venerdì 30 luglio 2010

Nestlé non è un rumeno

mercoledì 28 luglio 2010

Il Vaticano implora l’uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare per un autentico sviluppo, rispettoso dell’ambiente


Dopo Obama pure il Vaticano è pienamente favorevole all'energia nucleare per la salvaguardia dell'ambiente. Da notare: “le centrali atomiche per il rispetto dell'ambiente”. «Non so se devo ridere... Anzi, forse è meglio che mi metta a piangere...». Invito tutti a leggere questo interessante articolo del collega Giulio Bettanini a cui va i miei più sinceri elogi per i contenuti delle sue osservazioni.
A seguito della distribuzione come allegato ad alcuni giornali diocesani di un libretto informativo sul nucleare intitolato “Energia per il futuro” redatto dalla MAB.q, la concessionaria per la pubblicità di Radio Vaticana (probabilmente) in collaborazione con Enel, un’ala cattolica più ‘liberal’ indignata per questa sgradita ingerenza sulle coscienze dei fedeli, ha risposto alla ‘provocazione’ con un opuscolo intitolato “Nuova pulita rinnovabile ENERGIA”.
Non volendo entrare nella polemica in merito all’opportunità o meno di tirare la bianca tunica del Santo Padre dall’una o dall’altra parte, mi sono limitato a cercare di capire quale sia la posizione ufficiale della Chiesa sul nucleare pacifico, dopo una breve ricerca ho verificato che, pur con tutte le cautele, c’è una posizione di sostanziale apertura, in particolare riporto le parole del Pontefice tratte dall’Angelus del 27 luglio 2007 che mi sembrano piuttosto chiare ed incisive:
“[....] Domenica scorsa (18/07/10), ricordando la “Nota” che il 1° agosto di 90 anni fa il Papa Benedetto XV indirizzò ai Paesi belligeranti nella prima guerra mondiale, mi sono soffermato sul tema della pace. Ora una nuova occasione mi invita a riflettere su un altro importante argomento connesso con tale tema. Proprio oggi, infatti, ricorre il 50° anniversario dell’entrata in vigore dello Statuto dell’A.I.E.A., l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, istituita con il mandato di “sollecitare ed accrescere il contributo dell’energia atomica alle cause della pace, della salute e della prosperità in tutto il mondo”. La Santa Sede, approvando pienamente le finalità di tale Organismo, ne è membro fin dalla sua fondazione e continua a sostenerne l’attività. I cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi 50 anni evidenziano come, nel difficile crocevia in cui l’umanità si trova, sia sempre più attuale e urgente l’impegno di incoraggiare la non proliferazione di armi nucleari, promuovere un progressivo e concordato disarmo nucleare e favorire l’uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare per un autentico sviluppo, rispettoso dell’ambiente e sempre attento alle popolazioni più svantaggiate.
Nei due opuscoli sono contenute delle dichiarazioni di intenti dove si indica il motivo per cui sono stati redatti, il primo opuscolo, quello pro-nucleare ci dice che il suo scopo è “fornire un quadro completo della situazione energetica italiana e mondiale, valutare gli aspetti positivi e quelli, invece, più problematici e lasciare alla valutazione del lettore il giudizio sulla necessità o meno del ritorno al nucleare”. Il secondo opuscolo, quello anti-nucleare, invece dice: “Abbiamo prodotto quest’opuscolo per cercare di fornire a tutti una serie di informazioni disponibili da tempo tra gli addetti ai lavori, ma che fanno fatica a trovare spazio su mass-media, più spesso attenti ai giochi di potere che alla verità dei fatti. [....] Quel che ne pensa il governo o l’Enel ve lo dicono quasi ogni giorno alla radio e alla televisione. Ma c’è un’altra versione dei fatti (e dei misfatti)…”
Quindi capiamo che se il primo libretto illustra le verità ‘ufficiali’ ed ampiamente diffuse sul nucleare (ed infatti leggendolo si vede che lo fa piuttosto bene e senza errori), il secondo ci racconta cose che sanno solo in pochi, delle verità ‘più vere’ di cui la comunità cattolica (e non) è stata tenuta all’oscuro.
Sono andato quindi ad analizzare per sommi capi alcune di queste ‘rivelazioni’ che i mass media si guardano bene dal rivelarci e ne ho preso spunto per fare qualche osservazione sui punti più interessanti, beninteso senza nessuna pretesa di scientificità.
UNA PROSPETTIVA DIVERSA (pag. 5)
[....] se l’Italia si fornisse di un piano nazionale per il risparmio energetico, se cominciassimo a progettare le nostre case, i nostri uffici, il nostro sistema di trasporti in quest’ottica, se accompagnassimo le modifiche infrastrutturali con comportamenti più attenti a livello personale, nel giro di pochi anni potremmo ridurre di ben due terzi il nostro consumo complessivo di energia, producendo al tempo stesso meno rifiuti, meno anidride carbonica (CO2) [....] Il suggerimento sarebbe: dirottare i 20 miliardi di euro destinati alle nuove centrali nucleari al recupero e alla ristrutturazione del patrimonio edilizio italiano che in diverse regioni giace in condizioni pietose. In Italia si contano circa 13 milioni di edifici, l’85% a uso residenziale, che consumano ogni anno il 45% del fabbisogno nazionale di energia. Le case che possiamo costruire dovranno essere energeticamente autonome, consumare poco e produrre da sé l’energia necessaria attraverso pannelli solari, micropale eoliche e pompe di calore.
Che il risparmio energetico ed il miglioramento dell’efficienza siano obiettivi da perseguire è palese, ma è un processo virtuoso che esiste da sempre, infatti da sempre i nuovi elettrodomestici, i nuovi mezzi di trasporto ed i nuovi macchinari industriali permettono di svolgere una certa funzione con più efficienza e con minore consumo di energia.
Prendiamo per esempio i nostri consumi energetici domestici e vediamo quanta energia è possibile davvero risparmiare. Senza fare alcuna rinuncia ed assumendo semplicemente dei comportamenti ‘virtuosi’ ed attenti al risparmio si possono ridurre i nostri consumi domestici dell’ordine di un 10% e questo con provvedimenti a costo zero, ad esempio spegnendo la luce in stanze dove non c’è nessuno, staccando la spina degli apparecchi con stand-by, regolando il climatizzatore a temperature ragionevoli, facendo lavatrici a pieno carico e così via…
Se si vogliono ridurre i consumi di una percentuale più alta, diciamo del 20% bisogna cominciare a sostituire le lampadine con lampadine a basso consumo, acquistare elettrodomestici di classe A e magari sostituire la caldaia con una caldaia a condensazione affrontando una spesa dell’ordine delle migliaia di euro.
Se vogliamo passare ad una riduzione del 40%-50% dei consumi energetici domestici ed abbiamo la sfortuna di avere una casa non nuovissima bisogna ricostruire da zero l’impianto di riscaldamento, sostituire gli infissi ed isolare termicamente tutte le pareti esterne dell’abitazione affrontando una spesa dell’ordine delle decine di migliaia di euro:
Riassumendo:
Per una riduzione del 10% dei consumi bastano interventi a costo ZERO €. Per una riduzione del 20% dei consumi servono interventi dal costo di X.000 €. Per una riduzione del 40% dei consumi servono interventi dal costo di XX.000 €.
È quindi ovvio che si debba informare il consumatore su quei comportamenti che permettono un uso ragionevole e consapevole dell’energia, meno ovvio è capire se abbia senso o meno, dal punto di vista economico, forzare la sostituzione di elettrodomestici/macchinari/veicoli prima della fine del loro ciclo di vita o fare pesanti ristrutturazioni delle abitazioni in nome dell’efficienza energetica…
Ad esempio, in una seconda casa od in una casa in affitto difficilmente avrebbero senso ristrutturazioni, ed avrebbe senso la sostituzione solo di qualche elettrodomestico.
Ciò che vale per le abitazioni, vale a maggior ragione nelle aziende. Le industrie, se ben gestite, utilizzano già l’energia con criteri di massima efficienza ed attuano un serrato turnover tecnologico nell’ottica di una riduzione dei costi di produzione e quindi non è possibile chiedere a queste chissà quali risparmi ed efficienza.
A tale proposito ricordo un episodio emblematico, nel settembre del 2009 prima della conferenza di Copenhagen il primo ministro giapponese Hatoyama aveva stabilito che il Giappone avrebbe ridotto le emissioni di CO2 del 25% entro il 2020, i presidenti delle maggiori imprese industriali del paese, che per antonomasia rappresentano il maggior livello di efficienza industriale al mondo, pur con tutta la flemma e la cortesia giapponese a mezzo stampa gli avevano sostanzialmente dato del ‘cretino’ (per la cronaca Hatoyama è già passato a diversa occupazione per aver fatto altre promesse che non poteva mantenere).
Chi conosce i costi di una ristrutturazione edilizia può ben capire che se si utilizzassero i 20 miliardi delle centrali nucleari per migliorare l’efficienza energetica delle abitazioni ben poche vecchie case potrebbero essere restaurate, diciamo all’incirca 200.000. Va poi considerato che questi interventi per l’efficienza sarebbero direttamente od indirettamente a carico dei cittadini stessi o delle aziende, mentre il costo delle centrali nucleari sarà, nonostante ciò che viene detto in giro, a carico delle aziende energetiche. Enel ad esempio ha già dichiarato di avere tutte le risorse economiche necessarie per costruire le prime centrali e che le serve solamente un quadro normativo chiaro che non permetta ripensamenti.
In conclusione se davvero venissero imposti seri interventi di ‘efficientamento’ questi andranno a diminuire il reddito disponibile delle famiglie e gli investimenti delle aziende con pesanti ricadute sull’economia.
ENERGIA RINNOVABILE: CI BASTERA’? (pag. 11)
La rete è uno degli aspetti fondamentali per passare da un sistema elettrico centralizzato come quello attuale ad un sistema distribuito in cui ciascuno di noi diventa contemporaneamente consumatore e produttore di energia elettrica. Le nuove reti saranno capaci di limitare la domanda nei momenti di picco. Una rete come quella attuale non è ancora adeguata allo sviluppo delle fonti rinnovabili. [....] Le reti intelligenti risolveranno i problemi di momentanea indisponibilità delle diverse fonti, riducendo le perdite ancor oggi rilevanti e che nel 2008 sono state pari a 20 miliardi di chilowattora. Meno megaelettrodotti significa anche meno inquinamento elettromagnetico. Non dimentichiamo che l’inquinamento elettromagnetico è ritenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come una delle più gravi problematiche ambientali che continueranno a riguardare il pianeta nei prossimi anni.
Qui le ‘rivelazioni’ cominciano a farsi piuttosto inquietanti, visto che “le nuove reti saranno capaci di limitare la domanda nei momenti di picco”, dobbiamo forse aspettarci un futuro fatto di razionamenti dell’energia elettrica? Viene quindi da sperare che le reti rimangano più stupide possibile… probabilmente si voleva intendere che i grossi impianti centralizzati dovranno produrre meno energia visto che ci saranno impianti fotovoltaici sui tetti di molte abitazioni… sulle ‘microturbine’ eoliche che sono poco più di un giocattolo inadatto a produrre energia elettrica in ambito urbano stendiamo un pietoso velo.
È vero che le ‘smart grid’ saranno indispensabili per gestire la potenza eolica e fotovoltaica distribuita, ma è anche vero che queste non sono indispensabili per la costruzione di nuove centrali nucleari per le quali basterà probabilmente lo sdoppiamento qualche linea in alta-altissima tensione.
Le smart grid verranno costruite per permettere l’aumento di produzione da fonti intermittenti ma si cerca di far passare il messaggio che tutti ne abbiamo bisogno, cosa non corretta. I maggiori costi di sistema di cui necessitano eolico e fotovoltaico dovrebbero essere fatti pagare a chi produce da queste fonti e non dovrebbero essere spalmati indistintamente sulle bollette di cittadini ed aziende.
Poi il discorso dell’OMS che individua ’inquinamento elettromagnetico come una delle più gravi problematiche ambientali’ è veramente risibile, la ‘bufala’ dell’elettrosmog è stata fortunatamente archiviata più di una decina di anni fa quando è stata per fortuna scongiurata l’adozione di valori soglia per campi elettrici e magnetici talmente bassi da andare ben al di sotto dei valori già cautelativi indicati dalla fisica e dalla medicina… e tutto in nome del deleterio ‘principio di precauzione’. Anche in questo caso l’ambientalismo andava contro l’evidenza in cui tutte le nazioni sviluppate convivono da più di 50 anni con un’elettrificazione capillare e diffusa senza che si siano mai rilevate anomale incidenze di tumori o leucemie.
A proposito di ‘elettrosmog’ e visto che siamo in tema… è forse il caso di fare un accenno alle presunte morti per leucemia causate dalle antenne di Radio Vaticana. È vero che l’emittente sforava i limiti di legge previsti per le emissioni elettromagnetiche ma comunque l’antenna non aveva picchi di emissioni tali da costituire un pericolo per la società.
Ma per vari motivi è partita una caccia alle streghe in grande stile con annesso linciaggio mediatico ai danni del Vaticano, alcune testate con parecchio pelo sullo stomaco, male interpretando la perizia di parte presentata in tribunale, sono arrivate ad affermare che Radio Vaticana ha causato la morte per leucemie di 278 bambini, quando in realtà nella perizia si discute su possibili pochi casi di leucemie in eccesso rispetto alla media statistica. Il Prof.Veronesi che pare sia perito della difesa ci spiegherà a breve cosa dicono in realtà le statistiche cliniche nelle zone intorno a Radio Vaticana.
ENERGIA RINNOVABILE: BASTEREBBE IL SOLE (pag. 13)
Il sole è una preziosa fonte di calore, utilissima per il riscaldamento, anzi è più conveniente produrre calore piuttosto che energia elettrica, per questo sarebbe intelligente costruire le case già predisposte con i pannelli per scaldare l’acqua, in particolare in tutto il centro-sud. [....] . Se il solare termico cresce, il fotovoltaico corre! Grazie agli incentivi erogati, in soli 4 anni in Italia si è passati da 7 a 1.000 megawatt (MW) installati. Ancor più significativo è il dato relativo alla corrente generata: secondo il Ministero dello Sviluppo Economico la produzione di energia elettrica da impianti fotovoltaici è passata dai 193 gigawattora (GWh) del 2008 ai circa 1.000 del 2009, con un incremento superiore al 400%. Possiamo in altre parole affermate che col sole si produce già ora abbastanza corrente da soddisfare le esigenze di un milione 200 mila persone, corrispondenti circa alla popolazione dell’intero Friuli-Venezia Giulia.
Assolutamente condivisibile ciò che è detto per il solare termico, meno condivisibile quanto detto per il fotovoltaico.
Non è vero che “col sole si produce già ora abbastanza corrente da soddisfare le esigenze di un milione 200 mila persone” si soddisfano solo i loro consumi domestici, una persona consuma indirettamente elettricità anche quando entra in un negozio, in un ospedale, sale su un tram o gode semplicemente dell’illuminazione pubblica… per soddisfare le REALI esigenze di un numero simile di persone servirebbe una produzione energetica almeno cinque volte superiore.
ENERGIA RINNOVABILE: PIÙ POSTI DI LAVORO. (pag. 15)
Il numero delle persone in cerca di occupazione in Italia, nel mese di gennaio 2009, risulta pari a 2 milioni e 138 mila unità, in crescita del 22,4 per cento rispetto a dicembre 2008. Creare nuovi posti di lavoro è più che mai urgente. [....]. Relativamente al solo settore del fotovoltaico Arturo Guerzoni (Università di Padova) ha prodotto un’analisi che stima 90 mila posti di lavoro nel 2020.
Vero che in Italia c’è disoccupazione, ma non si può pensare di impegnare gran parte di questi disoccupati nella produzione di energia elettrica, l’energia elettrica è assimilabile ad una 'materia prima’ il cui prezzo deve essere mantenuto basso in modo che le attività che creano prodotti ad alto valore aggiunto (e la ricchezza di un paese) possano prosperare. Attualmente il settore fotovoltaico, grazie a generosi incentivi statali, può permettersi da dare lavoro ad un considerevole numero di persone, ma se tra una ventina d’anni l’evoluzione tecnologica (Thin film - CdTe) porterà l’energia fotovoltaica ad essere competitiva con quella ottenuta da fonti fossili o da nucleare non è pensabile che il numero di occupati del fotovoltaico per ogni TWh di energia elettrica prodotto sarà molto superiore al numero attuale di occupati nella filiera dell’energia fossile.
Mi spiace poi che nell’opuscolo si citi il lavoro di tale Arturo Guerzoni, persona inesistente, si voleva parlare in realtà del bravissimo e simpaticissimo Professor Arturo Lorenzoni che produce lavori scientifici e risultati di estremo valore e serietà, il professor Lorenzoni ad esempio non avrebbe certo fatto pubblicare la tabella (sbagliata) di pag.15 dove si dice che il fotovoltaico creerà 76.000 posti di lavoro per ogni MW installato. Secondo la tabella con un singolo GWp installato potremmo dare lavoro a tutt’Italia compresi vecchi e bambini, tutti impegnati probabilmente su sedie a sdraio a supervisionare la produzione di pochi pannelli fotovoltaici. Installando due GWp potremmo vivere di rendita e comprarci la Svizzera? Chissà…. Ma non credo visto che 1 GWp è la potenza fotovoltaica attualmente installata nel nostro paese.
IL NUCLEARE: E LE SCORIE DOVE FINISCONO?. (pag. 19)
Ancora nessuno sa come risolvere il problema delle scorie. Un reattore del tipo di quelli che vorrebbero costruire in Italia produce annualmente 700 tonnellate di rifiuti radioattivi, di cui 25 ad alta radioattività. [....].Negli Stati Uniti, nel mese di marzo 2010, il Dipartimento per l’Energia ha definitivamente detto no al decennale progetto di costruzione di un deposito geologico nel Nevada a Yucca Mountain, per ospitare le scorie di tutti i 104 reattori americani, progetto per cui a partire dagli anni ’80 sono stati spesi 10 miliardi di dollari. Riguardo al nostro Paese dovrà anch’esso affrontare questo problema per ospitare le scorie delle vecchie centrali nucleari attive prima del 1987: l’unico preventivo fatto dal governo precedente all’attuale, era pari a 1,5 miliardi di euro.
Il bello è che nessuno si chiede mai che fine facciano le ceneri (debolmente radioattive) prodotte dai circa otto milioni di tonnellate di carbone che servono ad alimentare una centrale a carbone da 2 GW.
Comunque non è vero che “nessuno sa come risolvere il problema delle scorie” è vero semmai che non c’è nessuna urgenza di trovare una soluzione definitiva per il combustibile nucleare esaurito, visto che pur conservato in depositi di superficie non costituisce un serio pericolo e visto che anche il questo ‘rifiuto’ è composto per circa il 95% da uranio 238 che sarà utilizzato per produrre combustibile per i reattori IV generazione.
Per quanto riguarda i costi dei depositi definitivi per le scorie questi sono elevatissimi ma vanno paragonati a quanto rende economicamente una centrale nucleare nel proprio ciclo di vita. Una sola centrale EPR (singolo reattore) in 60 anni produce energia che ha un valore di mercato di circa 70 miliardi di euro (considerando prezzo medio energia elettrica 2008 nella borsa del GME). Quindi si può ben capire che per un deposito come Jucca Mountain che dovrà ospitare le scorie di tutti i 100 reattori statunitensi i 10 miliardi di $ fin qui spesi sono una cifra elevata ma comunque proporzionata.
IL NUCLEARE: E LA SICUREZZA? (pag. 21)
Il rischio di un incidente nucleare rimane un pericolo costante, sia che si tratti di timori sulle operazioni dei reattori che della gestione dei rifiuti o altre operazioni del relativo ciclo. Dovunque si tende a sminuire e nascondere gli incidenti. Nonostante i suoi sostenitori continuino a ripetere che il nucleare è una tecnologia matura e sicura, non esiste oggi nazione, Francia compresa, che non abbia avuto incidenti che non possa continuare ad averne.
Qualsiasi attività umana comporta una certa percentuale di rischio… se si fanno due conti si scopre che vivere per 80 anni accanto ad una centrale nucleare è pericoloso quanto fare un singolo viaggio in auto da Milano a Roma, quindi vivere vicino ad una centrale vuole dire assumersi (o vedersi affibbiato) un rischio tangibile e non nullo, ma comunque basso.
Bisogna essere in grado però di valutare quale sia il rischio ed il costo del NON costruire una centrale nucleare, che rischi comporta vivere nelle vicinanze di una centrale a carbone o a metano di pari potenza? Che rischi comporta per la nostra economia avere un paniere energetico poco vario?
Per quanto riguarda gli incidenti avvenuti nelle centrali nucleari occidentali nessuno di questi ha mai messo in pericolo la popolazione circostante. Non mi spiego perché si faccia tanta leva sugli incidenti fin qui avvenuti perché sono eventi realmente poco rilevanti, secondo me non è del singolo guasto tecnico che una persona ragionevole dovrebbe preoccuparsi bensì di cosa potrebbe succedere nei casi peggiori: ovvero, A) Aereo che si schiantasse sulle piscine dove è contenuto il combustibile esaurito. B) Se una centrale cadesse in mano per qualche giorno ad una decina di terroristi dotati di armi, esplosivi, saldatrici e Ph.D. in ingegneria nucleare…. potrebbero in questi due casi essere rilasciate notevoli quantità di radiazioni all’esterno? La centrale potrebbe essere resa inutilizzabile per sempre? Queste due conseguenze a mio parere sarebbero inaccettabili e richiederebbero una revisione dei sistemi di sicurezza.
Io credo che anche con tutta la più ‘buona’ volontà in una centrale EPR queste cose non possano avvenire… ma è una cosa che va investigata, una valutazione della sicurezza della centrale basata solo su due-tre guasti tecnici casuali contemporanei è a mio parere insufficiente.
IL NUCLEARE: CIVILE E MILITARE FRATELLI SIAMESI. (p.23)
L’arricchimento dell’uranio produce combustibile sia per centrali nucleari che per reattori nucleari nei sottomarini e nelle portaerei militari, o come massa di reazione all’interno delle bombe atomiche. Dipende solo dal livello di arricchimento. [....]. Morale della favola: qualsiasi paese che possiede reattori nucleari è potenzialmente in grado di produrre armi nucleari perché la tecnologia è la stessa. La storia conferma che il nucleare civile costituisce la porta d’ingresso a quello militare. Solo Stati Uniti e Francia, che per primi partirono con l’uso del nucleare, hanno iniziato da progetti militari per poi sfruttare i reattori per generare energia elettrica.
È vero che gli Stati che hanno impianti con cui arricchire l’uranio al 3-5% per alimentare un reattore nucleare possono arricchire l’uranio anche al 90% necessario per una bomba, ed è proprio questo che si teme che l’Iran stia cercando di fare con le sue centrifughe. Ma è anche vero che non tutti i paesi con un programma nucleare pacifico hanno impianti di arricchimento dell’uranio né tantomeno impianti per il riprocessamento del combustibile esaurito da cui si può estrarre plutonio, anch’esso (con estrema difficoltà) utilizzabile per costruire ordigni nucleari. Quindi non è affatto vero che “qualsiasi paese che possiede reattori nucleari è potenzialmente in grado di produrre armi nucleari” per costruire armi nucleari serve un impegno economico e tecnologico notevole, non è una cosa che può essere fatta di nascosto e l’Italia sicuramente non ha interesse nel produrre armi nucleari…. La Corea del Nord ad esempio ha prodotto il plutonio che le serviva per le sue bombe con un reattore apposito da soli 5 MW di potenza, un reattore PWR di grandi dimensioni non sarebbe stato certo adatto a questo scopo e sarebbe costato almeno una decina volte tanto .
Visto comunque che “La storia conferma che il nucleare civile costituisce la porta d’ingresso a quello militare” sarebbe interessante avere ragguagli sul programma nucleare di guerra tedesco, giapponese, spagnolo, svedese…. o sul temibile arsenale nucleare finlandese e di molti altri innocui paesi che hanno centrali nucleari ma nessun programma nucleare bellico.
In ultimo chiederei se la cara vecchia Unione Sovietica, Cina ed India non siano da annoverare tra i paesi che hanno intrapreso dapprima lo sviluppo bellico del nucleare per poi passare al nucleare civile.
Concludo con una riflessione, la prima bomba ha portato distruzione e la morte di tanti innocenti ma a parziale (ed insufficiente) giustificazione è stata costruita per porre termine ad una orrenda guerra e, risparmiando agli alleati l’invasione del Giappone, si calcola che abbia comunque salvato centinaia di migliaia di vite… poi nel bene e nel male l’equilibrio del terrore (nucleare) durante la guerra fredda ha garantito a noi occidentali 60 anni di sostanziale ‘pace’. Nel bene o nel male la bomba ha fatto parte della nostra storia ed ha avuto un ruolo quantomai importante. Io trovo altamente simbolico che questi orrendi ordigni ora vengano smantellati e che l’uranio ed il plutonio in essi contenuto vengano ‘diluiti’ ed utilizzati nelle centrali nucleari civili.
L’equilibrio del terrore è finito, le armi nucleari hanno esaurito il loro compito… ne rimarranno alcune centinaia per tenere a bada i paesi canaglia ed i molti tiranni che ancora imperversano in giro per il mondo… ma quando arriveranno tempi più civilizzati quasi tutte le bombe spariranno…. al massimo ci potranno servire contro comete od asteroidi in rotta d’impatto con il pianeta.
IL NUCLEARE: LA NOSTRA ‘DIPENDENZA’ DALLA FRANCIA. (p.25)
Se l’Italia compra energia dalla Francia non è perché le manchi la possibilità di produrne in proprio, ma perché la Francia è costretta a venderla sotto costo e a noi conviene, in determinate fasce orarie, fermare le nostre turbine e far arrivare l’energia da oltralpe. Il sistema francese, tutto sbilanciato sul nucleare, è dimensionato per reggere i momenti di punta. Questa rigidità comporta, da un lato, che nelle fasce orarie a basso consumo c’è letteralmente energia da buttare.
Che il nucleare francese sia attualmente sovradimensionato sono perfettamente d’accordo, è frutto di scelte, alcune delle quali discutibili, fatte alcune decenni fa, ma comunque sia il kWh in Francia oggi costa al consumatore la metà rispetto all’Italia. Ma vorrei rassicurare chi è preoccupato che Edf vada fallita poiché ‘svende’ energia elettrica…… la settimana scorsa ero a Parigi e camminando lungo Avenue de Champs Élysées ho notato che in TUTTE le vetrine dei negozi di rappresentanza delle principali case automobilistiche (Peugeot, Citroen, Renault, Toyota…) facevano bella mostra di sé auto elettriche ed ibride plug-in collegate a delle colonnine elettriche. Il messaggio è chiarissimo, il programma del Governo francese pure… sebbene la tecnologia sia ancora immatura nell’arco dei prossimi due decenni la Francia vuole passare al trasporto privato elettrico che assorbirà allegramente (di giorno e di notte) tutta l’energia che i reattori francesi possono fornire. Da noi in Italia, senza nucleare, chi guiderà un’auto elettrica pagherà il ‘pieno’ almeno due volte tanto.
IL NUCLEARE: I COSTI. (p.27)
È indubbio che – almeno per il momento – la quota di costo legata al combustibile è molto più bassa nel nucleare che in tutte le altre materie prime. Ma la convenienza economica rispetto alle altre fonti fossili è limitata a questo! Il costo degli impianti invece è enorme e la spesa per costruire un reattore è quadrupla rispetto ad un analogo impianto a metano. [....]. Se poi, oltre alla fase di costruzione, dovessimo mettere in conto anche i costi dello smantellamento (che peraltro nessuno è in grado di stimare perché sono specifici per ogni impianto), arriveremmo a cifre che rendono il nucleare ben poco conveniente in termini economici.
Qui ci si perde un po’ in chiacchiere…. Sappiamo tutti che una centrale nucleare costa tanto, che poi è un ‘tanto’ relativo posto che 1 kW nucleare costa più o meno quanto 1 kW di fotovoltaico o di eolico off-shore.
Quello che conta è il costo dell’energia che viene prodotta. Il costo dell’energia da nucleare in Italia sarà compreso in una forchetta tra 5 ed 8 cents di €/kWh comprendendo i costi di decommissioning e stoccaggio definitivo delle scorie. Il costo per il decommissioning è tutt’altro che ‘sconosciuto’, una centrale EPR è progettata anche in funzione dello smantellamento e questo costo si può indicare al massimo in 1-2 miliardi di euro…. Costo elevato ma che va come sempre confrontato con i 70 miliardi di € del valore dell’energia prodotta in 60 anni.
Volendo calarmi ne panni di detrattore la cosa di cui mi preoccuperei maggiormente è questa: come possiamo essere certi che il kWh nucleare abbia realmente un prezzo commisurato ai suoi costi e che, quando il prezzo di petrolio/metano salirà non verrà venduto ad un prezzo molto più elevato per non fare troppo ‘male’ agli impianti alimentati a gas metano con cui l’Italia produce oggi il 50% dell’energia elettrica? Insomma che garanzia abbiamo che non si opererà nella migliore tradizione dei ‘cartelli all’italiana’?
Io penso che il legislatore debba stabilire le regole e mettere dei paletti inamovibili in questo senso prima che si passi alla costruzione delle centrali.
IL NUCLEARE: È ANCORA IN BOLLETTA. (p.31)
Chi di noi sa come viene calcolato il totale della bolletta elettrica? Il sistema tariffario è quanto mai complicato. Quello della bolletta di una famiglia con normale contratto da 3kW di potenza ed un consumo annuo di 2.700 kWh si presenta come segue e il prezzo dell’energia più quello del dispacciamento (gestione dei flussi sulla rete operata da Terna) costituisce il 57% di ciò che paghiamo.
Quali sono i principali oneri di sistema e quanto ci sono costati nel 2008? A2 Per coprire i costi di smantellamento delle centrali nucleari: circa 500 milioni di euro A3 Per coprire incentivi alle fonti assimilate (CIP6) e rinnovabili: circa 3.160 milioni di euro […]
[ciò che segue è in un trafiletto a pag. 9 ma ha più senso discuterlo qui]:
La necessità di una precisa definizione dei confini tra fonti rinnovabili e non, risulta ancora più giustificata e se si pensa all’imbarazzante vicenda italiana del “Cip6”. La delibera n. 6/1992 del Comitato Interministeriale Prezzi più nota come Cip6 - ha introdotto in bolletta la “componente tariffaria A3”, in pratica una piccola tassa spalmata tra tutti gli utenti del servizio elettrico. Il denaro ricavato doveva servire a promuovere la diffusione di nuovi impianti a fonti di energia rinnovabile, attraverso incentivi pluriennali pagati per tutta l’elettricità pulita immessa in rete. Le cose, però, sono andate in un altro modo: in questa delibera, infatti, alle parole “energie rinnovabili” venne aggiunto anche l’aggettivo “e assimilate”. Grazie a questo cavillo, gran parte delle risorse economiche oltre il 70%- destinate allo sviluppo delle vere fonti rinnovabili è finito nelle tasche di produttori di energia e di gestori di impianti che nulla avevano a che fare con le rinnovabili, come inceneritori di rifiuti, centrali alimentate con carbone o addirittura con scarti di raffineria.
È verissimo che la bolletta elettrica è piuttosto complessa ma visto che saltuariamente vengo chiamato da aziende venditrici di energia elettrica per spiegare ai responsabili come vanno fatte le bollette….ho la fortuna di sapere come è costruita.
Lasciando perdere i ‘vecchi’ numeri del 2008 sono andato a calcolare quanto pagherebbe un utente con contratto domestico (3 kW) che consuma 2700 kWh all’anno considerando le componenti tariffarie aggiornate al mese di luglio 2010. Un utente domestico che ha mantenuto il vecchio contratto, nel senso che non è passato ad Edison, Eni e compagnia bella, paga una bolletta annuale di 362,49 euro escluse imposte le locali ed l’IVA.
Totale bolletta: 362,49 € all’anno Di cui: Componente A2 (smantellamento centrali nucleari): 4,5942 € Componente MCT (sempre smantellamento centrali nucleari): 0,4590 € Componente A3 (rinnovabili e assimilate): 30,9018 € [A questi importi devo poi aggiungere un 10% di IVA.]
Quindi cosa vediamo? A parte che chi ha scritto l’opuscolo si era dimenticato la componente MCT, anch’essa strettamente legata al nucleare, vediamo che la componente A3 è decisamente preponderante e comporta un esborso pari quasi pari al 10% del totale della bolletta.
Ma adesso chiediamoci “è vera la ‘leggenda’ che nella componente A3 si pagano per la maggior parte incentivi alle fonti assimilate e non alle rinnovabili vere e proprie?” risposta: “NO, non è vero”.
Basta leggere cosa ha scritto l’Autorità per l’energia (AEEG) in un comunicato stampa del 30 giugno 2010:
“Il costo totale per l’incentivazione delle sole fonti rinnovabili (escluse quindi le fonti assimilate) è attualmente crescente ed ha raggiunto, i 2,5 miliardi di Euro nel 2009 e supererà i 3 miliardi di Euro già nel 2010 […]. Per la prima volta, nel 2010, gli oneri complessivi dei nuovi strumenti di incentivazione supereranno quelli complessivi (incluse le fonti assimilate) del precedente provvedimento Cip n.6/92, pari a 1,9 miliardi di Euro.”
Leggi qui il documento in formato pdf.
La leggenda non è più vera già da qualche anno, sarebbe ora di smettere di raccontarla in giro.
Per concludere volevo prendermi la libertà di dire, da cattolico, che ciò che mi è stato sempre insegnato è che l’UOMO viene prima di tutto. Nella frenesia dilagante di chi cerca di salvare l’ambiente si è persa oltre alla dimensione scientifica (che per vari motivi in Italia non è mai stata molto in auge) anche la dimensione umana, la protezione dell’ambiente è diventata una specie di nuova religione Ne Age che si basa su valori e dogmi molto discutibili a cominciare dal presunto peccato (consumare risorse ed emettere CO2) per arrivare alla presunta punizione (catastrofe climatica) passando per occasionali assoluzioni (comprare una Prius) ….come aveva ragione Benedetto Croce quando diceva che “non possiamo non dirci cristiani”.
Durante la conferenza di Copenhagen di quest’inverno si è stabilito che la priorità globale è finanziare provvedimenti per la mitigazione climatica per proteggersi da chissà quali fantomatici stravolgimenti climatici che si dovranno manifestare nella seconda metà di questo secolo… dimenticandosi che ci sono OGGI centinaia di migliaia di persone che muoiono di fame, sete, dissenteria, per colpa delle guerre e dei tiranni…. Io invece credo che sia un nostro dovere morale portare dapprima vita, pace e libertà… poi cultura ed energia a chi ne ha bisogno.
Fonte tratta dal sito .

martedì 27 luglio 2010

In Islanda viene approvata la totale libertà di informazione in rete



Alle tre di quella notte, quando il parlamento è stato chiamato a votare, la deputata anarchica Birgitta Jonsdottir non era affatto certa che la sua proposta sarebbe passata. E un mese dopo ancora si chiede se tutti i colleghi avessero capito l'entità della sfida che la piccola Islanda si impegnava a lanciare all'universo mondo - a Stati di polizia e a compagnie petrolifere, al Pentagono e a grandi banche, giù giù digradando fino all'Italia di Silvio Berlusconi. Ma fosse pure con il contributo di una scarsa consapevolezza, del sonno o della fretta di andare in ferie, sul tabellone elettronico è apparso, ricorda Birgitta, “un mare verde. Approvato all'unanimità. Ero stupefatta”. Da quel 16 giugno, un Paese di trecentomila abitanti promette uno scudo quasi totale ai disvelatori di segreti - segreti militari, segreti istruttorii, segreti societari, segreti di Stato.
Se documenti sottratti per un interesse pubblico saranno immessi in Internet da un server con base in Islanda, la giustizia dell'isola non potrà impedirne la divulgazione, tentare di scoprire chi li abbia rivelati, dare seguito a condanne comminate da tribunali esteri in base a leggi contrarie alle norme islandesi. Ancora: se uno Stato o un privato si ritenesse diffamato e ricorresse davanti ad una corte straniera, la società islandese proprietaria del computer (il server) che ha immesso in Rete carte segrete non solo non potrà essere intimidita con la minaccia di quei processi dai costi esorbitanti che stanno costringendo all'autocensura molto giornalismo occidentale, ma sarà autorizzata a rispondere con una contro-citazione davanti ad una corte dell'isola, dichiarandosi vittima di una minaccia alla libertà d'espressione.
Per capire come andrà a finire la sfida islandese occorrerà attendere la normativa d'attuazione (la risoluzione, intitolata Icelandic Modern Media Iniziative, impegna il parlamento a modificare quattordici leggi, tempo previsto: un anno). Stando alle premesse, l'Islanda potrebbe diventare il bunker mondiale del giornalismo investigativo, le Cayman Islands di un'informazione né manipolatoria né omissiva. Ma anche attirare specialisti della disinformazione e mestieranti della calunnia. Potrebbe arretrare sotto l'incalzare di silenziose pressioni internazionali. Oppure restituire la voce agli zittiti - dissidenti, perseguitati, disomogenei. Nel frattempo l'interesse che la deputata Birgitta Jonsdottir ha registrato nel parlamento europeo, soprattutto nel gruppo liberale, suggerisce che l'iniziativa islandese abbia già ottenuto un risultato cospicuo: chiamare alla riscossa contro la massa di divieti, ingiunzioni e intimidazioni che da quasi un decennio sta comprimendo la libertà d'espressione anche negli Stati di diritto occidentali, spesso con il pretesto della lotta al terrorismo.
Per quanto poi riguarda l'Italia, quel che offre l'Islanda già adesso permette di aggirare i divieti che in origine appartenevano alla goffa proposta del ministro Alfano. Nel concreto, chi volesse divulgare intercettazioni dal contenuto significativo non dovrebbe fare altro che mandare le fotocopie del documento originale ad un sito specializzato nella divulgazione di segreti (il più seguito, Wikileaks. org, ora ha la base ufficiale in Islanda). Per posta, ad uno degli indirizzi indicati nel sito Wikileaks; oppure via Internet attraverso il software Tor, gratuito, che costruisce un gioco di carambole tra computer e rende difficilissimo identificare il mittente. Il personale di Wikileaks verificherebbe l'autenticità del documento attraverso i suoi collaboratori in Italia, e tempo qualche giorno o qualche settimana, lo metterebbe in rete. Secondo Smari Mc Carthy, matematico e portavoce di quella Digital Freedom Society che ha avuto un ruolo importante nella formulazione della proposta islandese, “una volta che il documento fosse in Internet, i media italiani potrebbero riprenderlo senza temere ritorsioni”. La tesi di Mc Carthy è perlomeno discutibile, ma è meno controverso che non mancherebbero media internazionali disposti a dare pubblicità a ghiotti segreti italici, soprattutto nei Paesi dove l'informazione gode di forti protezioni. Dunque quanto più la legge Alfano tentasse di nascondere, tanto più ostenterebbe scandali e inadeguatezza dell'esecutivo.
Probabilmente lo spettacolo non stupirebbe gli islandesi, cui la tv di Stato in giugno ha raccontato l'Italia attraverso il documentario svedese Videocracy, dove siamo rappresentati da Berlusconi e tali Corona e Mora. “Che disastro, poveretti!”, si sente ripetere adesso il giornalista italiano. A loro volta gli italiani troverebbero un che di familiare nello scandalo islandese che ha prodotto per reazione la Icelandic Modern Media Iniziative.
Agosto 2009: la tv di Stato decide di rendere pubblico un documento bancario da cui oggi molti ricavano che nel privatizzare i due maggiori istituti di credito islandesi, i due partiti di centrodestra se li siano spartiti affidandoli a loro amici, incapaci che li avrebbero comprati con soldi presi a prestito da quelle stesse banche. Poco prima che il servizio vada in onda, la magistratura lo blocca con un'ingiunzione. La tv di Stato obbedisce: ma poco tempo dopo si vendica mostrando la schermata di Wikileaks che ha messo in rete il documento. Dell'episodio discute la Digital Freedom Society in dicembre, quando riunisce a Reykjavik una compagnia non convenzionale: anarchici islandesi, hackers cosmopoliti, e i fondatori di Wikileaks. Va detto che gli anarchici qui sono persone mitissime (la settimana scorsa facevano scudo alla palazzina del governo bersagliata con sassi da cittadini rovinati dalla crisi finanziaria). E gli hackers nordici tengono a non essere confusi con i crackers, quelli che entrano nei siti per sabotarli o saccheggiarli, o con i vari malfattori che cercano lucri facili in Internet.
Si considerano esploratori dell'ignoto, esteti, “hippies lanciati nel cyberspazio”, per citare uno di loro, Mc Carthy, che di nome fa Trifoglio (Smari in islandese: il padre, nato in Irlanda, lo chiamò così perché il trifoglio è il simbolo irlandese). Comunque quella sera due dozzine tra hackers, anarchici e sfascia-segreti di Wikileaks si ritrovano in un pub di Reykjavik e decidono di fondere in un progetto organico le più avanzate tra le norme europee e statunitensi in materia di informazione. Si tratta di invertire una tendenza che non è soltanto italiana. Preoccupa soprattutto la Gran Bretagna, meta preferita di quel “turismo da querela” che promuove la causa lì dove trova la legislazione più favorevole. Secondo Trifoglio Mc Carthy, nei processi per diffamazione la giustizia britannica permette al querelante di infliggere al querelato un processo lungo e spese processuali proibitive (così anche negli Usa: vincere la causa contro Scientology è costato 7 milioni di dollari al settimanale Time). A motivo di questo, molti giornali inglesi stanno cancellando dai propri archivi tutte le notizie controverse, per evitare di essere trascinati in una causa da studi legali collegati a grandi industrie.
“Ma questo vuol dire modificare la storia”, segnala Birgitta Jonsdottir. Mentre studia i codici occidentali il gruppo di Reykjavik si trova coinvolto nell'elaborazione di un filmato che un soldato americano ha inviato di nascosto a Wikileaks. Girato dalla US Air Force, mostra un elicottero statunitense fare strage di un gruppo di iracheni inermi scambiati per guerriglieri, e soprattutto, ammazzare intenzionalmente i primi soccorritori, clamorosamente incolpevoli. Non c'è un prima e un dopo, lamenta il ministro della Difesa Gates, volendo intendere: l'episodio è decontestualizzato.
Ma almeno c'è un “in mezzo”, gli risponde Wikileaks. Quel che qui conta è che né il filmato né l'arresto del soldato che lo trafugò, tuttora detenuto, hanno trovato sui media americani l'eco che Wikileaks si attendeva. Se ne potrebbe dedurre che qualsiasi cosa scoprano i divulgatori di segreti, se l'argomento non è nell'agenda dei media tradizionali non arriverà al grande pubblico.
Quando gli giro il mio dubbio il portavoce di Wikileaks, Daniel, replica che l'organizzazione non vuole tanto sollevare clamore quanto sottrarre all'invisibilità documenti che potrebbero formare la verità storica. Fondata da un hacker australiano che tuttora viaggia nel mondo con le precauzioni di un ricercato, Wikileaks può avvalersi di 800-1000 collaboratori sparsi in decine di Paesi, con i quali verifica le carte segrete che riceve. Secondo Daniel finora soltanto due sono risultate trappole costruite ad arte (una collegava Obama all'islamismo radicale). In genere Wikileaks non si pone il problema se i segreti divulgati siano d'aiuto a malintenzionati (così l'organizzazione ha pubblicato i test condotti dal Pentagono su apparecchi destinati a prevenire l'esplosione di mine). L'importante, per così dire, è che quei documenti siano agli atti.
Però le protezioni accordate dall'Islanda già nel futuro prossimo indurranno questi o altri cacciatori di segreti a tentare di raggiungere in proprio il grande pubblico. E a costruire archivi nazionali (l'IMMI, ghigna Trifoglio Mc Carthy, potrebbe sdoppiarsi in “Italian modern media initiative”) oppure tematici, vuoi per precisare i profili di Corporation che hanno globalizzato anche l'opacità, vuoi per individuarne comportamenti scorretti che al momento sono invisibili. Il progetto è audace, la questione seria. Difficile fare previsioni. Al momento l'unica cosa chiara è che al cospetto dei cybernauti di Reykjavik il povero Angelino Alfano, con le sue pandette e i suoi calamai, fa la figura di un leguleio del Regno delle Due Sicilie.
Fonte tratta al sito .

domenica 25 luglio 2010

No alle multinazionali!- Mcdonald



sabato 24 luglio 2010

Isole Fær Øer: un’operazione segreta di Sea Shepherd svela un massacro di massa di cetacei




Il 19 giugno 2010, un branco di 263 delfini globicefali è stato sterminato
senza pietà presso la città di Klaksvik nelle Isole Fær Øer, territorio danese. Sea Shepherd ha potuto documentare il massacro grazie agli sforzi di un agente che operava in segretezza e che soggiornava da qualche tempo tra gli abitanti del luogo al fine di poter riprendere la “grind”. La grind è un metodo crudele di caccia alla balena che prevede che i cetacei siano spinti all’interno di baie prima che il loro midollo spinale venga tagliato con dei coltelli.
Peter Hammarstedt, l’agente di Sea Shepherd che operava in segretezza e che è altresì il primo ufficiale della nave di Sea Shepherd Bob Barker, soggiornava in incognito tra i feroci isolani quando ha sentito alla radio la notizia di una grind in corso presso Klaksvik. Si è recato immediatamente sul posto, in auto. Trovandosi in netta inferiorità numerica e nell’impossibilità di fermare fisicamente la grind, Hammarstedt, al proprio arrivo, ha documentato il bagno di sangue.“Si sa che i delfini globicefali viaggiano in branchi composti da un numero di membri che va dai 200 ai 300. Duecentotrentasei delfini globicefali sono stati massacrati ieri sera a Klaskvik: maschi, femmine incinte e che allattavano, esemplari non maturi e cuccioli non ancora nati, ancora tutt’uno con le loro madri grazie al cordone ombelicale. Un intero branco che un tempo nuotava liberamente nell’Atlantico settentrionale è stato sterminato in un unico bagno di sangue” ha dichiarato Hammarstedt.Il governo delle Fær Øer afferma che la morte di questi cetacei è rapida e indolore, ma le macabre riprese, da poco rese pubbliche, mostrano il contrario.
“Uno dei delfini, una femmina, ha ricevuto cinque o sei brutali colpi di taglio alla testa” ha riferito Hammarstedt “Gli isolani l’hanno praticamente usata come tagliere. La sua morte deve essere stata lenta e tremendamente dolorosa. Alcuni delfini vengono colpiti di taglio ripetutamente, per un tempo che va fino a quattro minuti, prima che finalmente muoiano”Era altrettanto ovvio che la grind è indiscriminata e spietata.“I cuccioli sono stati estratti dai corpi delle loro madri morte e sono stati lasciati a marcire sui moli” ha affermato Hammarstedt, che ha fotografato diversi cuccioli e feti morti “I gruppi di delfini globicefali hanno una struttura fortemente matriarcale, non riesco ad immaginare la paura ed il panico che queste madri devono aver provato mentre la loro famiglia veniva sterminata davanti a loro”.La grind dei delfini globicefali che avviene alle Fær Øer è simile all’annuale massacro dei delfini che ha luogo a Taiji, in Giappone e che è stato documentato nel film The Cove, insignito di riconoscimenti. La differenza principale sta nel fatto che alle Fær Øer ci sono almeno diciotto diverse baie dove una grind potrebbe potenzialmente avvenire, invece dell’unica baia di Taiji, il che rende molto più difficile prevedere dove avranno luogo le uccisioni o giungere in tempo per intervenire e prevenire gli assassinî.
foto in alto: cuccioli di delfino globicefalo estratti dal corpo delle madri e lasciati a marcireI delfini globicefali sono classificati come “strettamente protetti” in base alla Convenzione sulla Conservazione della Vita Selvatica e dell'Ambiente Naturale in Europa. Permettendo che il massacro continui nelle Fær Øer, la Danimarca non sta rispettando i propri obblighi quale nazione firmataria della convenzione.
Al fine di poter essere presente alla grind, Hammarstedt si è fatto passare per uno studente svedese di cinematografia. Anche se erano state prese misure notevoli per nascondere la sua identità, alla fine è stato riconosciuto da diversi cacciatori a causa della sua partecipazione alla serie TV di Animal Planet, Attacco alle baleniere. Pare che perfino gli abitanti delle Fær Øer hanno sentito parlare dell’intervento di Sea Shepherd contro la caccia alla balena condotta illegalmente in Antartide.
Quando gli uccisori di balene hanno iniziato a seguire Hammarstedt a piedi, tenendosi a distanza, egli ha rapidamente raggiunto la sua auto, per mezzo della quale si è allontanato dal luogo, e ha caricato le immagini e le riprese su Internet per farle uscire dal Paese in sicurezza. Dal momento che la sua copertura era compromessa, ha iniziato a ricevere minacce nel giro di un’ora e il Quartier Generale di Sea Shepherd gli ha ordinato di lasciare il Paese immediatamente.Nonostante verifiche più approfondite del normale e un interrogatorio di polizia all’aeroporto, Hammarstedt ha confermato di aver lasciato le Isole Fær Øer.Dal 1985 Sea Shepherd si oppone attivamente alla grind che ha luogo alle Fær Øer e agisce concretamente a riguardo, e rimane uno dei più efficaci peroratori per le balene.
Fonte tratta dal sito

venerdì 23 luglio 2010

OGM E CRIMINE ORGANIZZATO


Tutti i semi transgenici esistenti sono controllati da sei imprese: Monsanto, Syngenta, DuPont, Dow, Bayer e Basf. Sono multinazionali del settore chimico che si impadroniscono delle compagnie di grani per controllare il mercato agricolo, vendendo semi che si legano ai pesticidi che esse producono (erbicidi, insetticidi, ecc.).Oltre a Monsanto, oramai indicata come il “villano” globale, tutte hanno una storia criminale che include, tra gli altri reati, gravi disastri ambientali e contro la vita umana. Tutte, una volta scoperte, hanno cercato di rifuggire le proprie colpe, tentando di deformare la realtà con menzogne e/o con la corruzione. Il fatto che tutti gli OGM siano omologati e che la contaminazione è un delitto per le vittime significa che qualunque paese autorizzi gli OGM di fatto consegna la propria sovranità alle decisioni di alcune multinazionali che agiscono secondo loro esigenza di lucrare. Inoltre, trattandosi di queste imprese, autorizzare la semina di OGM vuol dire consegnare i semi, i contadini e la sovranità alimentare a un pugno di criminali in grande scala. Crimine organizzato, legale.Recentemente un tribunale in India si è pronunciato, dopo circa venti anni di richieste della parte lesa, su un caso che riguarda una di queste imprese: Dow. Parliamo di uno dei peggiori incidenti industriali della storia: un’enorme fuga “accidentale” di gas tossico della fabbrica agrochimica Union-Carbide, nel Bhopal in India, nel 1984. I comitati dei sopravvissuti (www.bhopal.net) stimano che sono morte più di 22 mila persone e che 500 mila hanno avuto conseguenze permanenti. 50 mila sono così malate da non poter lavorare per mantenersi. Recenti studi confermano che anche i figli delle vittime hanno avuto danni. La percentuale delle deformazioni nelle nascite in Bhopal è di 10 volte superiore al resto del paese, la frequenza del cancro molto più elevata della media. L’acqua di oltre 30 mila abitanti del Bhopal è ancora contaminata dalla fuga dei gas. Le vittime e i familiari hanno lottato duramente per decenni perché venissero curate e fossero pagate le spese mediche delle persone colpite, per la ripulitura del luogo e per portare a giudizio i responsabili.Dow ha comprato la multinazionale Union-Carbide nel 2001. È stata una succulenta espansione della lucrosa vendita di agenti tossici e un modo di proseguire gli affari liberandosi dalla cattiva reputazione causata dall’incidente. Secondo il contratto di acquisto, Dow si sarebbe fatta carico di tutte le responsabilità della Union-Carbide. Dow aveva preventivato 2 miliardi e 200 milioni di dollari per potenziali risarcimenti dovuti all’amianto negli Stati Uniti, ma nemmeno un dollaro per pagare gli indennizzi dovuti in India, dimostrando che per loro la vita della gente dei paesi del sud del mondo non conta nulla. Non si è mai presentata nei tribunali in India. Anzi, ha assunto un atteggiamento aggressivo nei confronti delle vittime, chiedendo risarcimenti per migliaia di dollari a chiunque avesse manifestato davanti alla sede dell’impresa per il disastro del Bhopal.L’8 giugno 2010, un tribunale ha emesso un verdetto per 8 dirigenti della Union- Carbide. La sentenza per la morte di 22 mila persone è di un cinismo feroce: due anni di carcere e circa 2 mila dollari di multa per ognuno di loro, nonostante nessuno dei sei sistemi di sicurezza della fabbrica fosse in funzione per così poter ridurre i costi. Warren Anderson, presidente della Union-Carbide al momento dell’esplosione e principale responsabile dell’incidente, è fuggito negli Stati Uniti dove continua a vivere nel lusso, difeso dalle richieste di estradizione dagli avvocati della Dow.Lungi dall’essere un caso isolato, “di un’azienda diversa”, Dow già aveva familiarità col genocidio. Ha fabbricato il napalm usato in Vietnam e condivide con Monsanto la produzione dell’Agente Arancio, anche questa sostanza tossica è stata usata in Vietnam e tuttora causa deformazioni nei nipoti delle vittime. Anche in quel caso, Dow e Monsanto hanno cercato di evitare qualunque compensazione, pagando alla fine una minuzia. Più recentemente, Dow si trova sotto processo per vendita e promozione – pur consapevole delle gravi conseguenze – del pesticida Nemagon (DBCP) in vari paesi latinoamericani, che ha provocato sterilità nei lavoratori delle piantagioni di banane e deformazioni congenite nei loro figli (www.elparquedelashamacas.org). Questi orrori non sono un’eccezione, ma all’ordine del giorno nelle imprese di OGM, che sistematicamente disprezzano la vita umana, la natura e l’ambiente per aumentare i propri profitti. È bene ricordare, ad esempio, che Syngenta ha coltivato illegalmente mais transgenico in aree naturali protette del Brasile e, in seguito alle occupazioni per protesta da parte del Movimento dei Senza Terra, ha assoldato una milizia armata che ha sparato a bruciapelo a Keno, del MST, ammazzandolo. Monsanto in questo momento sta cercando di sfruttare la tragedia provocata dal terremoto a Haiti per imporre la contaminazione e la dipendenza del paese dai suoi semi modificati. DuPont ha continuato a vendere i pesticidi - già proibiti negli Stati Uniti, come il Lannate (merhomyl) - nell’Ecuador, Costa Rica e Guatemala dove ha provocato l’avvelenamento di migliaia di contadini. Basf e Bayer sono accusate di fatti simili.Possiamo credere a queste imprese sul fatto che gli OGM non hanno conseguenze ambientali né sulla salute e che se ci dovesse essere una contaminazione transgenica di tutto il mais, loro sarebbero vigili e la terrebbero sotto controllo?
Fonte tratta dal sito .

giovedì 22 luglio 2010

Monsanto, due versioni della stessa storia


Negli Usa la Corte suprema dà il via libera alla produzione di erba medica Ogm, annullando una sentenza del 2007 che ne proibiva la vendita. Ad Haiti, i contadini si ribellano contro gli aiuti inviati dalla multinazionale, temendo che siano un tentativo di intromissione nell’economia locale.

Mentre gli Stati Uniti danno il via libera alle ennesime sementi geneticamente modificate prodotte dalla Monsanto, a qualche miglio marittimo di distanza, nella Repubblica di Haiti, i contadini si sono rivoltati in massa contro la multinazionale. L’economia più ricca che capitola alle pressioni di una multinazionale e quella più povera che invece si ribella. Ma vediamo quello che è successo.
Washington, 21 giugno. La Corte suprema, massimo tribunale statunitense, si riunisce per decidere se autorizzare o meno la vendita dei semi geneticamente modificati di Alfalfa (la comune erba medica). La semente, prodotta da Monsanto, era stata messa al bando nel 2007 dalla sentenza di un giudice del tribunale della California, in seguito alla protesta di alcuni agricoltori che lamentavano la contaminazione delle loro coltivazioni.
È stato, quello, il primo caso riguardante organismi geneticamente modificati portato davanti alla giustizia Usa. Nel 2009 la sentenza era stata confermata in appello; la Monsanto ha allora deciso di impugnarla portandola al cospetto della Corte suprema.
Questa, con sette voti a favore ed uno contrario, ha deliberato a favore di Monsanto. Motivo: la sentenza precedente sarebbe stata prematura perché, di fatto, non è mai stato realizzato uno studio di impatto ambientale sull’erba medica Ogm. Come dire “non sappiamo che effetti avrà sull’ambiente. Quindi la autorizziamo”. Ma alla Monsanto è bastato giusto il tempo per un brindisi veloce.

Haiti. Primi di giugno. Ad Hinche, città di 100 mila abitanti nel cuore dell’isola, un gruppo di agricoltori tutti vestiti con la maglietta rossa ed il cappello di paglia ha invaso la piazza principale. Qui i ribelli hanno rovesciato a terra una gran quantità di semente di mais ibrido donato ad Haiti da Monsanto e gli hanno dato fuoco, invitando gli altri a fare lo stesso e chiedendo al governo di rifiutare ogni rifornimento.
Da allora è iniziata una protesta diffusa in tutta l’isola, dai toni talvolta aspri. A capeggiarla, il movimento contadino regionale Peyizan Mouvman Pápay (MPP), composto da circa 50 mila membri cui, man mano che la rivolta si estendeva, si è sostituito quello nazionale, di oltre 200 mila membri.
Per ricostruire il perché di questa rivolta dobbiamo fare qualche passo indietro. Iniziamo con il primo, di qualche mese, e torniamo al gennaio scorso. Haiti è stata appena scossa dal terribile terremoto magnitudo 7.0 Mw che ha causato oltre 200 mila vittime. La situazione è disperata ed il mondo intero si mobilita per inviare aiuti umanitari.
Ed ecco che anche Monsanto decide di inviare le sue sementi con l’obiettivo, dichiara, di “migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali di Haiti”. Si tratta di un progetto, chiamato Winner, da 127 milioni di dollari, che prevede l’invio di 475 tonnellate di mais ibrido ed altre sementi vegetali. 130 sono già state recapitate, 345 arriveranno nei prossimi mesi.

Una iniziativa encomiabile. Eppure qualcuno non sembra credere alla favola raccontata dalla multinazionale. Ed il motivo di questa diffidenza ci spinge a fare qualche altro passo indietro. Negli anni ‘80 si diffuse fra i suini dell’isola una influenza africana molto aggressiva. Il presidente degli Stati Uniti, Reagan, temendo che l’epidemia potesse attaccare anche i maiali americani, fece forti pressioni affinché si uccidessero tutte le bestie dell’isola.
I contadini si opposero – ai tempi i maiali erano una grossa fonte di sussistenza per la popolazione rurale – proponendo soluzioni alternative, ma invano. La dittatura di Duvalier impose drasticamente la volontà degli Stati Uniti.
Passiamo agli anni ‘90, presidente Bill Clinton. L’amministrazione Usa costringe Haiti a ridurre le tariffe sul riso fornito dagli USA sotto forma di sussidi per aiutare i coltivatori di riso nell’Arkansas, compromettendo la capacità dei coltivatori di riso haitiani di sfamare il proprio paese.
Si capisce dunque il motivo di tanta diffidenza verso gli aiuti esteri. Si teme che gli aiuti umanitari siano una sorta di grimaldello usato dalle multinazionali per entrare nell’economia già devastata del paese e prenderne facilmente possesso, soffiando via d’un colpo le colture locali frutto delle fatiche decennali dei contadini.
Ed ecco allora che si va in piazza, agguerriti. Sembrano musica le parole di Chavannes Jean-Baptiste, rappresentante dei contadini locali a capo della protesta.

“Il nostro primo obiettivo è quello di difendere l’agricoltura contadina, un’agricoltura biologica che rispetta l’ambiente e lotta contro il degrado. Difendiamo le sementi locali e i diritti dei contadini sulle loro terre. Lavoriamo anche con i gruppi indigeni, e come loro crediamo che la terra abbia dei diritti che vanno rispettati, come per gli esseri umani”
Insomma, ancora una volta pare che i diritti fondamentali dell’uomo siano più chiari alla povera, vessata America Latina che ai democratici Stati Uniti, seguiti dall’Europa come da un cane fedele. E per assurdo laddove le condizioni di vita sono peggiori, dove la fame si fa sentire e la terra detta ancora ritmi e leggi, pare che sia proprio dove le si vuol più bene, alla Terra. E chi se ne prende cura è disposto a lottare per difenderla, perché in fondo sa che sta difendendo se stesso.
Ma lasciamo la parola a Jean-Baptiste: “Le sementi rappresentano una sorta di diritto alla vita. Ecco perché oggi abbiamo un problema con la Monsanto e con tutte le multinazionali che vendono semi: semi e acqua sono patrimonio comune dell’umanità.”

Fonte tratta dal sito .

martedì 20 luglio 2010

H.A.A.R.P., scie chimiche, OGM e lo sterminio degli imenotteri

lunedì 19 luglio 2010

CHIP RFID impiantato senza consenso...

domenica 18 luglio 2010

LA VITTORIA DEI BILDERBERG E IL MONDO ALLA FAME


Dalle sciagure “avvertimento”, come quella di Smolensk, alla pianificazione degli eventi mediatici destinati a deviare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale. Con due progetti nell'armiere: l'eliminazione di Barack Obama ed il progressivo impoverimento del ceto medio, “reo” di voler contestare le scelte delle e'lites finanziarie sulle sorti del mondo.
Ecco l'allucinante report da Bilderberg 2010.
La notizia arriva dalla Germania e comincia a circolare intorno ai primi di aprile, quando i media vicini al fondatore di Movisol (Movimento internazionale per i diritti civili e solidarieta') Lyndon Larouche la rilanciano in rete: il piano per far scomparire dalla scena politica mondiale Barack Obama sarebbe gia' pronto. In discussione e' l'eliminazione fisica in stile John Kennedy (affidata, come sempre, allo “squilibrato” di turno), o l'atterramento politico, di quelli che non danno scampo e non conoscono vie di ritorno.
Chi ne fa cenno per primo alla Voce e' il giornalista d'inchiesta italiano Claudio Celani, da sempre residente a Berlino e primo fra i collaboratori dei periodici facenti capo al gruppo LaRouche, con sedi ed aderenti in tutto il mondo. Un personaggio piu' che discusso, il “guru” dell'economia planetaria, cui viene pero' riconosciuta una preparazione non comune nell'interpretare per primo le mosse sullo scacchiere internazionale ed una preveggenza dei fatti della storia piu' volte comprovata dai successivi accadimenti.Classe 1922, un passato giovanile nelle fila dei trotskisti, Lyndon discende da quei primi padri pellegrini che fondarono le basi dei moderni Stati Uniti. Alla sua corrente di pensiero si deve gran parte delle ipotesi sul “Nuovo Ordine Mondiale”, gli assetti verticistici di predominio planetario che da anni costituirebbero il disegno occulto di pochi “grandi della terra”. Un'e'lite economica - assai piu' che politica - dalla quale per la prima volta sarebbero oggi escluse le linee politiche di Obama e, in una parola, lo stesso presidente Usa. Su “Alerti” del 15 aprile scorso, il bollettino periodico del Movimento, Larouche avverte: i britannici, dopo essersi serviti di Obama, intendono eliminarlo. E si fanno precedere da una serie di accadimenti funesti, il primo dei quali sarebbe la sciagura di Smolensk. «Non appena appreso della tragedia aerea in cui hanno perso la vita il presidente polacco Lech Kaczynski e numerosi alti funzionari e esponenti delle forze armate, ho lanciato un forte avvertimento sul significato di questo sviluppo nell'aumentare la minaccia strategica alla vita del Presidente Obama». «Non si tratta di un avvenimento isolato», ha dichiarato LaRouche il 10 aprile. «Quando un pilota polacco, un pilota militare, a cui e' stato affidato il governo presidenziale, ignora un ordine, un avvertimento dato sul territorio russo sull'atterraggio in Russia in determinate condizioni atmosferiche e invece prosegue e alla fine tutti muoiono, cio' da' da pensare».«Questo - continua l'economista americano - e' parte dell'ambiente di minacce di morte al presidente Obama. Siamo in una situazione che puo' essere paragonata, internazionalmente, all'assassinio di Kennedy… Quando qualcuno vuole assassinare il Presidente degli Stati Uniti, conduce una serie di operazioni che creano un'atmosfera di instabilita', una dinamica che consente loro di avere buone possibilita' di poter insabbiare i fatti sui colpevoli». E questo «qualcuno» LaRouche lo identifica con gli ex alleati britannici, i quali «sono intenzionati a liberarsi di lui, per creare una situazione in cui imporre una vera e propria dittatura negli Stati Uniti, eliminando un presidente che ha gia' esaurito tutta la sua utilita' politica», realizzata attraverso la riforma sanitaria, che sarebbe stata ispirata proprio dai grossi gruppi dell'industria farmaceutica anglo-britannica, contrapposti ai moloch delle assicurazioni private, finora detentori dell'intero sistema.
LE CONFERME DEL PIANO
Ma lasciamo ora Movisol e il suo dominus, perche' conferme indirette del piano anti-Obama fin qui ipotizzato arrivano da altre fonti. Se infatti appare persino scontato il riferimento ai gruppi nazionalisti armati (a cominciare dalle “milizie” facenti capo a Mike Vanderboegh), meno noti sono alcuni movimenti finanziari speculativi avvenuti intorno al disastro delle “Torri gemelle del mare”, vale a dire la colossale falla di greggio nell'oceano causata dalla British Petroleum, che ha provocato, fra i suoi primi effetti, il crollo verticale di una popolarita' e di un consenso - quali quelli di Obama - fino ad allora inespugnabili. Ma anche stavolta c'era stato “chi” aveva gia' previsto tutto. E non si trattava del “solito” LaRouche. Se guardiamo i repentini passaggi nell'azionariato di BP al 31 marzo di quest'anno - cioe' alla vigilia dell'incidente - una circostanza salta subito agli occhi: la banca d'affari americana Goldman Sachs si era appena “liberata” della bellezza di 4.680.822 azioni della societa' petrolifera britannica, fino a quel momento date per solide, realizzando un controvalore pari a 250 milioni di dollari. Se le avesse tenute, oggi avrebbe perso il 36% del loro valore. E sempre a meta' marzo - come fa notare l'analista economico Mauro Bottarelli - il sito di ricerche di mercato Morningstar, a proposito del titolo BP, avvertiva: «Spaccature causate da limiti ambientali e operativi potrebbero ulteriormente limitare il potenziale di guadagno». «Che quell'incidente sarebbe accaduto - spiega Bottarelli - lo si sapeva da mesi e mesi, era questione di tempo. Anzi, di timing visto che le implicazioni sono anche - e forse soprattutto - economche e finanziarie: prima delle quali, uccidere Bp, renderla scalabile e ottenere a prezzo di saldo le sue attivita' estrattive». Con una “chicca” finale: ad effettuare le attivita' estrattive sulla maledetta piattaforma del Golfo del Messico non c'era solo British Petroleum, ma una terna di imprese comprendente anche Transocean e soprattutto, quale esecutore materiale dei lavori di trivellazione, la corazzata Halliburton di area George Bush (tramite il suo presidente Dick Cheney). Vale a dire proprio coloro che avevano interesse a far affondare, nella marea nera che ha devastato il Golfo del Messico, il pericoloso e democraticissimo Barack Obama.
BILDERBERG IN CAMPO
Contro quelli come Obama, del resto, le forze neocon del pianeta (non quelle ideologizzate, ma i detentori delle leve del potere finanziario), sono all'opera praticamente da sempre. E il progetto del NWO (New World Order) trova ogni volta nuove, sofisticate forme di attuazione in occasione dei super segreti summit dei Bilderberg, l'e'lite oligarchica mondiale che programma a tavolino i destini dei cinque continenti, servendosi della propaganda ad effetto mediatico messa a punto con mesi e talvolta anni di anticipo insieme ai direttori ed editori delle principali testate internazionali, tutti regolarmente presenti ai vertici della “Cupola”. All'appuntamento 2010 che si e' tenuto dal 3 al 6 giugno nel sontuoso Hotel Dulces a Sitges, localita' turistica poco distante da Barcellona, i leader dei colossi editoriali erano numerosi e tutti molto influenti: cominciamo proprio da un italiano, l'amministratore delegato Telecom Franco Bernabe'. Con lui, l'AD di Europe 1, il francese Alexandre Bompard, l'editore dell'austriaco Der Standard Oscar Bronner, il numero uno della Washington Post Company Donald Graham. E ancora, John Micklethwait, editore dell'Economist, Matthias Nass, delegato dalla propieta' di Die Zeit, Denis Oliviennes a nome dell'azionariato de Le Nouvel Observateur, Martin Wolf, editore associato ed analista del Financial Times, oltre a Vendeline Bredow ed Edward McBride, corrispondenti dell'Economist ed unici due giornalisti ammessi, ma solo per una sorta di ufficio stampa del summit. Una copertura dell'informazione, insomma, a prova di bomba. Cosi' come blindati sono stati i varchi terrestri ed aerei della location per l'intera durata della tre giorni. Fra gli altri italiani - assente per impegni governativi l'altrimenti assiduo Giulio Tremonti - c'erano gli immancabili Romano Prodi, Tommaso Padoa Schioppa (quest'ultimo elencato fra gli ospiti ufficiali in veste di presidente di Notre Europe, aderente alla UE, ma in realta' reso ancor piu' influente dalla recente investitura al vertice della finanziaria d'affari sovranazionale Promontory); e poi John Elkan e il governatore di Bankitalia Mario Draghi, altro habitue' dei Bilderberg. Le uniche indiscrezioni riguardanti i punti strategici sul tappeto quest'anno filtrano attraverso Charles Skelton del Guardian, una vita alle calcagna dei padroni occulti del potere. In estrema sintesi, fra gli obiettivi da annientare ci sarebbero ora tutti gli appartenenti alla middle class, che gli oligarchi considerano «una minaccia» ai loro ordini del giorno, anche per le nuove consapevolezze diffuse proprio in questo ceto attraverso la rete. A maggio, nel corso del Consiglio per le Relazioni Estere a Montreal, uno fra i “padri” di Bilderberg, Zbigniew Brzezinski, aveva messo in guardia i partner dai pericoli del «risveglio politico globale», autentico ostacolo per i fautori del governo mondiale.Una classe media da sradicare, dunque, abbassando il tenore di vita e favorendo lo scivolamento al di sotto delle soglie di poverta'. Fin qui, pare che non si tratti di un obiettivo remoto, dal momento che la crisi finanziaria sta provvedendo, giorno dopo giorno, a centrarlo in pieno. Per portarlo a compimento, secondo il rapporto di Skelton, i fautori del NWO stanno programmando «opportuni sistemi per indebolire il tenore di vita delle popolazioni, introducendo tasse piu' elevate, misure di austerita' o prelievi fiscali sulla CO2 emessa». Un “cuore verde” spuntato all'improvviso? Tutt'altro, come ben sa chi conosce il presidente emerito del Wwf: sua maesta' Filippo di Edimburgo, consorte di Queen Elisabeth. «Attraverso la promessa “di una rivoluzione postindustriale”, alleata con “un'economia verde” - incalza Skelton - in realta' risulteranno paralizzate le economie una volta prospere e la popolazione mondiale diventera' povera al punto che la principale preoccupazione non sara' piu' quella di protestare contro la riunione di 200 elitari presso una localita' di villeggiatura di lusso, ma quella di come arrivare alla fine del mese». Altro scopo che puo' decisamente dirsi gia' a buon punto.Il 3 giugno scorso, dinanzi al Parlamentro europeo, lo storico Daniel Estulin e' stato ancor piu' esplicito: «L'idea dietro ognuna di queste riunioni Bilderberg e' di creare quello che loro stessi chiamano “L'aristocrazia del proposito”, sul modo migliore per gestire il pianeta tra le e'lite dell'Europa e del Nord America». In altre parole, «la creazione di una rete di enormi cartelli, piu' potente di qualsiasi nazione sulla Terra, destinata a controllare i bisogni vitali del resto dell'umanita', ovviamente dal loro punto di vista privilegiato, per il bene di noi tutti, la classe inferiore o “The Great Unwashed”, come loro ci definiscono».
Fonte tratta dal sito .

mercoledì 14 luglio 2010

Con il caldo torrido sarebbe meglio nutrirsi di molta frutta e verdura


Con l'arrivo del caldo consumare frutta e verdura fresca, fonte di vitamine, sali minerali e liquidi preziosi, è importante. Lo afferma la Coldiretti sottolineando che, questi tipi di alimenti sono utili per mantenere l'organismo in efficienza,combattere il rischio di colpi di calore, ma anche per garantirsi una invidiabile tintarella.
Con l'eccessiva sudorazione dovuta al caldo vengono infatti persi acqua e sali minerali che possono essere reintegrati con frutta e verdura di stagione che in molti casi contiene vitamina A e caroteni che favoriscono anche la produzione nell'epidermide del pigmento melanina per donare la classica tintarella alla pelle.
In particolare, consumare carote, insalate, cicoria, lattughe, meloni, peperoni, pomodori, albicocche, fragole o ciliegie serve dunque a vincere il caldo, ma anche - sottolinea la Coldiretti - all'abbronzatura estiva. Nella classifica stilata dalla Coldiretti per l'effetto tintarella il primo posto spetta alle carote che contengono ben 1200 microgrammi di Vitamina A o quantità equivalenti di caroteni per 100 grammi di parte edibile, ma sul podio - conclude la Coldiretti - salgono anche gli spinaci che ne hanno circa la metà, a pari merito con il radicchio mentre al terzo si posizionano le albicocche seguite da cicoria, lattuga, melone giallo e sedano, peperoni, pomodori, pesche gialle, cocomeri, fragole e ciliege che presentano comunque contenuti elevati di vitamina A o caroteni.
Questi vegetali - conclude la Coldiretti - sono dunque alimenti che soddisfano molteplici esigenze del corpo: nutrono, dissetano, reintegrano i sali minerali persi con il sudore, riforniscono di vitamine, mantengono in efficienza l'apparato intestinale con il loro apporto di fibre e si oppongono all'azione dei radicali liberi prodotti nell'organismo dall'esposizione al sole, nel modo più naturale ed appetitoso possibile.
Fonte tratta dal sito .

martedì 13 luglio 2010

Totalitarismo, casta scientifica e controllori del mondo


Nel 1932, Aldous Huxley scrisse il suo romanzo di fantascienza “ Brave New World,” “Il Mondo Nuovo”, in cui osservava l’emergere delle dittature scientifiche del futuro. Nel suo saggio del 1958, “Brave New World Revisited,” (Rivisitazione del Mondo Nuovo) Huxley esaminava dove era ora arrivato il mondo, nel breve lasso di tempo da quando il libro era stato pubblicato e dove il mondo stava dirigendosi.
Huxley scriveva:
“Nella politica, l’equivalente del pieno sviluppo di una teoria o sistema filosofico è una dittatura totalitaria. Nella economia, l’equivalente di un’opera d’arte composta in modo meraviglioso è la fabbrica che funziona senza intoppi ed in cui i lavoratori sono perfettamente adattati alle macchine. La Volontà di Ordinare può rendere tiranni coloro che semplicemente aspirano a far pulizia del casino. La bellezza delle cose a posto viene usata come giustificazione per il dispotismo”.[1]
Huxley spiegava che, “i soggetti del futuro dittatore saranno regimentati in modo indolore da corpi di ingegneria (manipolazione) sociale altamente addestrati” e citava un “fautore di questa nuova scienza” dicendo che “la sfida della ingegneria sociale, nei nostri tempi, è come quella ingegneria tecnologica di 50 anni fa. Se la prima metà del ventesimo secolo fu l’era della ingegneria tecnologica, la seconda parte potrà ben essere di quella sociale”.
Cosi, proclamava Huxley: “il XXI° secolo, suppongo, sarà l’era dei Controllori del Mondo, del sistema della casta scientifica e del “Brave New World.”[2]
Nel 1952, Bertrand Russell, un filosofo britannico, storico, matematico e critico sociale scrisse il libro “The Impact of Science on Society” (L’impatto della Scienza nella Società) in cui ammoniva ed esaminava come la scienza e la rivoluzione tecnologica, stavano cambiando e avrebbero cambiato la società.
In tale libro Russell spiegava:
“Credo che l’argomento che sarà di massima importanza politicamente è la psicologia di massa, che, parlando scientificamente, non è uno studio molto avanzato… Tale studio è immensamente utile agli uomini pratici, sia che vogliano diventare ricchi o acquisire il governo. Come scienza è, ovviamente, fondato sulla psicologia individuale ma finora ha impiegato metodi ad indicazione generale, basati su una sorta di buon senso intuitivo. La sua importanza è enormemente cresciuta con l’aumento dei metodi moderni di propaganda. Tra questi, quello più influente, è quel che viene definito “educazione”. La religione vi gioca un ruolo, sebbene sia in diminuzione; la stampa il cinema e la radio giocano un ruolo in crescendo.
Ciò che è essenziale nella psicologia di massa è l’arte della persuasione. Se fate un paragone con un discorso di Hitler e diciamo con uno di Edmund Burke, vedrete che passi sono stati fatti nell’arte dal diciottesimo secolo. Ciò che precedentemente non aveva funzionato era che le persone avevano letto nei libri che l’uomo è un animale razionale ed avevano incorniciato le loro discussioni in questa ipotesi
Sappiamo che le fanfare e l’essere molto in vista fanno molto di più ai fini della persuasione di quanto non lo possa fare il più elegante treno di sillogismi. Si può anche sperare che nel tempo tutti saranno in grado di persuadere chiunque su ogni cosa, basta catturare il giovane paziente ed avere sovvenzioni di denaro e strumentazione da parte dello stato. Questo tema farà grandi passi, quando gli scienziati lo assumeranno sotto una dittatura scientifica”.[3]
Russell andò oltre nell’analizzare la questione se “una dittatura scientifica” fosse più stabile di una democrazia, postulando che:
“A parte il pericolo della guerra, non vedo ragioni per cui un tale regime dovrebbe essere instabile. Dopotutto, molti dei paesi civili e semi-civili, noti alla storia hanno avuto una grande classe di schiavi o servi, completamente subordinata ai loro proprietari. Non c’è nulla nella natura umana che renda impossibile la persistenza di un simile sistema. E tutto lo sviluppo della tecnica scientifica lo ha reso più facile di quanto era solito essere in passato al fine di mantenere un ruolo dispotico di una minoranza. Quando il governo controlla la distribuzione del cibo, il suo potere è assoluto per il tempo in cui può contare sulla polizia e le forze armate, la cui fedeltà può essere assicurata dando loro alcuni dei privilegi della classe che è al governo. Non vedo come alcun movimento interno di rivolta possa mai portare libertà agli oppressi in una dittatura scientifica moderna.[4]
Ricorrendo al concetto reso popolare da Aldous Huxley – quello che le persone amano il loro essere servi - Bertrand Russell spiegò che sotto una dittatura scientifica:
“Ci si deve aspettare che progressi nella fisiologia e psicologia, daranno ai governi più controllo sulla mentalità dell’individuo, più di quanta ne abbiano ora persino in paesi totalitari. Fichte disse che l’educazione (nel senso di istruzione ovviamente, ndt) dovrebbe avere per scopo quello di distruggere il libero arbitrio cosicché, dopo che gli scolari hanno lasciato la scuola, saranno incapaci, per tutto il resto della loro vita, di pensare od agire se non come avrebbero desiderato i loro maestri e professori.
La dieta, le punture e le ingiunzioni si mischieranno dalla giovane età, per produrre una sorta di carattere e di credenze considerate desiderabili dalle autorità ed ogni seria critica dei poteri che ci potesse essere, diventerà psicologicamente impossibile. Anche se tutti saranno alla povertà, tutti si considereranno felici perché il governo dirà loro che lo sono.[5]
Russell spiegò anche che “la completezza del controllo sull’opinione, che ne derivava, dipende in vari modi dalla tecnica scientifica. Dove tutti i bambini vanno a scuola e tutte le scuole sono controllate dal governo, le autorità possono chiudere le menti dei giovani nei confronti di tutto ciò che sia contrario alla ortodossia ufficiale”.[6]
Russell successivamente proclamò nel suo libro che, “una società di un mondo scientifico non può essere stabile a meno che non ci sia un governo mondiale.”[7]
Elaborò anche questi pensieri:
“Fintanto che non c’è un governo mondiale, che assicuri un controllo delle nascite universale, ci devono essere di tanto in tanto delle grandi guerre, in cui la penalità per la sconfitta sia una vasta morte per carestia. Questo è esattamente lo stato attuale del mondo ed alcuni possono sostenere che non ci sono ragioni per cui non dovrebbe continuare cosi per secoli. Io personalmente non credo sia possibile.
Le due grandi guerre di cui abbiamo fatto esperienza, hanno abbassato il livello di civiltà in molte parti del mondo, e la prossima è pressocché certo che aumenterà ancora più il conto in tale direzione.
Fino a che, ad un certo punto, un potere - o gruppi di potere - emergerà vittorioso e procederà a stabilire un unico governo mondiale con il monopolio delle forze armate, è chiaro che il livello di civiltà dovrà continuamente diminuire fino al punto in cui la guerra scientifica diventi impossibile, ossia fino a che la scienza non sarà estinta.[8]”
Russell spiega che l’eugenetica gioca un ruolo centrale nella costruzione di qualsiasi dittatura scientifica mondialista,, affermando che: ”gradualmente, allevando selettivamente le persone, le differenze congenite tra governatori e governati aumenteranno fino a diventare quasi delle differenze nelle specie. Impossibile pensare ad una rivolta delle plebi tanto quanto ad una insurrezione organizzata di pecore contro la pratica del mangiare montoni.”[9]
Nel discorso del 1962 alla università UC Berkeley, Aldous Huxley parlò del mondo reale che stava diventando l’incubo del ‘Brave New World’ che aveva previsto. Huxley parlò primariamente della “Rivoluzione Finale” (the ‘Ultimate Revolution’) che si concentrava sul controllo comportamentale delle persone.
Di questa “Rivoluzione finale” Huxley disse che:
“In passato, possiamo dire che tutte le rivoluzioni hanno essenzialmente avuto come scopo quello di cambiare l’ambiente per poter cambiare l’individuo. C’è stata una rivoluzione politica, una economica… una religiosa. Tutte avevano per scopo, come ho detto, non direttamente l’essere umano, ma il suo ambiente circostante, cosicché modificandolo si raggiungeva – rimuovendolo- un effetto sull’essere umano.
Oggidì, penso, siamo davanti all’approccio di ciò che si può definire la “Rivoluzione Finale”, in cui l’essere umano può agire direttamente sulla mente e sul corpo dei suoi simili. Inutile dire ovviamente che una certa azione diretta su menti e corpi umani è in corso dall’origine del tempo, ma questa è stata generalmente di natura violenta.
Le tecniche di terrorismo, sono note da tempi immemorabili e le persone le hanno impiegate con più o meno ingenuità, a volte con massima volgarità, a volte con molta capacità acquisita nei tentativi ed errori, scoprendo cosi le vie migliori per usare tortura, imprigionamento, costrizioni di vario tipo.
Se dovete controllare una qualsiasi popolazione per un dato lasso di tempo, dovete avere un certo consenso. È estremamente difficile vedere come il puro terrorismo possa funzionare in modo indefinito, per un bel lasso di tempo. Prima o poi dovete inserire un elemento di persuasione, un elemento che porti le persone al consenso per ciò che sta accadendo loro.
Dunque a me sembra questa la natura della Rivoluzione Finale con la quale ora ci stiamo confrontando, precisamente: stiamo sviluppando una intera serie di tecniche, che consentiranno ad una oligarchia controllante – che è sempre esistita e che presumibilmente sempre esisterà - di far amare alle persone proprio la loro stessa servitù.
Tale è la parte finale, nella rivoluzione malevole...
Sembra esserci un movimento generale nella direzione di questo tipo di Controllo Ultimo, questo metodo di controllo attraverso il quale le persone possono essere ridotte ad avere piacere di uno stato di cose, che non sarebbe ambito da nessuno standard decente, ovvero godere della propria condizione di servitù.
Tendo a credere che le dittature scientifiche del futuro – e penso che ce ne saranno tante in molte parti del mondo - saranno probabilmente molto più vicine allo schema del “Brave New World” che a quello del 1984.
Si, saranno molto più vicine, non per scrupoli umanitari nei dittatori scientifici, ma semplicemente perché lo schema del ‘brave new world’ è probabilmente molto più efficiente dell’altro.
Se potete avere dei consensi dalle persone per la condizione in cui stanno vivendo – ovvero la servitù - se potete fare questo, allora è molto probabile che avrete una società più stabile, duratura, più controllabile che se doveste fare riferimento solo ai clubs, ai plotoni di esecuzione, ai campi di concentramento.[10]
Nel 1961, il Presidente Eisenhower fece il suo discorso di addio alla nazione, in cui mise in guardia dai pericoli della democrazia posta dal complesso industriale-militare: la rete interconnessa di industria, militare e politica che creano le condizioni per una guerra costante.
In quello stesso discorso, Eisenhower mise in guardia l’America ed il mondo da un altro importante cambiamento nella società:
“Oggi, l’inventore solitario, che armeggia nel suo negozio, è stato oscurato da commissioni di scienziati nei laboratori e dai campi di verifica. Nella stessa foggia, la libera università, storicamente la sorgente delle libere idee e della scoperta scientifica, ha fatto esperienza di una rivoluzione del come condurre la ricerca.
Parzialmente a causa degli elevatissimi costi implicati, un contratto governativo diventa virtualmente un sostituto della curiosità intellettuale. Per ogni vecchia lavagna a gessetti, ci sono ora centinaia di nuovi computer elettronici.
Bisogna aihmè considerare la prospettiva di dominio degli studenti di una nazione attraverso un loro impiego federale, attraverso le assegnazioni di progetto e il potere del denaro onnipresente.
Tuttavia, nel tener in considerazione la ricerca scientifica e la scoperta, come dovremmo, dobbiamo anche essere allertati sul parimenti ed opposto pericolo che la politica pubblica possa essa stessa diventare il prigioniero di una élite tecnologico-scientifica”. [11]
Nel 1970, Zbigniew Brzezinski scrisse del “graduale apparire di una società più controllata e diretta,” nella rivoluzione tecnocratica”; spiegando con ciò:
“Una tale società sarebbe dominata da una élite la cui rivendicazione al potere politico si fermerebbe ad un know- how di supposta superiorità scientifica
“Senza gli intralci dei valori liberali tradizionali, questa elite non esiterebbe a raggiungere I suoi fini politici, usando le più recenti tecniche moderne per influenzare il comportamento del pubblico e tenere la società sotto stretta sorveglianza e controllo.
In tali circostanze, l’apice scientifico e tecnologico del Paese non sarebbe rovesciato ma sarebbe nutrito letteralmente dalla situazione che sfrutta. [12].
Molti scienziati e vasti movimenti sociali sono diretti dalle stesse basi e denaro che finanziò il movimento eugenetico all’inizio del 20° secolo. Le Fondazioni Rockefeller, Ford, Carnegie, Mellon, Harriman e il denaro Morgan che fluì nella eugenetica portò direttamente al “razzismo scientifico” e infine all’olocausto della Seconda Guerra Mondisale.[13].
Seguendo l’Olocausto, Hitler screditò il movimento eugenetico che ammirò cosi tanto in America. Cosi il movimento si diramò formando molti altri progetti di ingegneria sociale: controllo della popolazione, genetica, ambientalismo. Le stesse basi che posero le fondamenta della ideologia eugenetica - il credere in una superiorità biologica ed al diritto di governare (giustificando il potere) - posero anche le basi per questi ad altri nuovi movimenti sociali e scientifici.
Le maggiori organizzazioni ambientaliste e di conservazione furono fondate col denaro della Fondazione Rockefeller e Ford, [14] che continuarono poi ad essere le fonti centrali di sponsorizzazione fino ai nostri giorni; mentre il WWF fu fondato nel 1961 da Sir Julian Huxley, fratello di Aldous Huxley, che fu anche il presidente della British Eugenetics Society (Società britannica di Eugenetica).
Il Principe Bernando di Olanda, divenne il primo Presidente della organizzazione. Guarda caso il Principe è anche uno dei Fondatori della élite globale, dei “pensatori”: il Gruppo Bilderberg di cui fu il co-fondatore nel 1954. Precedentemente fu membro del partito nazista ed ufficiale SS.[15]
Sir Julian Huxley fu, guarda caso, il primo Direttore Generale della UNESCO (=United Nations Educational, Scientific and Cultural Organizations). Nel 1946 Huxley scrisse un documento intitolato: “UNESCO: il suo scopo e filosofia”, in cui affermò che tale organizzazione servisse per:
“contribuire a far emergere una singola cultura mondiale, con la sua propria filosofia e retroterra di idee e con suo proprio scopo. Questo è opportuno, poiché questa è la prima volta nella storia che sono disponibili l’impalcatura e i meccanismi per l’unificazione del mondo ed anche la prima volta che l’essere umano ha avuto i mezzi (nella forma di scoperte scientifiche e sue applicazioni) per porre una base mondiale per un minimo di benessere fisico di tutta la specie umana…”[16]
“Al momento è probabile che l’effetto indiretto della civiltà sia disgenico più che eugenetico; in ogni caso sembra probabile che il peso morto della stupidità genetica, della debolezza fisica, della instabilità mentale, della tendenza alla malattia, che già esistono nella specie umana, si dimostreranno essere un fardello troppo pesante perché si possa ottenere un vero progresso. Così, sebbene sia piuttosto vero che per molti anni sarà impossibile politicamente e psicologicamente qualsiasi politica eugenetica radicale, è importante che l’UNESCO veda che il problema eugenetico sia esaminato con massima attenzione e che la mente pubblica sia informata delle problematiche che sono in ballo, cosicché molto di ciò che ora è impensabile possa almeno divenire pensabile…[17]
Fine prima parte
FONTE TRATTA DAL SITO .

domenica 11 luglio 2010

Il lavaggio profondo dell’intestino, una tecnica praticata da secoli, torna oggi alla ribalta per gli innumerevoli benefici apportati all’organismo.

Acne, mal di testa, affaticamento, costipazione, allergie, irritabilità, nervosismo, depressione, addome sporgente, neurite, difficoltà di concentrazione, insonnia, problemi mestruali, gonfiore alle gambe, perdita degli stimoli sessuali, alito cattivo, freddo ai piedi e alle mani, fragilità delle unghie e dei capelli, problemi di circolazione, lingua sporca, colorito giallastro, occhiaie, anemia. Sono queste, solo alcune delle affezioni più diffuse, le cui cause sono sempre più spesso collegate con la cattiva igiene dell’intestino.
Ma in che modo un mal di testa o una difficoltà di concentrazione può derivare dallo stato di salute del nostro intestino?
“L’intestino crasso - spiega Sonia Biagiotti dello Studio Zenith di Chianciano - ha la funzione insieme alla pelle, ai reni e ai polmoni di facilitare l’evacuazione delle tossine dall’organismo. Se per qualche motivo, questa fondamentale funzione non viene svolta, le sostanze indesiderabili ristagnano nell’intestino e vengono riassorbite. Le conseguenze? Irritazione delle pareti intestinali, alterazione dell’equilibrio della flora batterica intestinale con disturbi locali e generali”.
Insufficiente funzionamento dell’intestino
Purtroppo le condizioni che portano a un cattivo o insufficiente funzionamento dell’intestino sono molto più frequenti di quello che si crede. Ad essere messi sotto accusa sono in primo luogo regime alimentare e stile di vita. In particolare, un’alimentazione povera di fibre, ricca di prodotti animali, alimenti raffinati, sostanze nocive (pesticidi, additivi, antiossidanti, conservanti) e devitalizzate. Così come stati prolungati di stress e di inattività fisica, l’assunzione di antibiotici, di farmaci a base di cortisone e di lassativi chimici, determinano una progressiva diseducazione dell’intestino.
“Quando una persona è stitica - afferma Sonia Biagiotti - le pareti del colon si ricoprono gradualmente di residui di feci accumulate in mesi e talvolta in anni di stagnazione intestinale. L’interno dell’intestino diventa come un tubo per l’erogazione dell’acqua parzialmente occluso dai depositi minerali”. In queste condizioni, il colon non riesce più né ad assorbire, né ad eliminare correntemente le scorie. Nel lume intestinale si va a determinare un accumulo di tossine (cadaverina, putrescina, fenoli, composti dell’idrogeno solforato, acido butirrico, ecc.) che possono venire riassorbite nel circolo sanguigno, aumentando il carico di lavoro degli altri organi escretori (reni, pelle, fegato, polmoni, sistema linfatico), impregnando muscoli ed articolazioni, pelle e tessuto connettivo e sovraccaricando il sistema immunitario che si trova così a dover neutralizzare l’azione tossica di un largo spettro di sostanze.
Un altro effetto negativo dell’accumulo di scorie nel colon è la proliferazione di micosi di varia natura (funghi, saccaromiceti, muffe) con conseguenti fenomeni di fermentazione o putrefazione intestinale e la produzione di ulteriori sostanze nocive che vanno ad aggravare ulteriormente l’autointossicazione dell’organismo. E' in questo quadro clinico che negli ultimi anni è andato diffondendosi un trattamento comune a molte antiche medicine tradizioni (cinese, indù, egiziana, islamica e greca) e solo recentemente rielaborato e rilanciato negli Stati Uniti: l’idrocolonterapia.
Di che tratta?
“Per molto tempo dimenticato - spiega Riccardo Frazzetta, medico specialista di Medicina Preventiva - la depurazione dell’organismo attraverso il lavaggio profondo del colon assume un ruolo fondamentale nel riequilibrio delle funzioni intestinali e dell’eubios (giusta flora batterica). L’idrocolonterapia permette infatti la rimozione di tutte le scorie e tossine depositate sul colon in sacche di raccolta e difficilmente rimosse dalle normali funzioni intestinali. Pertanto allontanare questo residui significa disintossicare l’intestino e ristabilire l’equilibrio della flora batterica alterato dalla triade alimentazione, stile di vita ed emozioni”.
Perplessità ingiustificate
Nonostante, l’irrigazione del colon rappresenti un’antica forma di guarigione come dimostra la citazione ritrovata nell’Ebers Payrus, un antico documento egizio dedicato alla scienza medica, risalente al 1500 a.C., l’idea di “lavare” l’intestino non manca di suscitare ai giorni nostri perplessità e reticenze. “Non può essere pericoloso? Non si rischia di distruggere la flora intestinale?” Sono questi, due degli interrogativi più diffusi che si sentono sollevare ogni qualvolta si parla di idrocolonterapia. “Non ci sono rischi - rassicura Sonia Biagiotti - Il colon non è sterile e i lavaggi non perturbano la flora intestinale, al contrario degli antibiotici e di certe medicine chimiche che la distruggono. D’altra parte, in tutti gli ospedali del mondo, prima di un intervento chirurgico o di una radiografia del tubo digerente si pratica il lavaggio dell’intestino e questo anche nel caso dei pazienti più gravi”. In altre parole, invece di ricorrere ai soliti lassativi, molti dei quali sono stati recentemente vietati per legge per il sospetto effetto cancerogeno, l’idrocolonterapia interviene con il semplice lavaggio profondo dell’intestino, del tutto indolore e privo delle numerose controindicazioni del più tradizionale enteroclisma.
Come si fa
L’idrocolonterapia viene eseguita con l’ausilio di speciali apparecchiature che attraverso una cannula rettale, regolano l’afflusso in entrata di acqua nell’intestino del paziente sdraiato in posizione supina. Un altro tubo di scarico allontana l’acqua e il contenuto intestinale sciolto. Il trattamento viene eseguito da un terapeuta che accompagna il trattamento con un leggero massaggio che oltre a facilitare l’eliminazione delle scorie rilassa il paziente. Grazie alla leggera pressione esercitata lungo le pareti del tubo digerente, l’acqua di lavaggio riesce a raggiungere il colon ascendente non raggiungibile da un normale clistere. Cicli di poche sedute all’anno sono sufficienti per regolare stabilmente le funzioni intestinali, assicurando un notevole beneficio all’organismo: migliorano le funzioni epatiche e renali, si ridimensiona notevolmente l’alitosi, la pelle appare più fresca e luminosa, si attenuano acne, dermatiti e dermatosi e soprattutto le forme cellulitiche. Allontanando le scorie tossiche che altrimenti verrebbero riassorbite dalle pareti dell’intestino, l’idrocolonterapia concorre a rafforzare il sistema immunitario, diminuisce le forme allergiche e asmatiche, svolge un’azione di stimolo e di rivitalizzazione generale dell’organismo.
Un’ulteriore applicazione del lavaggio profondo dell’intestino è rappresentato dalla preparazione delle indagini diagnostiche del colon e dalla prevenzione degli stati precancerosi e cancerosi la cui affermazione dipendono spesso dall’accumulo di tossine nell’intestino. In genere prima e subito dopo il trattamento viene consigliata l’assunzione di prodotti naturali e fitoterapici a complemento della terapia, oltre ovviamente alle indicazioni per una corretta dieta in grado mantenere l’intestino attivo e in buona salute. Niente male per una terapia basata unicamente sull’uso di acqua potabile e l’applicazione di un delicato massaggio.
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