lunedì 29 agosto 2011

LA GRANDE TRUFFA MILIARDARIA DEI FARMACI



Questa è la prima delle due parti di un documento che esamina i metodi utilizzati dalle aziende farmaceutiche per controllare il mercato e la vita
La diarrea da rotavirus, insieme alle malattie causate dallo pneumococco come le meningiti e la polmonite, sono tra le principali cause di morte tra i bambini nei paesi in via di sviluppo. Si stimano circa 500.000 vittime l’anno.
L’85% di questi bambini, una percentuale sconvolgente, è costituita da africani e asiatici. Anche se sarebbero necessari miracoli della medicina, le anomalie di prezzo delle multinazionali farmaceutiche generano immensi profitti, spingendo in alto quelli dei dei medicinali salva-vita. L’azienda farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK), che ha sede in Gran Bretagna, ha recentemente proposto un accordo per somministrare alle nazioni povere 125 milioni di dosi del vaccino Rotavirus – il Rotarix - a 2,50 dollari la dose, solo il cinque per cento del prezzo dei mercati occidentali. Grazie al gruppo GAVI, l’agenzia di vaccini internazionali finanziata dai paesi sviluppati come il Regno Unito, si spera che GSK e la multinazionale farmaceutica Merck - che dominano il mercato del vaccino rotavirus - somministrino una linea sicura di medicine a basso costo a circa 40 paesi nei prossimi anni.
Ma è davvero uno “sconto”? E se lo è, chi pagherà il costo?
Il meccanismo finanziario che sovvenziona i vaccini si chiama Advance Market Commitment (AMC), una struttura creata dal G8, dalla Banca Mondiale e dalla Fondazione Gates per incentivare le multinazionali farmaceutiche a prendere in considerazione, nel lungo termine, i mercati dei paesi in via di sviluppo per i “bene comuni” farmaceutici, come i vaccini. Il Rotarix è partito bene: dal 2007 circa 50 milioni di bambini, con circa dieci milioni di dosi, hanno usufruito di questo farmaco. Nel 2009 la vendita globale di questo medicinale è arrivata a 440 milioni di dollari, un aumento del 50% rispetto al 2008, e il Rotateq della Merck ha realizzato vendite per un totale di 564 milioni di dollari.
Il direttore esecutivo di GSK, Andrew Witty, ha descritto la struttura dei prezzi “né una tattica, né un gesto filantropico isolato, ma fa parte di una strategia concordata per cambiare il nostro modello di vendita”, progettata per poter unire “il successo commerciale ai contributi per i sussidi nel lungo termine.”
Struttura dei prezzi e profitti
Compagnie farmaceutiche come GSK sostengono che i costi dell'innovazione, ossia della Ricerca e Sviluppo, e quelli per l’introduzione di un nuovo farmaco sul mercato oscillano tra i 1000 ed i 1700 milioni di dollari. L’AMC e il GAVI, che hanno raccolto 4,3 miliardi di dollari per finanziare l’acquisto di vaccini, sono stati introdotti con la premessa che bisogna compensare l’alto costo della R&S delle multinazionali finanziarie.
Nell’ultimo decennio l’industria farmaceutica negli Stati Uniti – della quale più della metà è composta da aziende con sede in Europa - è stata di gran lunga il settore più remunerativo dell’economia della nazione, grazie anche all’assenza di una struttura di prezzi imposti dal governo. “La libera attribuzione dei prezzi e la veloce approvazione assicurano un rapido accesso alle innovazioni grazie all’afflusso di capitali”, ha affermato Danile Vasella, ex capo di Novartis (con base in Svizzera), parlando dei vantaggi del fare affari negli Stati Uniti.
Le multinazionali farmaceutiche affermano che i consumatori statunitensi sono obbligati a finanziare la ricerca e lo sviluppo che sono necessari per mantenere costante l'innovazione in tutto il mondo. In Australia, Europa e Canada – i luoghi di provenienza di gran parte delle medicine “reimportate” negli USA, dove spesso le medicine vengono vendute alla metà del prezzo degli Stati Uniti - i governi si assicurano che le strutture dei prezzi facciano in modo che i medicinali brevettati siano accessibili.
Nonostante le multinazionali farmaceutiche ottengano notevoli profitti in questi paesi, circa il 50% degli introiti delle industrie farmaceutiche globali vengono generati negli USA. Nel 2006, ad esempio, la vendita globale di medicinali è arrivata a più di 640 miliardi di dollari, dei quali quasi 300 provenienti dagli Stati Uniti.
Il vero inganno machiavellico utilizzato dalla compagnie farmaceutiche consiste nell'affermare che l'alto prezzo di vendita del Botox (la pillola che vale un miliardo di dollari) sia dovuto all'innovazione. Dal 1996 al 2005 le grandi compagnie farmaceutiche hanno speso 739 miliardi di dollari in marketing e amministrazione: in questo caso i costi di “amministrazione” includono la contabilità, gli stipendi dei dirigenti (incluse le indennità, la vendita di azioni, etc) così come le spese per le risorse umane. Il marketing consiste in pubblicità diretta al consumatore, in programmi di vendita e in campioni gratuiti per i medici, oltre alla pubblicità sulle riviste del settore.
Un esame più minuzioso dei costi dei medicinali
Durante il periodo a cavallo tra il 1996 ed il 2005, le compagnie farmaceutiche hanno investito 288 miliardi di dollari in R&S e 43 miliardi in beni ed attrezzature, con un profitto di 558 miliardi di dollari. È possibile notare che la ricerca e sviluppo è al penultimo posto in termini di spesa. Ma la flessione in sé non è trasparente: le aziende non dettagliano le spese effettive per lo sviluppo di un singolo medicinale, sostenendo che le informazioni sono esclusive e comprendono segreti professionali e/o confidenziali.
Secondo l'Harvard Business Review, “il costo per l’approvazione di un nuovo medicinale è aumentato più dell’800% dal 1987, l'11% all’anno per quasi due decenni.” Le aziende farmaceutiche come Novartis e GSK si lamentano che le compagnie che producono farmaci generici – spesso in India - possono evitare di sostenere questi costi e così riescono a vendere i loro medicinali “copiati” a prezzi inferiori rispetto al prodotto originale, in una fascia che oscilla tra il 65% e il 99% in meno di quelli praticati dalle multinazionali.
Il “costo di 1000 milioni di dollari” deriva da uno studio del 2003 pubblicato nel Journal of Health Economics da Joe DiMasi e altri del Tufts Center for the Study of Drug Development. Gli autori e la loro organizzazione garantirono l’obbiettività della ricerca, nonostante il Tufts Center sia finanziato per il 65% dalle aziende farmaceutiche.
Anche se i risultati furono presentati dai media come corretti, già da tempo sono stati screditati dagli specialisti indipendenti.
Gli autori hanno analizzato dieci grandi aziende farmaceutiche (responsabili del 42% della spesa in R&S negli Stati Uniti, dove si svolge la gran parte di questo lavoro), esaminando i costi di R&S di 68 farmaci scelti a caso e hanno determinato il costo di sviluppo di ciascuno in 802 milioni di dollari (portato a un miliardo per l’inflazione).
Poiché i dati sono stati presentati in modo confidenziale dalle aziende farmaceutiche agli autori, non c'è stato modo di verificare la qualità delle informazioni, né tantomeno si è potuto valutare la manipolazione interna dei costi da parte delle aziende. I nomi delle imprese non sono stati menzionati, tanto meno i nomi dei farmaci, il genere di medicinale o il loro stato, se si trattasse di farmaci fondamentali, tra cui quelli per le cure sofisticate, o farmaci "generici", che sono una variante di prodotti già presenti sul mercato.
“Demistificare” i costi
Per iniziare, la cifra di 802 milioni di dollari non tenne conto della forma strana e poco chiara della contabilità analizzata, iniziando a partire dai “costi capitalizzati”. Secondo gli autori, i guadagni della R&S “devono essere capitalizzati a un tasso di sconto appropriato, pari al reddito del quale si privano gli investitori durante lo sviluppo del farmaco quando mettono capitali in questo settore piuttosto che altri ugualmente rischiosi del mercato finanziario.”
Come affermato da Marcia Angell, medico americano ed ex capo-redattore del New England Journal of Medicine oltre che docente alla Harvard Medical School: “I consulenti della Tufts li aggregarono semplicemente ai costi generali del settore. Questa manovra contabile ha quasi duplicato i 403 milioni di dollari in 802 milioni”.
Quindi, nel prendere in considerazione i costi aggiornati dai dati del PhTMA (2006), con un incremento della R&S che è arrivata a 1,32 miliardi di dollari, più di 650 milioni di dollari sono stati semplicemente considerati come “ricerca e sviluppo” dalle aziende farmaceutiche, con la pretesa di mitici profitti che sarebbero potuti generare investendo a Wall Street invece che nell'”innovazione", che viene usata per giustificare enormi guadagni provenienti dalla creazione di brevetti esclusivi.
Nella rivista BioSocieties, il sociologo Donald Light e l’economa Rebecca Warbuton “demistificano” i costi della R&S per i medicinali, analizzando anche la componente delle tasse all'interno di questi costi.
L’”Office of Technology Assessment” (OTA) ha affermato che “il costo netto di ogni dollaro speso nella ricerca deve essere ridotto dal totale delle imposte che vengono risparmiante con questa spesa”. Gli autori hanno utilizzato dati di fonti ufficiali come il Tax Policy Center (Centro di politica tributaria) per rilevare rivelare risparmi di imposta supplementari pari al 39%. Cumulativamente, i sussidi e dei contribuenti e i crediti hanno ridotto i costi complessivi da 403 a 201 milioni di dollari.
Segreto Fiscale
Del resto, come spiega l’articolo “Pianificazione Fiscale” di Ernst & Young, i costi di R&S generalmente vengono trasferiti in paesi che hanno alto peso fiscale per compensarne la spesa. Invece, i profitti generati dai brevetti spesso vengono “ricollocati” in paesi con una bassa imposizione fiscale. Le aziende farmaceutiche preferiscono generare i “costi” della R&S in paesi con un’alta fiscalità, come gli USA, per poter togliere i costi più alti dal reddito imponibile. Naturalmente, il costo della R&S non include le imposte “evitate”. Non sorprende che la maggior parte delle compagnie farmaceutiche abbia sede in paesi con basso livello impositivo e in cui vi sia il segreto fiscale, come il Delaware negli USA, dove i profitti si possono convertire in passività e in aziende di proprietà intellettuale.
In un articolo (stampato originariamente sulla rivista New Age e pubblicato online su Al–Jazeera) che scrissi con John Christensen, fondatore della Tax Justice Network ed ex consigliere economico del Jersey, uno dei massimi paradisi fiscali del Regno Unito, rivelammo come il segreto fiscale e la proprietà intellettuale (IP) vengano utilizzate dalle aziende farmaceutiche per trarne profitti, piuttosto che servire i bisogni delle persne deboli.
“Pfizer, Novartis, GlaxoSmithKline, cosi come più del 60% delle multinazionali nella lista di Fortune, mantengono le loro “sedi” nel Delaware, approfittando degli strumenti di opacità legale e finanziaria. A parte il segreto fiscale e la mancata divulgazione del beneficiario dei profitti, il Delaware permette che le società controllanti generino in due giorni holding che non producono nulla, che non realizzano attività economiche nello Stato e che, in genere, hanno un solo azionista, la compagnia madre. Tali soggetti permettono che la società madre paghi alla società appena creata un “onorario” per l’uso dell'IP, fungendo come un condotto che converte il reddito imponibile in passività non soggette a imposta. L’unico scopo di questa società è quello di possedere e gestire i profitti “ripuliti” generati dall’IP”.
Le enormi spese legali sostenute dagli specialisti per lo sviluppo dei brevetti, per il patrocinio legale, per la ricerca dei paradisi fiscali e per le questioni legate all’IP, costituiscono costi aggiuntivi che vengono inclusi nella R&S. Questa strategia di ottimizzazione tributaria somiglia a quella delle compagnie di “alta tecnologia” che basano sul capitale intangibile la maggior parte della loro ricchezza. Secondo la rivista Forbes, nel 1999 tre delle quattro persone più ricche al mondo hanno fatto la loro fortuna con i diritti di proprietà intellettuale. Devono la loro fortuna, come afferma Michael Perelman, a “Microsoft uno dei maggiori proprietari di diritti di proprietà intellettuali, qualcosa di molto appropriato per la denominata New Economy, e nella quale il Capitale DOS” ha soppiantato “Il Capitale” di Marx.
Profitti dalla cura dell'AIDS
La gestione dei diritti di proprietà intellettuale può essere certamente un’attività lucrativa. Il primo trattamento dell’HIV/AIDS , la zidovudina (AZT) venduta con il nome di marca Retrovir, venne fabbricato dalla compagnia Burrough Wellcome, inglobata successivamente a GSK. Nel 1983, dopo due anni di ricerche sull’AIDS, National Institutes of Health statunitense (NIH) e l‘Istituto Pasteur di Parigi identificarono per la prima volta la sua causa: il retrovirus HIV. Lo stesso anno, Samuel Broder, capo del National Cancer Institute (un ramo dell'NIH), creò un’equipe globale al fine di selezionare strumenti antivirali, tra cui la molecola AZT scoperta dalla Michigan Cancer Foundation, che venne poi acquisita da Burrough Wellcome.
L’equipe NIH-NCI di Broder, insieme agli eruditi dell’università Duke, scoprì l’effettiva capacità di azione dell’AZT contro il virus dell’AIDS e realizzò i primi saggi clinici nel 1985. Come spiega Marcia Angeli nel suo libro informativo “The truth about Drug Companies “(La verità sulle compagnie farmaceutiche), Burrough Wellcome brevettò immediatamente il medicinale e “realizzò le ricerche posteriori che gli diedero la possibilità di ricevere l’approvazione della Food and Drugs Administration (FDA) nel 1987”, dopo uno studio di soli pochi mesi. La società pagò più di 10.000 dollari l’anno ai pazienti per il trattamento medicinale e si auto-celebrò per aver scoperto il farmaco salvavita.
Dopo una lettera auto-elogiativa di questo tipo, il presidente esecutivo di Burrough Wellcome e i suoi colleghi del NCI e della Duke University risposero al New York Times dichiarando: “La società non ha sviluppato la tecnologia adeguata prima di somministrare la prima applicazione del medicinale, e non si è a conoscenza della capacità dell’AZT di sopprimere il virus vivo dell’AIDS nelle cellule umane, né tantomeno ha sviluppato la tecnologia per determinare quali dosi utilizzare al fine di ottenere tale effetto in un essere umano. Inoltre, non è stata la prima a somministrare AZT a un essere umano con l'AIDS, né a realizzare i primi studi clinici farmacologici in pazienti affetti da tale malattia. Tantomeno ha realizzato gli studi immunologici e virologici necessari per dedurre che il medicinale potesse funzionare e che, per questo, valesse la pena continuare con la ricerca. Tutto questo fu realizzato dal personale dell'NCI, in collaborazione con il personale della Duke University”.
Aggiunge poi: “Di certo, uno degli ostacoli dello sviluppo dell’AZT è stato che Burroughs Wellcome non lavorò con il virus vivo dell’AIDS, né tantomeno con pazienti affetti dall’AIDS”.
Tattiche assassine
Paradossalmente, il medicinale Reterovir venne classificato dalla compagnia come “medicinale orfano”, ossia un farmaco per il quale esiste un mercato di meno di 200.000 persone, e per tanto non era probabile che fosse economicamente redditizio. Tutto ciò aveva lo scopo di ottenere un credito di 50% dal governo per i costi delle sperimentazioni cliniche. Nel 2005, GSK fu accusata di aver spinto in alto in modo artificiale i suoi profitti a breve termine non incrementando la produzione per soddisfare la crescita drastica della domanda, causando di conseguenza "scarsità" del prodotto brevettato. Ciò fu visto come un ultimo tentativo di sfruttare il brevetto in scadenza nel settembre 2005. Poco dopo il governo degli Stati Uniti approvò versioni generiche del medicinale.
In Africa si conosce GSK – letteralmente. Per le sue tattiche assassine.
Quando il distributore ghanese, la Healthcare Ltd., importò una versione generica del medicinale (una combinazione di AZT e 3TC conosciuta come Combivir) da una compagnia farmaceutica indiana, la CIPLA, che la smerciava a un prezzo accessibile (9 centesimi di dollaro per pillola) invece del prezzo pattuito statunitense (10 dollari a pillola), GSK minacciò di portare in tribunale il distributore, costringendo quindi Healthcare Ltd a cessare le vendite. Senza dubbio, mentre GSK accusava CIPLA di violare il brevetto, non possedeva i “diritti” di Combivir nell’ufficio regionale per i brevetti dell’Africa Occidentale. L'AZT e altri trattamenti per l’AIDS hanno riscontrato grande successo nelle vendite di GlaxoSmithKline, generando 2,4 miliardi di dollari di profitti nei primi sei mesi del 1997, in particolare grazie alla vendita di AZT e 3TC. Nel 1998 ci si riferiva all’AIDS come una “crisi sanitaria su scala mondiale”, considerata da molti come “un’epidemia”.
Conseguentemente GSK guadagnò 1000 milioni di dollari con un brevetto, controllò un mercato e fu responsabile della vita e della morte di un miliardo di persone in tutto il mondo attraverso un qualcosa che non aveva inventato. I suoi ricercatori affermarono, comunque, che avvano intuito che il farmaco avrebbe funzionato. Questa affermazione fu sufficiente per negare agli scienziati del NCI, incluso Broder, di essere considerati gli inventori.
Ma è un esempio isolato?
La seconda parte verrà pubblicata prossimamente.
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