venerdì 17 giugno 2011

IL MONDO PUÒ DARE DA MANGIARE A 10 MILIARDI DI PERSONE?



I demografi del pianeta hanno aumentato questa settimana (ndt: il 4 maggio 2011) le loro stime di crescita della popolazione per il secolo attuale. Si prevede che raggiungeremo i 10 miliardi di persone entro il 2100. Oggi l’umanità produce abbastanza cibo per nutrire tutti ma, a causa del modo in cui viene distribuito, esiste ancora un miliardo di affamati. Non c’è bisogno di essere un inveterato maltusiano per avere la preoccupazione di come tutti noi potremo mangiare un domani. Le previsioni attuali collocano la maggior parte della popolazione in Asia, i livelli di consumo più alti in Europa e Nord America e i tassi di crescita demografica maggiori in Africa, dove la popolazione potrebbe triplicare nei prossimi novanta anni.
Ci sono comunque dei progetti in corso per nutrire il mondo. Uno dei paesi al quale gli esperti dello sviluppo del pianeta si sono rivolti come banco di prova è il Malawi. Senza sbocco sul mare e un po’ più piccolo della Pennsylvania, il Malawi è regolarmente tra i posti più poveri al mondo. Le cifre più recenti mostrano che il 90 per cento dei suoi 15 milioni di abitanti vive con l’equivalente di meno di due dollari al giorno. Entro la fine del secolo si stima che la popolazione sarà di 132 milioni di persone. Oggi circa 40 per cento dei malawiani vive al di sotto della soglia di povertà stabilita per questo paese e una parte della ragione di questa povertà cronica sta nel fatto che più del 70 per cento dei malawiani vive in zone rurali. In queste aree si dipende dall’agricoltura e quasi ogni contadino coltiva il mais. “Chimanga ndi moyo” (“il mais è vita”) dicono i locali, ma coltivare mais rende così poco che poche persone possono permettersi di mangiare qualsiasi altra cosa.
Se si arriva in Malawi di marzo, appena dopo la stagione delle piogge, coltivare sembra un gioco da ragazzi. È difficile trovare un pezzo di terra rossa che non sia un lussureggiante rigoglìo di verde. Dal bordo della strada si può vedere il mais pronto a maturare insieme alle zucche e ai fagioli piantati alla base dei robusti steli. Anche le piantagioni di tabacco stanno andando bene quest’anno. Ma c’è qualcosa che non va in questo apparente paradiso . I suoli ondeggianti del Malawi sono il campo di battaglia dove tre diverse visioni del futuro dell’agricoltura mondiale sono schierate una di fronte alle altre.
L'idea di sviluppo più degna di essere presa in considerazione per il Malawi vede gli agricoltori come dei sopravvissuti a un sistema di vita fin dall’inizio destinato al fallimento e che devono essere assistiti da questo momento in poi. L’economista di Oxford, Paul Collier, è il testimonial di questa concezione “modernista”, che ha illustrato in un pungente articolo di Foreign Affairs del novembre 2008 in cui ha bacchettato i “romantici” che agognano l’agricoltura contadina. Osservando che i salari nelle città sono più alti che nella campagna e che ogni grande paese industrializzato è in grado di alimentarsi anche senza gli agricoltori, Collier argomentò le virtù della grande agricoltura. Fece anche appello all’Unione Europea per sostenere le colture geneticamente modificate e agli Stati Uniti per soffocare le sovvenzioni interne ai biocombustibili. Per un terzo aveva ragione: le sovvenzioni per i biocombustibili sono assurde, anche perché fanno aumentare i prezzi del cibo, dirottando i cereali dalla ciotole dei più poveri ai serbatoi dei più ricchi, con vantaggi ambientali limitati nella migliore delle ipotesi.
Il disprezzo di Collier per i contadini sembra comunque basarsi su qualcosa diverso dai fatti. Anche se l’industria agroalimentare internazionale ha generato grandi profitti dai tempi della Compagnia delle Indie Orientali, non ha mai portato ricchezza agli agricoltori o ai braccianti agricoli che sono sempre le persone più povere della società. In effetti, la grande agricoltura si chiama così a ragione: lavora con evidente vantaggio sulle piantagioni di larga scala e con interventi che vedono i piccoli agricoltori come un ostacolo.
Quindi, se si vuole rendere più ricche le persone più povere al mondo, è meglio investire nelle loro fattorie e nei luoghi di lavoro invece di mandarli a vivere nelle città. Nel Rapporto sullo Sviluppo Mondiale del 2008, la Banca Mondiale rilevò che, effettivamente, gli investimenti per i contadini erano uno dei sistemi più efficienti ed efficaci per portare la gente fuori da uno stato di povertà e di fame. È stata una confessione scomoda, proprio perché la Banca Mondiale ha per lungo tempo pubblicizzato il modello di sviluppo agricolo di Collier. Le organizzazioni di agricoltori, dal Malawi all’India al Brasile, hanno fatto notare che l’accesso a terra, all'acqua, alla tecnologia sostenibile, all'istruzione, ai mercati, agli investimenti statali nello sviluppo e, soprattutto, l’accesso a un confronto a un pari livello nei mercati interni e internazionali sarebbe di grande aiuto. Ma ci sono voluti tre decenni di becera politica per far sì che si sarebbe dovuto occupare di sviluppo si accorgesse di questo. E ancora non ci sono arrivati del tutto.
A causa della sua eredità coloniale, il Malawi ha dovuto seguire per lungo tempo una dottrina economica convenzionale: esportare beni che dessero al paese un vantaggio comparato (nel caso del Malawi con il tabacco) e usare i fondi per acquistare sul mercato internazionale beni da cui poteva trarre alcun vantaggio. Ma quando il prezzo del tabacco scende, come avvenuto di recente, c’è meno valuta estera con cui avventurarsi nei mercati internazionali. E non avendo sbocco sul mare il Malawi deve anche far fronte a prezzi più alti per i cereali rispetto ai suoi quattro vicini, Zimbabwe, Mozambico, Zambia e Tanzania, semplicemente perché raggiungere il paese ha un costo di trasporto maggiore. Secondo una stima, il costo marginale per importare una tonnellata di aiuti alimentari in mais è di 400 dollari contro i 200 necessari per importarli commercialmente e contro solo 50 per produrli internamente utilizzando i fertilizzanti. In particolar modo in un periodo in cui si prevede un aumento dei prezzi del cibo e dei fertilizzanti, il Malawi si comporta saggiamente nel considerarsi così vulnerabile ai capricci dei mercati internazionali.
Questo spiega in parte perché, alla fine degli anni novanta e quasi un decennio prima che diventasse di moda, il Malawi rifiutò il consiglio dei suoi donatori internazionali e decise di spendere la maggior parte del suo bilancio per l’agricoltura in fertilizzanti, il primo e forse più necessario ingrediente per preparare la terra a produrre raccolti redditizi. Il governo offrì agli agricoltori un “pacchetto iniziale” con fagioli, semi arricchiti e fertilizzanti necessari per la coltivazione di circa un decimo di un ettaro. I donatori internazionali non furono contenti. Un funzionario dell’USAID (l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) denigrò il programma come un modo di relegare gli agricoltori in una “routine di povertà” in cui sarebbero riusciti a coltivare una quantità di mais sufficiente per sopravvivere, ma mai abbastanza per arricchirsi. Nonostante il fatto che il programma ebbe uno scarso successo, decollò quando il presidente malawiano Bingu wa Mutharika propose il programma anche per la stagione di coltivazione 2005/2006, quadruplicando la quantità di fertilizzante disponibile. Anche se dovuto solamente alle promesse elettorali, il suo tempismo internazionale fu perfetto: aveva fatto sua una politica il cui tempo era giunto a maturazione. Questo è il motivo per cui quello che oggi succede nei campi del Malawi ha così tanta importanza anche al di fuori dei propri confini.
Per capirne il perché c’è bisogno di una breve storia delle politiche agricole nei paesi in via di sviluppo. Molti di questi paesi furono considerati, specialmente prima della seconda guerra mondiale, delle dispense che i colonizzatori potevano svaligiare. Dopo l’indipendenza le zone rurali spesso diventarono contribuenti netti (ndr: che pagano più imposte di quante non ne ricevano in cambio di servizi o altro) per il fisco, ma c’era una qualche garanzia di stabilità, grazie ai governi che acquistavano i raccolti a prezzi garantiti. A livello internazionale, specialmente in Asia, il periodo postbellico fu caratterizzato dalla difficoltà dei governi nel nutrire una popolazione insofferente, che si chiedeva con sempre più insistenza se la loro sorte non sarebbe potuta migliorare con il socialismo e con un cambiamento nelle proprietà terriere. Per combattere la guerra fredda all'estero, il governo degli Stati Uniti e le principali lobby investirono fortemente nelle tecnologie agricole, nei semi arricchiti e nei fertilizzanti. Queste tecnologie furono progettate per mantenere il possesso della terra nelle mani dei proprietari feudali, con il risultato di avere cibo in abbondanza e i comunisti sotto controllo. Nel 1968 William Gaud, amministratore dell’USAID, la soprannominò una Rivoluzione Verde perché era stata pianificata per evitarne una rossa.
Per una serie di motivi geopolitici la Rivoluzione Verde fu messa in atto con meno fervore e successo in Africa rispetto all’Asia. L’International Fertilizer Development Center (centro internazionale per lo sviluppo dei fertilizzanti) osservò nel 2006 che una quantità di nutrienti del suolo pari a 4 miliardi di dollari era stata prelevata dal terreno dagli agricoltori africani che, nel tentativo di far quadrare i conti, non reintegravano l’azoto, il potassio e il fosforo nel suolo.
La ricetta per il declino della qualità del terreno non fu ricercata nell’occuparsi delle cause della sofferenza ambientale (una trascuratezza sistematica fin dagli anni '80, ammessa anche dalla Banca Mondiale in un’inchiesta interna), ma cercando di ripristinare il terreno con la tecnologia. Così nel 2006 la Rockefeller Foundation (lo sponsor originale della Rivoluzione Verde in Asia) si unì alla Gates Foundation per lanciare l’Alleanza per la Rivoluzione Verde in Africa (Alliance for a Green Revolution in Africa) o AGRA. Questo è il secondo nuovo e coraggioso tentativo di politica di sviluppo che spera di nutrire l’Africa.
L’AGRA sostiene di aver imparato la lezione della storia, rifiutando il punto di vista di Collier e concentrandosi sulle politiche che “a differenza della Rivoluzione Verde in America Latina che avvantaggiò maggiormente i grandi agricoltori che avevano accesso all’irrigazione ed erano quindi in una posizione che permetteva loro di usare le varietà migliorate […] (sono) appositamente mirate per superare le sfide che i piccoli agricoltori devono affrontare.”
Ha quindi funzionato in Malawi? Dipende dall’obiettivo. Se lo scopo è aumentare la produttività allora sì. Sebbene l’economista e direttore dell’Earth Institute, Jeffrey Sachs, abbia recentemente contestato i dati, suggerendo che la produzione è raddoppiata a causa delle sovvenzioni sui fertilizzanti (è solo aumentata di 300.000 – 400.000 tonnellate o fino al 15 per cento, essendo il resto dovuto principalmente al ritorno delle piogge), la quantità di mais in Malawi è senza dubbio cresciuta.
Tuttavia, come sanno le 50 milioni di persone che soffrono di un’alimentazione in sufficiente negli Stati Uniti, avere abbastanza cibo nel paese non significa necessariamente che tutta la gente abbia da mangiare. E il Malawi ha ancora una gran parte di bambini che ha gli occhi vitrei ed è sottopeso. I bambini affamati in modo cronico hanno una statura inferiore alla media della propria età e il numero di bambino malnutriti in questi modo (“rachitici” è il termine che appare nelle statistiche) è rimasto ostinatamente alto sin da quando sono cominciate le sovvenzioni.
Il fatto di misurare l’aumento dei raccolti di mais grazie ai fertilizzanti e ai “pacchetti iniziali” non si traduce necessariamente in una società ben alimentata ed economicamente produttiva per quanto concerne l’agricoltura. Rachel Bezner Kerr, professoressa di geografia alla University of Western Ontario e che lavora anche in Malawi come coordinatrice di progetti per il Soils, Food and Healthy Communities Project, non è meravigliata: “Qualsiasi nutrizionista si farebbe beffe della nozione secondo la quale un aumento del raccolto porta a un aumento dell’alimentazione.”
Bezner Kerr mi riferì che avere una maggiore quantità di cereali nei campi e maggiori raccolti può effettivamente essere negativo in quanto “porta le donne fuori casa lontano dai lavori domestici. In particolar modo se si stanno nutrendo dei neonati ciò può dare cattivi risultati nutritivi.” Quello che succede nell’ambiente domestico è cruciale per tradurre una maggiore produzione in una migliore alimentazione.
Effettivamente il genere ha un’importanza fondamentale quando si parla di cibo e agricoltura. Il 60 per cento delle persone malnutrite al mondo sono donne o ragazze. Tuttavia la FAO (l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura dell’ONU) ha recentemente sottolineato che, aumentando l’accesso alle stesse risorse che hanno gli uomini, le donne potrebbero far crescere la produzione delle loro fattorie di più del 30 per cento portando a un 4 per cento di aumento nella produzione totale agricola nei paesi in via di sviluppo. In Malawi il 90 per cento delle donne lavora a tempo parziale e sono pagate circa il 30 per cento in meno rispetto agli uomini per lavori analoghi. Le donne sono anche gravate da compiti di assistenza, specialmente in un paese devastato dall’HIV/AIDS. Anche nel caso abbiano il possesso della terra e accesso alle stesse risorse degli uomini, le donne si trovano stritolate dal bisogno di cure per i bambini e per gli anziani, dal cucinare, dal dover portare l’acqua, trovare legna da ardere, seminare, ripulire i campi e mieterli.
Si affronta meglio questo tipo di problemi con lo sviluppo sociale, sostenuto da programmi come il Soils, Food and Healthy Communities Project, che con l'utilizzo della chimica. Ma questi sono proprio il tipo di programmi a cui vengono destinate per gran parte le sovvenzioni per i fertilizzanti. Il programma per i fertilizzanti è stato come un bambino geloso che ha tenuto per sé le risorse che si potevano destinare ad altri programmi. Il costo opportunità (1) dei fertilizzanti per gli agricoltori è denaro che si sarebbe potuto spendere per qualcos’altro, una seria preoccupazione quando i prezzi mondiali dei fertilizzanti stanno aumentando a dismisura. Una ricerca della Banca Mondiale in America Latina e nel sud-est asiatico ha suggerito che è più intelligente che i governi sovvenzionino beni pubblici come la ricerca agricola e i servizi di assistenza e l’irrigazione piuttosto che indirizzare denaro a contributi privati come nel caso dei fertilizzanti.
E questo ha importanza anche oltre i confini del Malawi, particolarmente nell’Africa sub-sahariana. Si prevede che la crescita della popolazione mondiale sarà guidata da “paesi ad alto tasso di fertilità”, la maggior parte dei quali si trovano in Africa. Il Relatore Speciale dell’ONU sul Diritto all’Alimentazione, Olivier de Schutter, ha recentemente sostenuto che il mondo potrebbe essere meglio nutrito non pompando nel suolo le sostanze chimiche ma con l'utilizzo di tecniche “agro-ecologiche” d’avanguardia per ripristinare la fertilità del terreno e per usare politiche che possano raggiungere la sostenibilità ambientale e sociale. In un’analisi di 286 progetti di agricoltura sostenibile in 57 paesi in via di sviluppo che riguardano 91 milioni di acri (2), un gruppo di lavoro, guidato dallo scienziato ambientale britannico Jules Pretty, ha riscontrato aumenti di produzione del 79 per cento, ribadiamo, molto di più di quanto ottenuto con le sovvenzioni sui fertilizzanti in Malawi e con una gamma molto più ampia di benefici ecologici e sociali rispetto al solo aumento della produzione alimentare.
Questi programmi in parte riescono perché non considerano la fame come conseguenza del numero eccessivo di contadini o di un deficit del suolo, ma come il risultato di complesse cause ambientali, sociali e politiche. Non c’è bisogno solo della chimica per risolvere la fame, c’è bisogno di sociologi, biologi del suolo, agronomi, etnografi e perfino di economisti. Pagare per le loro capacità è il costo opportunità di spendere dollari preziosi in fertilizzanti importati. Certamente l’agro-ecologia è un modello completamente diverso da rispetto a quello in cui i laboratori stranieri scaricano la tecnologia con un manuale di istruzioni sulle spalle di qualcuno. I programmi richiedono molta più educazione partecipativa e molti più investimenti in beni pubblici di quanto il governo malawiano e i donatori sembrino attualmente inclini a fornire.
L’agro-ecologia è la terza visione di sviluppo in lotta per il futuro. In Malawi funziona. Coltivando fagioli con l’occhio e arachidi con il mais, espandendo quindi la gamma delle colture, i raccolti che derivano dal programma di Bezner Kerr hanno battuto quelli del programma dei fertilizzanti del 10 per cento e hanno aumentato anche i risultati dell’alimentazione. Ma anche l’agro-ecologia ha i sui limiti. Il 15 per cento dei malawiani rimane poverissimo e vive con meno di un dollaro al giorno e non è in grado di comprarsi abbastanza cibo. Sono persone persone senza proprietà fondiaria o che hanno terreni di scarsa qualità e che devono quindi vendere la propria manodopera nel periodo della mietitura proprio quando avrebbero bisogno per sé. Rimangono esclusi dal miracolo del Malawi.
Il futuro non ha un aspetto molto promettente per l’agro-ecologia. Preoccupato della sostenibilità finanziaria del programma di sovvenzioni per i fertilizzanti, il governo del Malawi si sta per imbarcare in un progetto di Green Belt (3), in cui migliaia di ettari saranno irrigati per stimolare gli investitori stranieri a cominciare progetti di coltivazione su larga scala di canna da zucchero e di altre colture da esportazione. Si spera che la valuta estera portata da questo programma riesca a finanziare la spesa per i fertilizzanti. Il risultato aiuterà a equilibrare il bilancio del paese ma, come conseguenza, si prevede che migliaia di piccoli proprietari terrieri verranno sfollati per liberare i terreni che attireranno il tipo di agricoltura su larga scala che Collier tanto apprezza.
In particolar modo, alla luce delle nuove proiezioni sulla crescita della popolazione per il XXI secolo, sembra assurdo attenersi alle politiche agricole del XX secolo. Bisogna ricordarsi che gli interventi agro-ecologici in Malawi hanno dato una svolta alla responsabilizzazione delle donne. Il premio Nobel Amartya Sen ha sostenuto che ci sono poche politiche più adatte dell’istruzione, in particolare dell’istruzione di donne e ragazze, per migliorare le vite individuali, familiari e comunitarie (e per abbassare i tassi di natalità). Le profezie che i demografi hanno presentato variano di parecchio, e cambiando le ipotesi si ha come risultato un mondo che oscilla tra gli 8 e i 15 miliardi di persone. Qualsiasi cosa ci riservi il futuro, è comunque chiaro che un mondo nel quale ognuno abbia da mangiare dipende dalla responsabilizzazione delle donne. E l’agro-ecologia, più che considerare questo fatto come qualcosa di irrilevante per l’alimentazione mondiale, lo mette giustamente al centro della questione.
Gran parte della vecchia agricoltura è stata progettata per bombardare economicamente i villaggi allo scopo di poterli salvare o come soluzione tecnologica per rimandare l’uso della pratica politica. Collier vuole sbarazzarsi dei contadini. Le nuove mode vogliono tenerli, ma tenendoli immersi nella chimica fino al collo. Tuttavia, se vogliamo essere seri trattando di nutrire gli affamati, che sia in Malawi o dovunque, dobbiamo riconoscere che la maggior parte degli affamati è costituita da donne e che abbiamo bisogno di una maggiore spesa pubblica, e non privata, destinata a chi è meno in grado di gestire le risorse agricole. Perché quando si tratta di far crescere gli alimenti quelli che coltivano la terra sono tutto tranne che stupidi.

Fonte tratta dal sito .

0 Comments: