare sia la bomba atomica che quella ad idrogeno. I suoi primi tre membri erano scienziati al Laboratorio Nazionale Los Alamos, la casa del Manhattan Project.Operando sotto l’egida della MITRE Corporation, un’entità finanziata sotto contratto dal governo federale, gli scienziati del JASON si incontrarono inizialmente nell’ipersicuro Building 29 alla 3550 General Atomic Court, a San Diego. La location è l’indirizzo del Torrey Pines Institute. Finanziato dal Defense Advanced Research Project Agency (DARPA), JASON ha collegamenti anche con la CIA, secondo le liste di distribuzione presenti nei rapporti del JASON. La CIA mantiene un elemento chiamato IC [Intelligence Community] JASON Program alle dipendenze dell’Ufficio Capo Tecnico. Tradizionalmente, JASON auto-seleziona i suoi membri da un certo numero di discipline accademiche. Tuttavia, JASON ha perso quasi tutti i suoi finanziamenti un po’ di anni fa, quando, dopo aver redatto una rapporto criticante il programma dell’amministrazione Bush di difesa con missili balistici, il DARPA tentò di spingere tre nuovi membri, ovviamente responsabili politici, nel registro dei membri del JASON. Il capo del DARPA, Tony Tether, ritirò i finanziamenti per JASON, spingendo il gruppo per la prima volta dalla sua nascita nel 1959 a cercare un altro sponsor del Pentagono. Il programma di difesa con i missili balistici, chiamato anche Guerre Stellari II, era il progetto personale preferito del Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld.JASON sopravvisse quando l’organizzazione padre del DARPA, il Pentagon’s Directorate for Defense Research and Engeneering (DDR&E) [Direzione del Pentagono per la Ricerca e la Progettazione per la Difesa, ndt], finanziò direttamente JASON, un’indicazione del potere di cui godeva l’organizzazione segreta JASON. JASON ha anche altri sponsor del governo federale, tra cui il Dipartimento dell’Energia.

JASON è anche ampiamente coinvolto in tema di guerra biologica. JASON scrisse un rapporto sulla Biodifesa civile nel gennaio 2000, che fu altamente ritoccato quando fu rilasciato. Perfino i nomi degli autori del rapporto e le informazioni riguardo quattro scenari di guerra biologica sono completamente cancellati, eccetto una discussione di un incidente con il vaiolo nello Scenario numero Due. Il rapporto afferma inoltre che il Clandestine Measurement and Signature Intelligence (MASINT) Operation Center e il Counter-Proliferation Center erano interessati nella raccolta e nel tracciamento di armi biologiche. Una sezione del rapporto riguarda ‘la gestione della reazione civile’ ad un attacco biologico, così come una sezione sull’intelligence domestica. Una pagina sulla minaccia dell’antrace cita la ‘guerra psicologica delle armi biologiche’. Il rapporto del JASON fu completato circa due anni prima degli attacchi con l’antrace ma il lavoro del Congresso fu sospeso dopo l’11 settembre e vide il passaggio veloce dell’US Patriot Act.Il rapporto del JASON discute anche dell’estrazione di dati medici, comprese le cartelle mediche dei pazienti, per scoprire se lo scoppio di una malattia sia accaduto e quanto distante e in quale direzione si stia diffondendo esaminando i percorsi ‘spaziotemporali’, incluse “le medie statistiche delle persone che viaggiano nel mondo”.In realtà, il rapporto sulla Biodifesa civile del JASON rispecchia, sotto molti aspetti, l’analisi che stanno attualmente conducendo agenzie di intelligence medica (MEDINT) in tutto il mondo riguardo lo scoppio e la diffusione dell’A/H1N1. E ciò non arriva al punto: l’A/H1N1, sviluppato artificialmente dagli scienziati del governo statunitense, rappresenta la realtà o un test condotto per un fine molto peggiore?

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mercoledì 10 giugno 2009

Beppe Grillo alla Commissione Affari Costituzionali, Senato

martedì 9 giugno 2009

Il frigorifero solare


SolarChill è un frigorifero fotovoltaico che permette la conservazione di cibo in luoghi del mondo sprovvisti della rete elettricità. Perché non anche da noi?
Nato da un'idea di Greenpeace, il SolarChill, è stato ralizzato dall' Istituto Danese di Tecnologia con il sostegno di diverse agenzie ONU (UNEP, UNICEF E OMS). Alcuni prototipi sono stati testati con successo per un anno e mezzo in Senegal, Indonesia e Cuba: con una temperatura ambiente superiore ai 32 °C, SolarChill ha sempre mantenuto la temperatura interna nel range richiesto (tra 2 e 8 °C).
Al pari delle cucine solari, si tratta di una delle tecnologie semplici, risparmia-risorse e risparmia-fatica, applicabile anche nel Nord del mondo ma finora studiate per quelle zone dove lo scarso accesso ai combustibili fossili o la carenza di infrastrutture rende difficile «conservare alimenti, costruire, cucinare, illuminare, pompare acqua, potabilizzare acqua, produrre energia elettrica, produrre gas, produrre macchinari semplici, purificare l'aria, trattare rifiuti».
Sono i settori per i quali la campagna "Spegni lo spreco...accendi lo sviluppo" sta raccogliendo progetti di cooperazione internazionale a basso impatto ambientale per promuovere la collaborazione e lo scambio di buone pratiche fra ONG. Nato dalla collaborazione tra diverse realtà associative italiane il progetto è sostenuto dall’Unesco e dall'Unione Europea.
In un tempo in cui l'approvvigionamento energetico da fonti fossili diventa sempre più problematico, anche i Paesi Industrializzati potrebbero cominciare ad utilizzare questa ed altre tecnologie pulite e a basso costo.
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lunedì 8 giugno 2009

Società petrolifere: a rischio i diritti umani


Shell finisce davanti al tribunale per l'omicidio di nove militanti Ogoni in Nigeria nel '95. C'è poi il caso di Chevron-Texaco. L'industria estrattiva per sopravvivere deve agire con la massima responsabilità ambientale e sociale, spiega il World Resources Institute. Ma anche la nostra Eni, a giudicare da quello che sta facendo in Congo, pare non averlo capito.
Tra le vittime del petrolio non solo il clima e l’ambiente, ma, in alcuni casi, anche i diritti umani. A ricordarcelo in queste settimane è un processo che riporta all’attualità una delle storie simbolo della rapina dei grandi del petrolio ai danni dei popoli del terzo mondo. Davanti al tribunale federale di New York, la Shell dovrà rispondere di complicità nell’omicidio dello scrittore nigeriano Ken Saro Wiwa e di altri otto militanti del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni. Una storia di terrorismo di Stato che si colloca nel contesto del duro conflitto tra gli Ogoni, il Governo nigeriano, Shell e Chevron (storia ben ben documentata nei report di Human Rights Watch). Gli Ogoni, nel ventennio successivo alle prime scoperte petrolifere fatte nei loro territori (1957), nel sud-est del delta del Niger, erano stati cacciati d’autorità dalle loro terre, poi devastate dall’attività estrattiva, senza alcuna compensazione se non quella, irrisoria, pari al valore dei raccolti delle terre che coltivavano.
La fase più accesa dello scontro era iniziata nel ’92 quando le azioni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, che chiedeva compensazioni per 10 miliardi di dollari, si erano rivolte direttamente alle strutture delle multinazionali, riuscendo a danneggiare significativamente le aziende. La risposta del Governo fu una dura politica repressiva, con leggi liberticide, blitz nei villaggi Ogoni, torture e una serie di omicidi e di esecuzioni, tra le quali, nel ‘95, quelle per cui ora Shell deve rispondere per complicità, dato che – sostiene l’accusa – l’azienda sarebbe stata mandante e finanziatrice delle azioni. L’impiccagione di Ken Saro Wiwa e compagni all’epoca aveva suscitato grande indignazione a livello internazionale, ma solo la settimana scorsa la vicenda è arrivata davanti a un tribunale (le prossime sedute si svolgeranno questa settimana). Sulla base di due leggi americane, l’Alien Tort Statute e la Legge per la Protezione delle Vittime della Tortura, che consentono ai cittadini stranieri di denunciare negli Usa violazioni dei diritti umani compiute in altri paesi, infatti, ci si è potuti rivolgere alla giustizia statunitense. Ora un’eventuale condanna di Shell – ritenuta probabile – sarebbe un precedente importante: significherebbe che le multinazionali che operano o sono di base negli Usa, possono essere ritenute responsabili delle violazioni dei diritti umani commesse all'estero.
Un passo avanti verso la fine dell’impunità delle grandi compagnie, dunque, che si sposa con la tesi sostenuta dal World Resource Insitute nel loro ultimo rapporto in propostito, “Engaging Communities in Extractive and Infrastructure Projects”. Secondo il WRI la sopravvivenza delle industrie estrattive oggi non può più prescindere dall’adempimento delle proprie responsabilità in campo ambientale e sociale: ONG attive, governi più attenti e un’opinione pubblica più sensibile renderebbero impossibile ‘farla franca’.
Gli esempi di multinazionali inchiodate alle loro responsabilità non mancano: Chevron rischia di dover pagare fino a 16 miliardi di dollari di risarcimento alle popolazioni dell’Equador per quella che è stata definita “la Chernobil dell’Amazzonia”, un massiccio inquinamento dovuto alla precedente gestione dei giacimenti da parte di Texaco (acquisita da Chevron nel 2001) che avrebbe causato migliaia di morti per malattie correlate. Anche quando le eventuali illegalità non arrivino davanti ad un tribunale, sottolinea il WRI, la responsabilità sociale di un’azienda sta diventando sempre più importante anche per gli investitori.
Considerazioni su cui anche i vertici dell'Eni dovrebbero riflettere. L’azienda, che, con il Ministero delle Finanza e la Cassa Depositi e Prestiti tra gli azionisti principali, è il quinto gruppo petrolifero mondiale per giro d'affari, in Congo, starebbe portando avanti una politica quantomeno dubbia in quanto a responsabilità ambientale e sociale. Nel giacimento di M’boundi la vita delle popolazioni locali è rovinata dall’inquinamento causato dalle attività estrattive: in particolare la pratica del gas flaring (ossia del bruciare a cielo aperto il gas naturale che esce dai pozzi petroliferi) causa malattie respiratorie, piogge acide e inquinamento delle acque. Eni ora si starebbe si impegnando per ridurre il gas flaring, realizzando in loco una centrale termolettrica a gas, ma - denuncia Altreconomia - la centrale si inserirebbe in un progetto ancora più devastante a livello ambientale. Dall'impianto – che soddisferebbe i fabbisogni elettrici dell’azienda stessa - si vorrebbe ricavare energia a buon mercato per uno dei modi di ottenere il petrolio più inefficienti e inquinanti: lo sfruttamento delle sabbie bituminose.
L’azienda infatti ha acquistato per 4 miliardi di dollari dal Governo congolese una concessione ad esplorare il petrolio mescolato alla sabbia di una zona di foresta vasta come diverse province italiane. Già ora le popolazioni della zona avrebbero subito danni dalle esplorazioni, condotte senza alcuna consultazione delle comunità locali. Se il progetto di sfruttamento delle sabbie bituminose proseguisse si andrebbe verso un disastro ambientale: deforestazione e miniere a cielo aperto intervallate da laghi di scarti tossici. Tutto per ottenere greggio di scarsa qualità la cui estrazione genera (secondo l’ONG inglese Platform) dalle 3 alle 5 volte più emissioni rispetto a quella del petrolio dai pozzi e che diventa economicamente conveniente solo con prezzi del barile superiori ai 100 dollari. Una strategia, dunque, che non sembra affatto guidata dalla responsabilità ambientale come consiglia il WRI.
Fonte tratta dal sito .

domenica 7 giugno 2009

Pesticidi nel Piatto 2009: diminuiscono i controlli, a rischio i bambini




Lo diciamo sempre, quello che mangiamo è pieno di schifezze. E non è sempre un luogo comune, come ci dice il rapporto annuale Pesticidi nel Piatto elaborato da Legambiente e presentato oggi a Roma. Il rapporto raccoglie ed elabora le analisi fatte dalle Arpa, Asl e laboratori zooprofilattici su frutta, verdura, olii e vini, ovvero prodotti ortofrutticoli e derivati.
Primo dato non confortante: i controlli diminuiscono. Sono quasi 1300 in meno le analisi fatte rispetto all’anno scorso. Di oltre 8700 campioni analizzati, complessivamente sono risultati fuori legge “solo” l’1,3% dei prodotti, ma la normativa italiana prevede limiti per i residui dei fitosanitari presi singolarmente. Non si considera la presenza di più residui e la loro combinazione come fattore per mettere fuori legge una mela o dell’insalata. Detto con altre parole, io potrei ingerire decine di prodotti diversi tutti appena sotto la soglia e per la legge la mia salute sarebbe tutelata.
Tra i residui trovati, anche sostanze come Procimidone, Vinclozolin o Captano, fitosanitari classificati come cangerogeni negli USA. Frutta e vini sono i prodotti messi peggio. Un frutto su due o è fuori legge o presenta uno o più residui contemporaneamente (di cui, ripeto, non si conoscono gli effetti sulla salute in quanto i prodotti sono testati solo singolarmente). Trovare prodotti senza residui, invece, non è così facile.
Fino a che punto la cosa ci deve importare? In fondo se la legge è rispettata… Oltre al già citato problema della presenza di sostanze multiple, e alla presenza di sostanze potenzialmente cancerogene (e questo dovrebbe bastare), Legambiente sottolinea come alcuni pesticidi residui (come alcuni insetticidi e acaricidi) si accumulino nei tessuti e possano avere gravi ripercussioni sul sistema riproduttivo di noi umani, e conseguenze sullo sviluppo dei bambini.
I limiti di legge italiani sono considerati rispetto a un adulto, invece i fattori di sicurezza dovrebbero essere rivisti e adeguati per i bambini. L’esposizione degli adulti può portare all’accumulo nel liquido seminale o il traferimento al feto durante la gravidanza, inoltre durante la crescita ci può essere esposizione diretta anche a causa dell’uso domestico di alcuni prodotti. Gli effetti sui bambini possono essere “danni al sistema immunitario in fase di sviluppo, sul sistema nervoso centrale e su quello ormonale”, e in alcuni casi anche “nascita di bambini con minor circonferenza cranica e rischio di deficit intellettivo”.
In alto la tabella riepilogativa dei dati del dossier .
Fonte tratta dal sito .

sabato 6 giugno 2009

BEPPE GRILLO presenta la Lista Civica DestinAzione Forlì









venerdì 5 giugno 2009

La straordinaria crescita delle energie rinnovabili


Le energie rinnovabili assorbono oggi la maggioranza dei nuovi investimenti, contribuendo per circa il 40 per cento all'incremento nella capacità di generazione installata all'anno.Gli investimenti globali nel settore delle energie pulite sono cresciuti di oltre quattro volte fra il 2004 e il 2008, anche se nell'ultimo anno a causa della crisi la crescita è stata solamente del 5 per cento, contro il 50 dell'anno precedente.Di fatto, le energie rinnovabili assorbono oggi la maggioranza dei nuovi investimenti, andando a contribuire per circa il 40 per cento all'incremento nella capacità di generazione installata all'anno: nel 2008 sono stati infatti investiti 140 milioni di dollari per complessivi 65 GW in impianti di generazione elettrica a fronte di un totale di 250 milioni di dollari per 157 GW di potenza installata da tutte le fonti.

Di questi, 105 miliardi di dollari sono stati spesi per sviluppare 40 GW di potenza da eolico, solare, piccoli impianti idroelettrici, biomasse e geotermico, mentre 35 sono stati investiti in grandi impianti idroelettrici.Sono queste le cifre contenute nel Global Trends in Sustainable Energy Investment 2009 stilato dall'UN Environment Programme (UNEP).Achim Steiner, direttore esecutivo dell'UNEP, ha sottolineato gli effetti negativi della crisi, che negli Stati Uniti ha portato a una caduta del 2% negli investimenti rispetto ai dati record degli anni precedenti, e fatto segnare il passo in Europa. Tuttavia, ha aggiunto, “la Cina è diventato il secondo mercato mondiale dell' energia eolica in termini di nuova capacità e il più grande produttore mondiale di materiale fotovoltaico, mentre è in corso una crescita del geotermico in molti paesi, dall'Australia al Giappone al Kenya.”

L'eolico è il settore che ha attirato i maggiori nuovi investimenti (51,8 miliardi di dollari, 1% di crescita sul 2007), anche se è il solare quello che ha visto il maggior tasso di incremento (33,5 miliardi, 49% di crescita), con prospettive ancora migliori per il futuro, dato che si prevede per entro la fine dell'anno una diminuzione del 43 per cento dei prezzi dei moduli fotovoltaici. In discesa è invece apparso il settore dei biocarburanti (16,9 miliardi, 9% di decrescita).A non risentire della crisi economica è stato il mercato dei diritti sulle emissioni di carbonio, che è cresciuto dell'87% nel 2008, raggiungendo i 120 miliardi di dollari.Su base regionale, gli investimenti in Europa sono stati nel 2008 pari a 49,7 miliardi, con una crescita del 2%, e di 30,1 miliardi in Nord America (-8%). A fronte di questo stallo, nei paesi in via di sviluppo si è avuto un aumento del 27%, grazie soprattutto agli investimenti fatti in Cina (15,6 miliardi, quasi tutti nell'eolico), in India (4,1 miliardi) e in Brasile (10,8 miliardi destinati al bioetanolo). Anche l'Africa ha avuto un incremento del 10%, anche se le cifre in gioco sono decisamente più modeste: complessivamente 1,1 miliardi.L'UNEP stima che per finanziare la riconversione verso un' economia sostenibile nei settori dell'edilizia, dell' energia dell'agricoltura e dei trasporti saranno necessari fra il 2009 e il 2011 almeno 750 miliardi di dollari, pari a circa l'1% del prodotto interno lordo mondiale, ma sottolinea come questi investimenti rapppresentino un'occasione per un vero "New Deal verde".

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giovedì 4 giugno 2009

Vaticano S.p.A.


L'Italia del dopoguerra si può comprendere solo attraverso gli intrecci tra Mafia, Massoneria, Vaticano e parti deviate dello Stato. Quattro mondi che si incrociano nelle vicende più oscure della nostra Repubblica. Il libro: "Vaticano S.p.A." grazie all'accesso, quasi casuale, a un archivio sterminato di documenti ufficiali spiega per la prima volta il ruolo dello IOR nella prima e nella seconda Repubblica.Passi dal libro "Vaticano S.p.A.":"...Paolo VI affida il trasferimento all'estero delle partecipazioni a un sacerdote e a un laico...già conosciuto da Montini quando era arcivescovo di Milano. Si chiama Michele Sindona. Porta i capitali della mafia. Il sacerdote che mastica di finanza ed è amico degli Usa si chiama Paul Marcinkus... E' lo stesso Sindona a presentare a Marcinkus il banchiere Roberto Calvi... I tre arrivano a manipolare gli andamenti della Borsa di Milano con le società del Vaticano che finiscono a Calvi via Sindona... Viene eletto papa il patriarca di Venezia Albino Luciani, uomo di altissimo rigore morale... il giornalista Mino Pecorelli pubblica i 121 nomi di esponenti vaticani che sarebbero affiliati alla massoneria... Luciani intende far piazza pulita allo IOR e trasferire tutti: Marcinkus, de Bonis, Mennini, de Strobel. Lo confida al segretario di Stato Jean Villot la sera del 28 settembre 1978. La mattina dopo il corpo senza vita di Giovanni Paolo I viene rinvenuto nel suo letto... Karol Wojtyla recupera la politica di Paolo VI e assicura a Marcinkus la continuità sull'indirizzo finanziario.. L'Ambrosiano di Calvi rischia il crack... si scopre che i crediti dell'Ambrosiano riguardano le società estere legate allo IOR... Il ministro del Tesoro Andreatta dispone la liquidazione del Banco Ambrosiano... Marcinkus gode della protezione incondizionata di Giovanni Paolo II... dovuta soprattutto ai fondi per oltre 100 milioni di dollari che il Vaticano inviò al sindacato polacco Solidarnosc... Triplice mandato di cattura, emesso il 20 febbraio 1987 dalla magistratura milanese contro Marcinkus e i dirigenti dello IOR Luigi Mennini e Pellegrino de Strobel..."
"Si può vivere in questo mondo senza preoccuparsi del denaro? Non si può dirigere la Chiesa con le Avemarie"(Monsignor Paul Marcinkus, presidente dello IOR)"Non potete servire contemporaneamente Dio e Mammona"(Gesù, Vangeli di Matteo 6,24 e Luca 16,13)
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mercoledì 3 giugno 2009

Gli OGM “non hanno rese agricole superiori”


Ad aprile è stato pubblicato un rapporto americano che attacca la garanzia di più forti rendimenti degli OGM. Non è il primo studio a mettere in dubbio l’efficacia degli organismi geneticamente modificati, eppure i paesi e le superfici coltivate con OGMcontinuano ad aumentare.

Gli Ogm hanno rese agricole superiori? Secondo un rapporto Usa non sarebbe cosìGli organismi geneticamente modificati non vengono più criticati solo in Europa. Ad aprile è stato pubblicato un rapporto americano che attacca il principale argomento dei fabbricanti di sementi modificate: la garanzia di più forti rendimenti. Responsabile del rapporto è la Union of Concerned Scientist, un gruppo di esperti del MIT (Massachusetts Institute of Technology).Qualche settimana dopo, a inizio maggio, l’UE ha imposto il suo diritto a consumare carne bovina senza ormoni (gli Stati Uniti come contropartita continueranno a sovratassare una serie di prodotti alimentari europei).Ma il diritto di produrre e consumare alimenti senza ormoni non implica quello di produrre e consumare senza OGM?Vediamo innanzitutto quali sono, secondo il rapporto americano, i vantaggi di questi organismi geneticamente modificati.“Da anni gli industriali affermano che nutriranno il mondo, promettendo che gli OGM avranno migliori rendimenti. Ma dopo vent’anni di ricerche e tredici di commercializzazione, i contadini americani che fanno ricorso a queste sementi non hanno delle rese agricole superiori. L’agricoltura tradizionale, invece, continua ad avere risultati migliori”, afferma Doug Gurian-Sherman, autore del rapporto.

Per arrivare a questa conclusione il biologo ha passato al setaccio tutti gli studi accademici pubblicati sulla soia e sul mais, le due culture transgeniche più utilizzate negli Stati Uniti.Nella patria di Monsanto il 90% delle superfici coltivate a soia impiega OGM, mentre il 60% del mais è geneticamente modificato.Gli OGM che dominano il mercato sono però tre: un tipo di soia e due di mais. Esiste infatti il mais modificato per resistere ad alcuni insetti e quello che resiste agli erbicidi. Quest’ultimo, come la soia resistente agli erbicidi, “non ha portato alcun miglioramento dei rendimenti”, come afferma il rapporto.Per quel che riguarda il mais resistente agli insetti invece (il cui esemplare più conosciuto è il Mon 810, appena vietato dalla Germania), l’accrescimento della produzione si è rivelata “marginale”. Questi risultati sono stati ottenuti anche da raccolte ottenute in Europa, dove il mais Bt (Bacillus thuringiensis) viene largamente importato.Gli OGM infatti, vengono coltivati in ‘soli’ 25 Paesi (principalmente Stati Uniti, Canada, Brasile e Argentina), ma altri 30 ne autorizzano l’importazione.Col tempo anche i paesi africani iniziano a produrli: nel 2008 il Burkina Faso e l’ Egitto hanno raggiunto il Sudafrica fra i paesi produttori.

Un crescente numero di superfici del mondo viene quindi coltivato con OGM: il 2008 ha visto un aumento delle superfici OGM del 9,4% rispetto all’anno precedente (International Service for the Acquisition of Agro-biotech Applications).Eppure la crescita di produttività agricola degli ultimi anni è dovuta ad altri fattori d’innovazione, spiega il rapporto americano. Nella sua conclusione si legge che sarebbe pericoloso puntare sugli OGM per assicurare i bisogni alimentari di 9 miliardi di persone (stima della popolazione mondiale nel 2050).Questo rapporto non è il primo a denunciare la promessa degli OGM: nel 2006 i ricercatori del Ministero Americano dell’Agricoltura hanno fatto il bilancio dei primi dieci anni di colture OGM, e non hanno constatato miglioramenti significativi.Se anche gli OGM garantissero una maggiore produzione agricola, l’aumento del rendimento avrebbe un prezzo: la perdita di biodiversità ed i rischi per la salute.


Monsanto è leader mondiale nella produzione degli Organismi Geneticamete Modificati (OGM) ed è una delle aziende più controverse della storia industriale.
Dalla sua fondazione nel 1901, la multinazionale di Saint Louis ha accumulato diversi processi a proprio carico, a causa della tossicità dei prodotti che impone al mercato.
Negli anni è stata accusata di negligenza, frode, attentato a persone e cose, disastro ecologico e sanitario e utilizzo di false prove.
Eppure, questo pericoloso gigante della biotecnologia si pubblicizza come azienda della "scienza della vita", apparentemente convertita al verbo dello sviluppo sostenibile.

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martedì 2 giugno 2009

10 uomini, un secolo di storia

lunedì 1 giugno 2009

Lincoln, Kennedy e il sistema bancario mondiale.