lunedì 19 settembre 2011

Rosneft e ExxonMobil si uniscono per sfruttare i giacimenti dell'Artico



Rosneft e ExxonMobil raggiungono l'intesa: 2,2 miliardi di euro per lo sfruttamento dei giacimenti ghiacciati
Il boccone è ghiotto: 412 milioni di barili di greggio. Il 22 percento delle risorse di idrocarburi e gas naturale non ancora sfruttate. È questo l'unico, fondamentale ragionamento che russi e americani hanno posto alla base delle strategie per la spartizione della torta artica: coalizzarsi. L'accordo firmato nei giorni scorsi in Crimea da Rosneft ed ExxonMobil vale 2,2 miliardi, e spazza via ogni potenziale competitor nell'area, dalla Royal Dutch Shell alla Cairn Energy, che hanno già investito miliardi di dollari per le esplorazioni artiche. Con l'intesa, la Rosneft potrà partecipare ai progetti della ExxonMobil nel Golfo del Messico e in Texas già entro la fine di quest'anno. Parimenti, tecnici, consulenti e funzionari della ExxonMobil potranno essere invitati a prendere parte ai progetti della compagnia russa.
Russi e americani, insieme, potrebbero sfruttare già dal 2015 un colossale giacimento nel sottosuolo ghiacciato della Russia settentrionale, per cominciare a produrre energia dalla prossima decade. Si tratta del blocco di Prinovezemelsky, fonte di gas e petrolio nella zolla continentale russa del Mar di Kara meridionale. Conterrebbe risorse per 4,9 miliardi di tonnellate di petrolio, equivalente a circa 36 miliardi di barili. Se le prospezioni confermeranno tali dati, si tratta della scoperta energetica più importante degli ultimi 50 anni. Si tratta di vedere quanto di quel petrolio è recuperabile.
La Rosneft, che ha già condotto missioni geologiche nell'Artico, prevede che l'esplorazione di Prinovezemelsky avverrebbe tra i 40 e i 350 metri di profondità, in condizioni proibitive e temperature di meno 50 gradi. Altre zone assai ricche sono nel nord dell'Alaska e nei Territori del Nord-Ovest canadesi. La Shell ha ottenuto concessioni dagli Usa per aprire dieci pozzi nei prossimi due anni al largo delle coste dell'Alaska, mentre la scozzese Cairn Energy ha già tre pozzi e ne sta progettando altri quattro al largo della Groenlandia.
L'Artico è una delle aree più pericolose per la trivellazione. Il contenimento delle catastrofi ambientali potrebbe essere molto più difficile rispetto ad altri luoghi di sfruttamento energetico. La costruzione delle piattaforme è più complessa, richiedendo acciaio in grado di resistere per anni senza degradarsi.
Ma il futuro economico di numerosi Paesi i cui territori si trovano nella regione artica dipende proprio dallo sviluppo dei combustibili fossili. Così come l'industria dell'energia si sta muovendo in fretta per sfruttare il prima possibile questa terra inesplorata, anche la legislazione sta compiendo passi da gigante, aprendo la strada ad accordi prima inaspettati. Come quello tra Norvegia e Russia, i cui confini marittimi sono stati fissati di recente, dopo anni di contenziosi e negoziati. O come l'importante accordo raggiunto nel maggio scorso, quando i capi della diplomazia degli Stati membri del Consiglio dell'Artico si sono riuniti in Groenlandia per siglare il trattato di cooperazione per la ricerca, il salvataggio aereo e marittimo nella regione artica.
L'importanza dell'incontro, durante il quale - per la prima volta - sono stati firmati trattati che vincolano tutte le nazioni (Canada, Usa, Russia e Paesi scandinavi), a differenza del passato, in cui i patti erano bilaterali o trilaterali, giace nelle colossali opportunità di sfruttamento conseguenti allo scioglimento dei ghiacci. Opportunità che hanno da tempo scatenato la corsa al petrolio, ai minerali, al mercato ittico e alla navigazione commerciale della cosiddetta 'ultima frontiera'.

Fonte tratta dal sito .

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