mercoledì 13 aprile 2011

PERCHÉ L’ISLANDA HA VOTATO ‘NO’ AI DIKTAT DELLE BANCHE CREDITRICI



Circa il 75% dei votanti islandesi ha dimostrato sabato di voler respingere la proposta del governo composto da Verdi e Social-Democratici di pagare 5,2 miliardi di dollari alle agenzie assicurative britanniche e olandesi per il collasso di Landsbanki e di Icesave. Tutti e sei i distretti elettorali islandesi hanno votato per il ‘no’, con una percentuale nazionale del 60%, in calo dal 93% del gennaio 2010. Il voto ha riflesso la diffusa convinzione che i negoziatori del governo non sono stati abbastanza vigorosi nel perorare il caso legale islandese.La situazione ci ricorda il groviglio del debito tra gli Alleati dopo la Prima Guerra Mondiale. Lloyd George ha descritto la negoziazione tra il Segretario del Tesoro statunitense Andrew Mellon e Stanley Baldwin in rappresentanza del debito britannico come “una negoziazione tra un cecchino e la sua preda. Il risultato è stato un accordo che ha messo la riscossione del debito internazionale in una cattiva luce […] Gli ufficiali del Tesoro statunitense non stavano bluffando, ma avanzarono le richieste più elevate come inizio per la trattativa, e, con loro somma sorpresa, il dottor Baldwin ritenne le loro condizioni adeguate, e così le accettò. [...] Questo lavoro sbrigativo, che è ridicolo definire ‘un accordo’, avrebbe avuto un effetto disastroso sull’intero corso della negoziazione.”Ed è stato così anche per la negoziazione tra Islanda e Regno Unito. E’ vero, è stato ottenuto un termine di pagamento più lungo per gli esborsi di Icesave, ma il modo in cui l’Islanda otterrà le sterline e gli euro, malgrado la propria economia in caduta libera, è ancora da determinarsi e tutto questo minaccia il crollo del tasso di cambio della corona islandese.L’accordo proposto ha effettivamente abbassato il tasso di interesse dal 5,5% al 3,2%, ma ha comportato che gli interessi per il salvataggio decorressero dal 2008. Ha persino incluso la quota di interessi-extra che convinsero gli investitori a mettere i propri fondi in Icesave. Gli islandesi consideravano questi interessi-extra come una compensazione per i rischi che furono presi dagli investitori e per questa ragione dovrebbero esser andati persi e quindi non conteggiati. Così, la questione ‘Icesave’ andrà in tribunale. L’importante direttiva dell’Unione Europea afferma che “il costo di finanziamento di tali schemi deve essere supportato, in via di principio, dagli stessi istituti di credito.” Intanto, Gran Bretagna e Paesi Bassi faranno davvero la parte del leone sui resti del cadavere di Landsbanki. Questo non era quello che volevano gli islandesi prima del voto; avevano semplicemente intenzione di salvare l’Islanda da un’obbligazione senza fine, se si fossero iscritte le perdite delle banche all’interno dei paragrafi del bilancio pubblico, senza un piano per determinare il modo in cui l’Islanda avrebbe ottenuto i soldi per pagare. Il primo ministro Johanna Sigurdardottir ha affermato che il voto può avviare “un caos economico e politico”, ma anche pagare può portare a queste conseguenze. L’anno appena trascorso ha visto la disastrosa esperienza di Grecia, Irlanda e Portogallo dopo aver portato i debiti dello scriteriato settore bancario all’interno del bilancio pubblico. È difficile aspettarsi che ogni nazione sovrana imponga un decennio o più di depressione alla propria economia, visto che le leggi internazionali permettono a ogni stato di agire in difesa dei propri interessi vitali. I tentativi dei creditori di persuadere le nazioni a salvare le loro banche con il debito pubblico è fino a questo momento un esercizio di pubbliche relazioni. Gli islandesi hanno visto il successo ottenuto dall’Argentina da quando ha imposto un taglio drastico alle pretese dei propri creditori. Hanno anche visto la distruzione economica dell’Irlanda e della Grecia per aver cercato di pagare oltre le proprie possibilità.I creditori non hanno dato buoni consigli all’Irlanda quando le hanno suggerito che pagare i fallimenti delle proprie banche non avrebbe sprofondato la loro economia in crisi. L’esperienza irlandese è un avvertimento per gli altri paesi di cosa accade quando ci si fida delle previsioni ultra-ottimistiche fatte dei banchieri centrali. Nel caso dell’Islanda, nel novembre del 2008 lo staff del FMI aveva ipotizzato che la somma di debito pubblico e privato alla fine del 2009 sarebbe arrivata al 160% del PIL, ma evidenziò che un deprezzamento del tasso di cambio del 30% avrebbe spinto il rapporto al 240% del PIL, e ciò sarebbe stato “chiaramente insostenibile”. Ma il più recente bollettino del FMI (14 Gennaio 2011) riporta il solo debito pubblico per la fine del 2009 al 308% del PIL e stima lo stesso debito al 333% per la fine del 2010, prima ancora di mettere nel conteggio i debiti di Icesave e quelli delle altre istituzioni!Il problema principale dell’obbligazione dell’Islanda con la Gran Bretagna e con i Paesi Bassi, a parte ciò che verrà recuperato da Landsbanki (con l’aiuto dell’Ufficio Anti-Frodi britannico), è che i soldi dovranno essere pagati con le esportazioni. Ma finora non ci sono stati accordi tra Gran Bretagna e Paesi Bassi per decidere quali merci e servizi islandesi dovranno essere forniti come forma di pagamento. Già negli anni ’20, John Maynard Keynes evidenziò che la nazioni creditrici alleate avrebbero dovuto prendere iniziative per determinare il modo in cui la Germania avrebbe potuto pagare i propri risarcimenti, se non fosse avvenuto tramite una maggiore esportazione verso questi paesi. In pratica, le città tedesche prendevano i soldi in prestito da New York, da girare poi alla Reichsbank, che poi li avrebbe pagati a Gran Bretagna e Francia, per poi chiudere il cerchio con la restituzione al governo USA in riparazione dei loro debiti inter-Alleanza. In altre parole, la Germania ha cercato di “risolvere il proprio debito col debito”. Una soluzione che a lungo termine non funziona mai.La pratica normale sarebbe per l’Islanda di costituire un Gruppo di Esperti che intraprenda una soluzione più solida possibile: nessuna nazione sovrana può adeguarsi all’imposizione di una generazione di austerità finanziaria, di ristrettezze economiche e di emigrazione forzata del lavoro per pagare per i fallimentari esperimenti neo-liberisti che hanno fatto sprofondare così tante economie europee. Michael Hudson è un collaboratore regolare di Global Research .

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