giovedì 30 giugno 2011
Un tunnel inutile di 22 miliardi - Marco Ponti
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mercoledì 29 giugno 2011
Una valle contro il potere - Val di Susa
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martedì 28 giugno 2011
LA MARIJUANA MEDICA - CANNABIS - NELLE TERAPIE DEL CANCRO
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lunedì 27 giugno 2011
Le strette di mano massoniche del papa "ecologista"

Persino wikipedia, ben noto sito che nega l'esistenza di cospirazioni globali (ed in particolar modo nega l'esistenza delle scie chimiche) descrive il saluto massonico della "presa" con la mano:
http://en.wikipedia.org/wiki/Freemasonry
Freemasons use signs (gestures), grips or tokens (handshakes) and words to gain admission to meetings and identify legitimate visitors.
E allora guardatevi questo video in cui sempre Benedetto Ratzinger saluta il capo riconosciuto della massoneria di rito scozzese, Queen Beth (la regina Elisabetta).
E qui sotto un altro video sul saluto massonico
Fonte tratta dal sito .
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sabato 25 giugno 2011
Intervista a Mauro Biglino - Traduttore di ebraico antico
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venerdì 24 giugno 2011
Uragani causati dalla N.A.S.A. nel Midwest (Stati Uniti): gravi rischi per la centrale nucleare di Fort Calhoun
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giovedì 23 giugno 2011
PERCHÉ GOOGLE EARTH NON VI FA VEDERE ISRAELE
Questo perché nel 1997 il Congresso degli Stati Uniti ha ratificato il National Defense Authorization Act, una cui sezione è intitolata "Divieto della raccolta e della diffusione di immagini dettagliate da satellite che si riferiscono a Israele". L’emendamento, conosciuto come l’emendamento Kyl-Bingaman, incarica un’agenzia federale, il NOAA's Commercial Remote Sensing Regulatory Affairs, del controllo della presenza delle immagini zoomate su Israele.
Quando gli fu chiesto un parere sulla regolamentazione, un portavoce di Google disse a Mother Jones: "Le immagini su Google Earth vengono da un numero notevole di fonti commerciali e pubbliche. Prendiamo le nostre immagini da satellite da compagnie che hanno sede negli Stati Uniti e che sono soggette alle leggi degli Stati Uniti, tra cui c’è anche l’emendamento Kyl-Bingaman che è stato aggiunto al National Defense Authorization Act del 1997 che limita la risoluzione delle immagini di Israele che possono essere distribuite commercialmente."
Ma non si tratta solo di Israele. Questa regola si applica anche ai Territori Occupati. E questo è il motivo per cui Human Rights Watch non può fornire nei suoi resoconti immagini dettagliate della striscia di Gaza. Naturalmente, questa disposizione vale per tutte e due le parti: non si può neppure vedere la distruzione di Sderot causata dai razzi che partono da Gaza.
Ma l’impatto di questa regolamentazione ha un’efficacia sempre minore: dopo tutto gli Stati Uniti possono solo disciplinare le attività delle aziende americane. La Turchia ha di recente annunciato che il suo satellite GokTurk fornirà immagini ad alta risoluzione di Israele quando avvierà le operazioni nel 2013. Israele non è molto contenta di questa eventualità: un funzionario israeliano ha detto ad Al-Arabiya: "Cerchiamo di fare in modo di non venire fotografati ad alta risoluzione e la maggioranza (delle nazioni) si adatta". Il funzionario ha aggiunto: "Se lo abbiamo chiesto ai turchi? Non lo chiederemo. Non c’è nessuno con cui discutere."
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mercoledì 22 giugno 2011
La Cina incrementa l’emissione di monete d’oro e d’argento
In particolare, la moneta da una oncia d’oro, la monetà d’oro di maggior valore in circolazione, nel corso del 2011 sarà coniata in 500.000 pezzi; la coniazione delle monete in oro di valore inferiore (mezza oncia, un quarto d’oncia, un decimo d’oncia e un ventesimo d’oncia) sarà portata a 600.000 pezzi ognuna. Anche la serie in argento sarà fortemente incrementata: la moneta da una oncia in argento, infatti sarà coniata in 6 milioni di pezzi.
Come i nostri lettori sanno, il mercato cinese, sia a livello istituzionale, che impresariale e privato va letteralmente pazzo per l’oro (vedasi nostro articoli: “La febbre dell’oro in Cina” e “La Cina aumenta le riserve auree del 75%”).
E’ proprio la domanda di oro cinese che sta facendo crescere la domanda mondiale: nel 2010 la domanda di oro in Cina ha superato le 700 tonnellate; nel primo quadrimestre del 2011 è ulteriormente cresciuta; in particolare sta crescendo la domanda di oro da investimento, che nel primo quadrimestre del 2011 è aumentata del 71% rispetto al primo quadrimestre dello scorso anno (i dati riportati sono di fonte: World Gold Council).
La domanda di oro in Cina, negli ultimi quattro anni è più che raddoppiata; la domanda procapite di oro è passata dai circa 0,2 grammi del 2006 ad oltre 0,5 grammi del 2010. Nel grafico sottostante relativo alla domanda di oro in Cina, nell’ultimo decenio, su dati di fonte Bloomberg, GFMS e World Gold Council, si apprezza chiaramente l’incremento della domanda di oro in Cina a partire dal 2007; si può osservare anche l’incremento del valore dell’oro in moneta cinese, il Renminbi Yuan.Se il banco centrale cinese ha, duqnue deciso di incrementare l’efferta di monete d’oro è precisamente per fronte al forte aumento della domanda di oro.
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martedì 21 giugno 2011
IL COLLASSO STA ARRIVANDO ! SIETE PRONTI ?
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lunedì 20 giugno 2011
Bilderberg 2011: pianificata una grande guerra in Medio Oriente, già iniziata

L'amministrazione Obama si prepara a lanciare una guerra totale a terra in Libia con l'ampliamento degli attacchi con i droni all'interno dello Yemen e Pakistan.
Navi da guerra statunitensi sono state spostate verso la costa mediterranea della Siria, proprio in linea con le previsioni che il Gruppo Bilderberg ha delineato nell'ultimo incontro di St. Moritz, ossia di lanciare una massiccia guerra in Medio Oriente. Sembra che la Siria sia, con la Libia, il suo obiettivo primario.
Entro ottobre gli Stati Uniti hanno pianificato l'invasione di terra della Libia, ma stanno pianificando anche l'apertura contemporanea di un nuovo fronte in Siria. Non a caso la nave anfibia USS Bataan ed altre unità navali, con un totale di 2000 marines, 6 bombardieri e 15 elicotteri d'attacco sono stati dislocati in prossimità delle coste della Siria. Inoltre, gli Stati Uniti avrebbero già disposto l'avvicinamento di un'intera flotta composta da diverse portaerei verso lo stretto di Gibilterra per settembre-ottobre.
Secondo alcuni esperti questa imponente concentrazione di unità navali di intercettazione missilistica fa pensare che Washington si voglia preparare per contrastare un eventuale massiccia risposta bellica della Siria ed altri paesi amici. Pare che la Siria si preparerebbe ad una risposta missilistica, inoltre gli Hezbollah, su avvertimento dell'intelligence iraniano, avrebbero spostato le loro batterie missilistiche dal nord del Libano verso aree situate nel centro del paese, “fuori campo di un possibile operazione americana in Siria”.
Jim Tucker, veterano giornalista ed esperto storico delle strategie del gruppo Bilderberg, aveva già spiegato che il Bilderberg nella riunione del 2010 aveva pianificato una grande guerra in Medio Oriente e l'invasione dell'Iran. La Libia è solo l'inizio, la “miccia”.
Lunedì 13 giugno 2011 il giornalista Adrian Salbuchi ha riferito a Russia Today che l' “agenda nascosta” del Bilderberg di St. Moritz si è focalizzata per un intervento armato in Medio oriente. L'intervento armato potrà concretizzarsi non prima di aver accuratamente destabilizzato l'intera area del Medio Oriente. La Siria è, secondo questa agenda segreta, il primo paese da attaccare.
Tutti gli eventi preventivamente decisi dai poteri occulti si sono avverati: secondo fonti umanitarie in Siria, dall'inizio delle proteste, sono morti circa 1.300 civili, 300 tra soldati e poliziotti e migliaia di siriani sono disperatamente fuggiti dal paese.
Gli Stati Uniti ritengono che il loro intervento sia peculiare per “salvare vite umane” dalla repressione dittatoriale. In pratica l'amministrazione Obama starebbe per sferzare, con la sua forza bellica, un imponente “intervento umanitario”. I manifestanti in Bahrain e Arabia Saudita? Ve li ricordate? Sono stati vittime di brutali repressioni del governo, ma il governo degli Stati Uniti ha preferito chiudere entrambi gli occhi.
Molti si domandano come gli Stati Uniti possano permettersi di iniziare una nuova grande guerra visto che sono già impegnati in altri due principali invasioni e in una serie di altri conflitti regionali. L'economia statunitense è ormai in delirio, ma gli Stati Uniti continuano a fare guerre su più fronti. Un vero mistero.
Fonte tratta dal sito .
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domenica 19 giugno 2011
La cometa Elenin raffigurata nella vecchia banconota da 10 franchi svizzeri
Il progetto grafico della banconota da 10 franchi svizzeri fu redatto circa 32-33 anni fa.
Si tratta di una coincidenza o di una chiaroveggenza?
È difficile dirlo, ma la cosa è veramente curiosa.
Riflettiamo:
- la Svizzera ha fatto costruire una rete capillare di bunker sotterranei sufficienti per ospitare tutti i propri cittadini;
- A Mosca hanno costruito 5000 rifugi sotterranei di emergenza;
- Negli Stati Uniti è stata costruita una mastodontica rete sotterranea di bunker;
- Le élite di diverse nazioni hanno costruito sofisticati rifugi sotterranei.
Tutte queste costruzioni vengono tenute nella massima segretezza e nessun cittadino può accedervi.
Come mai queste scelte? La paura di una guerra nucleare?
Una motivazione fantasiosa visto che nella storia sono sempre, e sono tutt'ora, le medesime famiglie reali che manipolano le guerre e tutti i meccanismi concepiti a far creare e mantenere nei cervelli delle masse un modello mentale basato sull'odio competitivo e quindi sulla separazione.
È quindi molto logico supporre che queste strutture sotterranee sono state concepite per far fronte ad un'altra emergenza ben più mastodontica.
Fonte tratta dal sito .
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sabato 18 giugno 2011
Martin Varsavsky: la connessione 15-M con la fondazione Rockefeller.

Martin Varsavsky è la prima prova tangibile (e sicuramente non sarà l’ultima) che collega molto strettamente il movimento 15-M con la famiglia più potente e criminale che il mondo abbia conosciuto: il clan Rockefeller (ci stavano impiegando un po’ ad apparire!)
Questo miliardario argentino di origine ebraica e formato accademicamente nelle università più prestigiose degli USA, chiamato Martin Varsavksy, recentemente, e facendo sfoggio di uno spirito filantropico improprio ad una persona che ha accumulato tutta una fortuna colossale lasciandosi guidare dalla più abietta avarizia, ha facilitato agli “accampati” del 15-M in Spagna la possibilità di connettersi gratuitamente a internet, via wifi, ordinando l’installazione dei suoi famosi router (della compagnia Fon, di sua proprietà), in tutti gli accampamenti più importanti del 15-M.
Ma cosa avrà spinto Martin Varsavsky ad un atto tanto generoso, in più tenendo conto che si tratta di un uomo abituato ad agire esclusivamente con la prospettiva dell’interesse e guadagno personale? E’ stato forse contagiato dallo spirito natalizio del racconto di Dickens?
Per comprendere e poter spiegare meglio questo sospetto comportamento filantropico, vediamo chi è Martin Varsavsky, i suoi vincoli con la potente famiglia Rockefeller e gli interessi che questi potrebbero avere nell’estensione di un movimento come quello del 15-M.
Il sostegno di Varsavsky al 15-M non si è limitato solo a prestare il suo aiuto sul terreno informatico ma è stato anche un importante protagonista mediatico dello stesso, sia a livello locale che internazionale, pubblicando articoli in inglese in diversi dei più prestigiosi mass media mondiali nei quali non pone freno agli elogi per esprimere la sua ammirazione verso gli “indignados”.
Questo particolare “indignato” è il fondatore di sette grandi aziende, tra le quali ci sono : ya.com o Jazztel, nel campo delle telecomunicazioni, e Medicorpo Sciences nel campo degli affari farmaceutici. Quest’ultima si dedica allo sviluppo e creazione dei famosi test dell’Aids. Questi test sono stati segnalati in molteplici occasioni, perché non sono mai in grado di riconoscere l’HIV (presunto virus collegato all’AIDS) ma basandosi sulla reazione degli anticorpi di ogni persona sottoposta a test, si decide di etichettarla come HIV positivo o no, indipendentemente dal fatto che sia portatore di alcun virus. Per questo motivo sono molto frequenti i falsi positivi.
Nonostante la poca credibilità, (una persona che ha recentemente avuto un raffreddore può essere positivo), questi test sono stati molto utili al momento di ottenere futuri consumatori a lungo termine (non inferiore al resto della loro vita) di tossici e costosissimi retrovirali come l’AZT. Proprio la famiglia Rockefeller è la maggiore beneficiaria di tutto l’affare montato intorno all’ HIV-AIDS , dall’inizio degli anni ‘80 del secolo scorso, essendo proprietaria e azionista di praticamente tutta l’industria che vi ruota intorno (studi, test, produzione di retro virali….)
Ma al di là di questa coincidenza di interessi economici nel macro-business dell’AIDS, dove più chiaramente si può vedere il legame tra Varsavsky e i Rockefeller, è in varie delle “fondazioni” dove entrambi partecipano, agendo come presidente o membro del consiglio di amministrazione, il primo come patrocinante, i secondi, potendo apprezzare il rapporto di impiegato-datore di lavoro.
Da una parte abbiamo la Safe Democracy Foundation, nella quale già s’ incoraggiava una rivoluzione nell’UE tipo quella del 15-M prima che questa apparisse , fondazione della quale Varsavsky è presidente, e la Fondazione Rockefeller abituale collaboratrice . Qualcosa di simile avviene con la Clinton Foundation (grande propagandista dell’affare HIV-AIDS) e One Voice (piattaforma sionista) della quale il nostro protagonista è membro del consiglio amministrativo e la Fondazione Rockefeller (insieme alla Fondazione Soros, tra le altre) è patrocinante.
Una volta visto che uno dei più importanti sostenitori del 15-M è un uomo strettamente legato ad una delle famiglie più potenti del mondo, vediamo gli interessi che questi potrebbero avere in un movimento, apparentemente contestatore, come il 15-M o quello degli indignati.
Durante tutta la sua vita, la famiglia Rockefeller (in alleanza con altri uomini delle grandi finanze come i Rothschild, Morgan e Ford) ha avuto un piano nella mente: il controllo totale delle risorse del pianeta (energia, alimenti e anche umane), e per ottenerlo considerava come necessaria l’apparizione di un governo mondiale unico, capace di legiferare in modo globale e totalitario, violando la sovranità e le aspirazioni dei differenti popoli, a proprio beneficio (privatizzazione dei servizi pubblici). In tal senso hanno dato impulso alla creazione d’ istituzioni come l’ONU, il FMI, o la BM. Un esempio recente è la guerra contro la Libia, approvata e sostenuta dall’ONU, e di cui uno degli obiettivi è quello di mettere a completa disposizione delle multinazionali petrolifere occidentali le risorse energetiche di tale paese.
Per realizzare questo sogno totalitario di centralizzazione assoluta del potere mondiale e ottenere una completa sottomissione dei popoli agli interessi privati di un gruppo di oligarchi, è necessaria la disarticolazione dei vecchi Stati-nazione. Con quest’obiettivo sono state spinte le cosiddette rivoluzioni colorate nello spazio post-sovietico; con quell’obiettivo sono state spinte e si spingono le rivolte degli indignati (ricordiamo le prossime convocazioni a livello mondiale, 19-06 e 15-10-2011, annunciate come #worldrevolution). I diversi Stati-nazione (chi più e chi meno) sono l’ultimo (o penultimo) ostacolo tra gli interessi dei grandi gruppi finanziari e il controllo totale ed assoluto, da parte di questi, delle risorse del pianeta, da qui il tanto ardente desiderio della loro sparizione.
Con tutto questo non voglio dire che i vecchi Stato-nazione supponevano qualche tipo di beneficio per il genere umano, dato che non erano altro che un metodo per sottomettere la stragrande maggioranza della società agli interessi di una minoranza dominante; in altre parole, si trattava di un primo passo necessario per mettere le radici dell’attuale sistema schiavista.
Quello che voglio dire è che con questa nuova centralizzazione totalitaria del potere, camuffata sotto una falsa apparenza di rispondere ad una serie di domande popolari (sotto le quali si nascondo perversi messaggi subliminali: “non vogliamo abolire l’attuale sistema di schiavitù stipendiata, vogliamo solo migliorare le nostre condizioni di schiavi” o “il pubblico non funziona quindi c’è bisogno di un cambiamento”) realizzate da un movimento più mediatico che reale (15-M, indignati) si propone di dare un giro di vite in più alla condizione di sfruttati (schiavi stipendiati) che patisce la stragrande maggioranza del genere umano.
Vale a dire, l’oligarchia mondiale, il cui esponente è il clan Rockefeller (in alleanza con altri clan come i Rothschild, Morgan o Ford) cerca di rafforzare le nostre catene, concentrando ancora di più i centri del potere (governo mondiale) per rendere più vulnerabile la sovranità popolare, in favore degli interessi privati. Qualcosa che si pretende di fornire come una risposta alle richieste popolari, dato che in un altro modo non sarebbe accettato dalla maggior parte della popolazione. Da qui l’interesse di promuovere movimenti mediatici e spettacolari, apparentemente popolari, usando i loro più fedeli cortigiani (Enrico Dans, Punset, Mayor Zarazoga, o lo stesso Martin Varsavsky) che sotto l’apparenza di chiedere migliorie sociali, cercano solo la distruzione dell’ordine attuale e l’implementazione di uno nuovo, più favorevole agli interessi degli oligarchi.
Una volta ottenute le riforme desiderate, e dopo un periodo di governance mondiale totalitaria, probabilmente, il seguente passo sarà la distruzione di questo stesso governo mondiale, con lo scopo di eliminare tutto quello che potrebbe implicare un minimo ostacolo tra schiavisti e schiavi. Il fine perseguito è di lasciare la specie umana totalmente alla mercè dei capricci di un pugno di autentici psicopatici.
Benvenuti alla Rockefeller Revolution! Prossimamente ritrasmessa sui vostri schermi.
Se vuoi sapere un po’ meglio verso dove punteranno prossimamente vi raccomando di leggere tra le righe dell’articolo dove Rockefeller Boy Varsavasky davano il loro sostegno al 15-M (10). Le loro ricette, come non poteva essere altrimenti, sono: centralizzazione del potere, competitività e sparizione del settore pubblico.
Fonte tratta dal sito .
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venerdì 17 giugno 2011
IL MONDO PUÒ DARE DA MANGIARE A 10 MILIARDI DI PERSONE?
Ci sono comunque dei progetti in corso per nutrire il mondo. Uno dei paesi al quale gli esperti dello sviluppo del pianeta si sono rivolti come banco di prova è il Malawi. Senza sbocco sul mare e un po’ più piccolo della Pennsylvania, il Malawi è regolarmente tra i posti più poveri al mondo. Le cifre più recenti mostrano che il 90 per cento dei suoi 15 milioni di abitanti vive con l’equivalente di meno di due dollari al giorno. Entro la fine del secolo si stima che la popolazione sarà di 132 milioni di persone. Oggi circa 40 per cento dei malawiani vive al di sotto della soglia di povertà stabilita per questo paese e una parte della ragione di questa povertà cronica sta nel fatto che più del 70 per cento dei malawiani vive in zone rurali. In queste aree si dipende dall’agricoltura e quasi ogni contadino coltiva il mais. “Chimanga ndi moyo” (“il mais è vita”) dicono i locali, ma coltivare mais rende così poco che poche persone possono permettersi di mangiare qualsiasi altra cosa.
Se si arriva in Malawi di marzo, appena dopo la stagione delle piogge, coltivare sembra un gioco da ragazzi. È difficile trovare un pezzo di terra rossa che non sia un lussureggiante rigoglìo di verde. Dal bordo della strada si può vedere il mais pronto a maturare insieme alle zucche e ai fagioli piantati alla base dei robusti steli. Anche le piantagioni di tabacco stanno andando bene quest’anno. Ma c’è qualcosa che non va in questo apparente paradiso . I suoli ondeggianti del Malawi sono il campo di battaglia dove tre diverse visioni del futuro dell’agricoltura mondiale sono schierate una di fronte alle altre.
L'idea di sviluppo più degna di essere presa in considerazione per il Malawi vede gli agricoltori come dei sopravvissuti a un sistema di vita fin dall’inizio destinato al fallimento e che devono essere assistiti da questo momento in poi. L’economista di Oxford, Paul Collier, è il testimonial di questa concezione “modernista”, che ha illustrato in un pungente articolo di Foreign Affairs del novembre 2008 in cui ha bacchettato i “romantici” che agognano l’agricoltura contadina. Osservando che i salari nelle città sono più alti che nella campagna e che ogni grande paese industrializzato è in grado di alimentarsi anche senza gli agricoltori, Collier argomentò le virtù della grande agricoltura. Fece anche appello all’Unione Europea per sostenere le colture geneticamente modificate e agli Stati Uniti per soffocare le sovvenzioni interne ai biocombustibili. Per un terzo aveva ragione: le sovvenzioni per i biocombustibili sono assurde, anche perché fanno aumentare i prezzi del cibo, dirottando i cereali dalla ciotole dei più poveri ai serbatoi dei più ricchi, con vantaggi ambientali limitati nella migliore delle ipotesi.
Il disprezzo di Collier per i contadini sembra comunque basarsi su qualcosa diverso dai fatti. Anche se l’industria agroalimentare internazionale ha generato grandi profitti dai tempi della Compagnia delle Indie Orientali, non ha mai portato ricchezza agli agricoltori o ai braccianti agricoli che sono sempre le persone più povere della società. In effetti, la grande agricoltura si chiama così a ragione: lavora con evidente vantaggio sulle piantagioni di larga scala e con interventi che vedono i piccoli agricoltori come un ostacolo.
Quindi, se si vuole rendere più ricche le persone più povere al mondo, è meglio investire nelle loro fattorie e nei luoghi di lavoro invece di mandarli a vivere nelle città. Nel Rapporto sullo Sviluppo Mondiale del 2008, la Banca Mondiale rilevò che, effettivamente, gli investimenti per i contadini erano uno dei sistemi più efficienti ed efficaci per portare la gente fuori da uno stato di povertà e di fame. È stata una confessione scomoda, proprio perché la Banca Mondiale ha per lungo tempo pubblicizzato il modello di sviluppo agricolo di Collier. Le organizzazioni di agricoltori, dal Malawi all’India al Brasile, hanno fatto notare che l’accesso a terra, all'acqua, alla tecnologia sostenibile, all'istruzione, ai mercati, agli investimenti statali nello sviluppo e, soprattutto, l’accesso a un confronto a un pari livello nei mercati interni e internazionali sarebbe di grande aiuto. Ma ci sono voluti tre decenni di becera politica per far sì che si sarebbe dovuto occupare di sviluppo si accorgesse di questo. E ancora non ci sono arrivati del tutto.
A causa della sua eredità coloniale, il Malawi ha dovuto seguire per lungo tempo una dottrina economica convenzionale: esportare beni che dessero al paese un vantaggio comparato (nel caso del Malawi con il tabacco) e usare i fondi per acquistare sul mercato internazionale beni da cui poteva trarre alcun vantaggio. Ma quando il prezzo del tabacco scende, come avvenuto di recente, c’è meno valuta estera con cui avventurarsi nei mercati internazionali. E non avendo sbocco sul mare il Malawi deve anche far fronte a prezzi più alti per i cereali rispetto ai suoi quattro vicini, Zimbabwe, Mozambico, Zambia e Tanzania, semplicemente perché raggiungere il paese ha un costo di trasporto maggiore. Secondo una stima, il costo marginale per importare una tonnellata di aiuti alimentari in mais è di 400 dollari contro i 200 necessari per importarli commercialmente e contro solo 50 per produrli internamente utilizzando i fertilizzanti. In particolar modo in un periodo in cui si prevede un aumento dei prezzi del cibo e dei fertilizzanti, il Malawi si comporta saggiamente nel considerarsi così vulnerabile ai capricci dei mercati internazionali.
Questo spiega in parte perché, alla fine degli anni novanta e quasi un decennio prima che diventasse di moda, il Malawi rifiutò il consiglio dei suoi donatori internazionali e decise di spendere la maggior parte del suo bilancio per l’agricoltura in fertilizzanti, il primo e forse più necessario ingrediente per preparare la terra a produrre raccolti redditizi. Il governo offrì agli agricoltori un “pacchetto iniziale” con fagioli, semi arricchiti e fertilizzanti necessari per la coltivazione di circa un decimo di un ettaro. I donatori internazionali non furono contenti. Un funzionario dell’USAID (l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) denigrò il programma come un modo di relegare gli agricoltori in una “routine di povertà” in cui sarebbero riusciti a coltivare una quantità di mais sufficiente per sopravvivere, ma mai abbastanza per arricchirsi. Nonostante il fatto che il programma ebbe uno scarso successo, decollò quando il presidente malawiano Bingu wa Mutharika propose il programma anche per la stagione di coltivazione 2005/2006, quadruplicando la quantità di fertilizzante disponibile. Anche se dovuto solamente alle promesse elettorali, il suo tempismo internazionale fu perfetto: aveva fatto sua una politica il cui tempo era giunto a maturazione. Questo è il motivo per cui quello che oggi succede nei campi del Malawi ha così tanta importanza anche al di fuori dei propri confini.
Per capirne il perché c’è bisogno di una breve storia delle politiche agricole nei paesi in via di sviluppo. Molti di questi paesi furono considerati, specialmente prima della seconda guerra mondiale, delle dispense che i colonizzatori potevano svaligiare. Dopo l’indipendenza le zone rurali spesso diventarono contribuenti netti (ndr: che pagano più imposte di quante non ne ricevano in cambio di servizi o altro) per il fisco, ma c’era una qualche garanzia di stabilità, grazie ai governi che acquistavano i raccolti a prezzi garantiti. A livello internazionale, specialmente in Asia, il periodo postbellico fu caratterizzato dalla difficoltà dei governi nel nutrire una popolazione insofferente, che si chiedeva con sempre più insistenza se la loro sorte non sarebbe potuta migliorare con il socialismo e con un cambiamento nelle proprietà terriere. Per combattere la guerra fredda all'estero, il governo degli Stati Uniti e le principali lobby investirono fortemente nelle tecnologie agricole, nei semi arricchiti e nei fertilizzanti. Queste tecnologie furono progettate per mantenere il possesso della terra nelle mani dei proprietari feudali, con il risultato di avere cibo in abbondanza e i comunisti sotto controllo. Nel 1968 William Gaud, amministratore dell’USAID, la soprannominò una Rivoluzione Verde perché era stata pianificata per evitarne una rossa.
Per una serie di motivi geopolitici la Rivoluzione Verde fu messa in atto con meno fervore e successo in Africa rispetto all’Asia. L’International Fertilizer Development Center (centro internazionale per lo sviluppo dei fertilizzanti) osservò nel 2006 che una quantità di nutrienti del suolo pari a 4 miliardi di dollari era stata prelevata dal terreno dagli agricoltori africani che, nel tentativo di far quadrare i conti, non reintegravano l’azoto, il potassio e il fosforo nel suolo.
La ricetta per il declino della qualità del terreno non fu ricercata nell’occuparsi delle cause della sofferenza ambientale (una trascuratezza sistematica fin dagli anni '80, ammessa anche dalla Banca Mondiale in un’inchiesta interna), ma cercando di ripristinare il terreno con la tecnologia. Così nel 2006 la Rockefeller Foundation (lo sponsor originale della Rivoluzione Verde in Asia) si unì alla Gates Foundation per lanciare l’Alleanza per la Rivoluzione Verde in Africa (Alliance for a Green Revolution in Africa) o AGRA. Questo è il secondo nuovo e coraggioso tentativo di politica di sviluppo che spera di nutrire l’Africa.
L’AGRA sostiene di aver imparato la lezione della storia, rifiutando il punto di vista di Collier e concentrandosi sulle politiche che “a differenza della Rivoluzione Verde in America Latina che avvantaggiò maggiormente i grandi agricoltori che avevano accesso all’irrigazione ed erano quindi in una posizione che permetteva loro di usare le varietà migliorate […] (sono) appositamente mirate per superare le sfide che i piccoli agricoltori devono affrontare.”
Ha quindi funzionato in Malawi? Dipende dall’obiettivo. Se lo scopo è aumentare la produttività allora sì. Sebbene l’economista e direttore dell’Earth Institute, Jeffrey Sachs, abbia recentemente contestato i dati, suggerendo che la produzione è raddoppiata a causa delle sovvenzioni sui fertilizzanti (è solo aumentata di 300.000 – 400.000 tonnellate o fino al 15 per cento, essendo il resto dovuto principalmente al ritorno delle piogge), la quantità di mais in Malawi è senza dubbio cresciuta.
Tuttavia, come sanno le 50 milioni di persone che soffrono di un’alimentazione in sufficiente negli Stati Uniti, avere abbastanza cibo nel paese non significa necessariamente che tutta la gente abbia da mangiare. E il Malawi ha ancora una gran parte di bambini che ha gli occhi vitrei ed è sottopeso. I bambini affamati in modo cronico hanno una statura inferiore alla media della propria età e il numero di bambino malnutriti in questi modo (“rachitici” è il termine che appare nelle statistiche) è rimasto ostinatamente alto sin da quando sono cominciate le sovvenzioni.
Il fatto di misurare l’aumento dei raccolti di mais grazie ai fertilizzanti e ai “pacchetti iniziali” non si traduce necessariamente in una società ben alimentata ed economicamente produttiva per quanto concerne l’agricoltura. Rachel Bezner Kerr, professoressa di geografia alla University of Western Ontario e che lavora anche in Malawi come coordinatrice di progetti per il Soils, Food and Healthy Communities Project, non è meravigliata: “Qualsiasi nutrizionista si farebbe beffe della nozione secondo la quale un aumento del raccolto porta a un aumento dell’alimentazione.”
Bezner Kerr mi riferì che avere una maggiore quantità di cereali nei campi e maggiori raccolti può effettivamente essere negativo in quanto “porta le donne fuori casa lontano dai lavori domestici. In particolar modo se si stanno nutrendo dei neonati ciò può dare cattivi risultati nutritivi.” Quello che succede nell’ambiente domestico è cruciale per tradurre una maggiore produzione in una migliore alimentazione.
Effettivamente il genere ha un’importanza fondamentale quando si parla di cibo e agricoltura. Il 60 per cento delle persone malnutrite al mondo sono donne o ragazze. Tuttavia la FAO (l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura dell’ONU) ha recentemente sottolineato che, aumentando l’accesso alle stesse risorse che hanno gli uomini, le donne potrebbero far crescere la produzione delle loro fattorie di più del 30 per cento portando a un 4 per cento di aumento nella produzione totale agricola nei paesi in via di sviluppo. In Malawi il 90 per cento delle donne lavora a tempo parziale e sono pagate circa il 30 per cento in meno rispetto agli uomini per lavori analoghi. Le donne sono anche gravate da compiti di assistenza, specialmente in un paese devastato dall’HIV/AIDS. Anche nel caso abbiano il possesso della terra e accesso alle stesse risorse degli uomini, le donne si trovano stritolate dal bisogno di cure per i bambini e per gli anziani, dal cucinare, dal dover portare l’acqua, trovare legna da ardere, seminare, ripulire i campi e mieterli.
Si affronta meglio questo tipo di problemi con lo sviluppo sociale, sostenuto da programmi come il Soils, Food and Healthy Communities Project, che con l'utilizzo della chimica. Ma questi sono proprio il tipo di programmi a cui vengono destinate per gran parte le sovvenzioni per i fertilizzanti. Il programma per i fertilizzanti è stato come un bambino geloso che ha tenuto per sé le risorse che si potevano destinare ad altri programmi. Il costo opportunità (1) dei fertilizzanti per gli agricoltori è denaro che si sarebbe potuto spendere per qualcos’altro, una seria preoccupazione quando i prezzi mondiali dei fertilizzanti stanno aumentando a dismisura. Una ricerca della Banca Mondiale in America Latina e nel sud-est asiatico ha suggerito che è più intelligente che i governi sovvenzionino beni pubblici come la ricerca agricola e i servizi di assistenza e l’irrigazione piuttosto che indirizzare denaro a contributi privati come nel caso dei fertilizzanti.
E questo ha importanza anche oltre i confini del Malawi, particolarmente nell’Africa sub-sahariana. Si prevede che la crescita della popolazione mondiale sarà guidata da “paesi ad alto tasso di fertilità”, la maggior parte dei quali si trovano in Africa. Il Relatore Speciale dell’ONU sul Diritto all’Alimentazione, Olivier de Schutter, ha recentemente sostenuto che il mondo potrebbe essere meglio nutrito non pompando nel suolo le sostanze chimiche ma con l'utilizzo di tecniche “agro-ecologiche” d’avanguardia per ripristinare la fertilità del terreno e per usare politiche che possano raggiungere la sostenibilità ambientale e sociale. In un’analisi di 286 progetti di agricoltura sostenibile in 57 paesi in via di sviluppo che riguardano 91 milioni di acri (2), un gruppo di lavoro, guidato dallo scienziato ambientale britannico Jules Pretty, ha riscontrato aumenti di produzione del 79 per cento, ribadiamo, molto di più di quanto ottenuto con le sovvenzioni sui fertilizzanti in Malawi e con una gamma molto più ampia di benefici ecologici e sociali rispetto al solo aumento della produzione alimentare.
Questi programmi in parte riescono perché non considerano la fame come conseguenza del numero eccessivo di contadini o di un deficit del suolo, ma come il risultato di complesse cause ambientali, sociali e politiche. Non c’è bisogno solo della chimica per risolvere la fame, c’è bisogno di sociologi, biologi del suolo, agronomi, etnografi e perfino di economisti. Pagare per le loro capacità è il costo opportunità di spendere dollari preziosi in fertilizzanti importati. Certamente l’agro-ecologia è un modello completamente diverso da rispetto a quello in cui i laboratori stranieri scaricano la tecnologia con un manuale di istruzioni sulle spalle di qualcuno. I programmi richiedono molta più educazione partecipativa e molti più investimenti in beni pubblici di quanto il governo malawiano e i donatori sembrino attualmente inclini a fornire.
L’agro-ecologia è la terza visione di sviluppo in lotta per il futuro. In Malawi funziona. Coltivando fagioli con l’occhio e arachidi con il mais, espandendo quindi la gamma delle colture, i raccolti che derivano dal programma di Bezner Kerr hanno battuto quelli del programma dei fertilizzanti del 10 per cento e hanno aumentato anche i risultati dell’alimentazione. Ma anche l’agro-ecologia ha i sui limiti. Il 15 per cento dei malawiani rimane poverissimo e vive con meno di un dollaro al giorno e non è in grado di comprarsi abbastanza cibo. Sono persone persone senza proprietà fondiaria o che hanno terreni di scarsa qualità e che devono quindi vendere la propria manodopera nel periodo della mietitura proprio quando avrebbero bisogno per sé. Rimangono esclusi dal miracolo del Malawi.
Il futuro non ha un aspetto molto promettente per l’agro-ecologia. Preoccupato della sostenibilità finanziaria del programma di sovvenzioni per i fertilizzanti, il governo del Malawi si sta per imbarcare in un progetto di Green Belt (3), in cui migliaia di ettari saranno irrigati per stimolare gli investitori stranieri a cominciare progetti di coltivazione su larga scala di canna da zucchero e di altre colture da esportazione. Si spera che la valuta estera portata da questo programma riesca a finanziare la spesa per i fertilizzanti. Il risultato aiuterà a equilibrare il bilancio del paese ma, come conseguenza, si prevede che migliaia di piccoli proprietari terrieri verranno sfollati per liberare i terreni che attireranno il tipo di agricoltura su larga scala che Collier tanto apprezza.
In particolar modo, alla luce delle nuove proiezioni sulla crescita della popolazione per il XXI secolo, sembra assurdo attenersi alle politiche agricole del XX secolo. Bisogna ricordarsi che gli interventi agro-ecologici in Malawi hanno dato una svolta alla responsabilizzazione delle donne. Il premio Nobel Amartya Sen ha sostenuto che ci sono poche politiche più adatte dell’istruzione, in particolare dell’istruzione di donne e ragazze, per migliorare le vite individuali, familiari e comunitarie (e per abbassare i tassi di natalità). Le profezie che i demografi hanno presentato variano di parecchio, e cambiando le ipotesi si ha come risultato un mondo che oscilla tra gli 8 e i 15 miliardi di persone. Qualsiasi cosa ci riservi il futuro, è comunque chiaro che un mondo nel quale ognuno abbia da mangiare dipende dalla responsabilizzazione delle donne. E l’agro-ecologia, più che considerare questo fatto come qualcosa di irrilevante per l’alimentazione mondiale, lo mette giustamente al centro della questione.
Gran parte della vecchia agricoltura è stata progettata per bombardare economicamente i villaggi allo scopo di poterli salvare o come soluzione tecnologica per rimandare l’uso della pratica politica. Collier vuole sbarazzarsi dei contadini. Le nuove mode vogliono tenerli, ma tenendoli immersi nella chimica fino al collo. Tuttavia, se vogliamo essere seri trattando di nutrire gli affamati, che sia in Malawi o dovunque, dobbiamo riconoscere che la maggior parte degli affamati è costituita da donne e che abbiamo bisogno di una maggiore spesa pubblica, e non privata, destinata a chi è meno in grado di gestire le risorse agricole. Perché quando si tratta di far crescere gli alimenti quelli che coltivano la terra sono tutto tranne che stupidi.
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giovedì 16 giugno 2011
Bilderberg 2011: alcuni partecipanti incontrano i dimostranti
I partecipanti al Bilderberg raramente si avventurano all'esterno del territorio dell'hotel: ecco perchè questo video rappresenta uno “sviluppo” o comunque un evento “shock”: molto fuori dalla “loro” prassi (almeno ad ora avuta).
- Peter Mandelson, Eric Schmidt, Peer Steinbrück, Franco Bernabé, Jacob Wallenberg e Thomas Enders.
In una delle scene un dimostrante spiega la conversazione avuta con uno del gruppo che arrogantemente gli dice che “il Bilderberg” è impegnato a definire la “propria agenda” e che i dimostranti non dovrebbero scocciarli.
Thomas Enders, membro del “Gruppo” dice ad un dimostrante: “non preoccuparti” quando questi si lamenta della “Fondazione” antidemocratica del Bilderberg.
Fonte tratta dal sito .
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mercoledì 15 giugno 2011
In Pakistan pioggia di missili con sostanze nocive dai droni della Cia
Negli ultimi giorni il Pakistan ha subito i più violenti bombardamenti aerei americani dall'inizio dell'anno. Tra lunedì e mercoledì, i droni della Cia hanno sganciato decine di missili sulla regione tribale del Waziristan, uccidendo oltre quaranta persone, talebani ma anche civili, e ferendone altre decine.
Fonti sanitarie pachistane hanno denunciato ieri che i civili feriti negli ultimi raid Usa, ricoverati negli ospedali di Peshawar e delle altre città del nordovest, accusano “gravi problemi alle vie respiratorie, alla pelle e agli occhi” che indicherebbero l'uso di “sostanze nocive” negli ordigni sganciati dai droni.
Quelli descritti dai medici pachistani, potrebbero essere gli effetti delle versioni potenziate dei missili aria-terra Agm-114 Hellfire II, in particolare quella con testata penetrante rinforzata con uranio impoverito e quella termobarica con testata arricchita da polvere d'alluminio.
L'intensificarsi della campagna aerea della Cia, oltre alla salute dei pachistani, sta danneggiando anche le relazioni diplomatiche tra Islamabad e Washington. I vertici politici e militari pachistani fanno sempre più fatica a ignorare il crescente malcontento popolare verso questi attacchi e il sempre più diffuso sentimento anti-americano.
Questo clima di ostilità montante è chiaramente avvertito dai diplomatici americani di stanza a Islamabad, preoccupati per gli effetti a lungo termine della linea dura di Washington. “Lo scontento dei pachistani è legittimo'', ha dichiarato un diplomatico Usa al Wall Street Journal. ''Sottovalutando l'importanza dell'opinione pubblica pachistana, rischiamo di trasformare i nostri naturali alleati in nostri avversari”.
L'ambasciatore americano in Pakistan, Cameron Munter, sostenuto dal dipartimento di Stato americano, ha espressamente chiesto all'amministrazione Obama di frenare i bombardamenti della Cia. Una richiesta che la scorsa settimana è stata discussa dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale, e respinta per la ferma opposizione del direttore uscente della Cia e futuro capo del Pentagono, Leon Panetta.
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martedì 14 giugno 2011
Fukushima: in corso meltdown totale al reattore 1
Picchi di radiazioni al reattore 1 dell’impianto di Fukushima sono saliti a 261 milioni di microsieverts all’ora, ad un livello tale che con 10 minuti di esposizione si ha un tasso di mortalità del 100%, non siamo distanti dai livelli del reattore di Chernobyl.
Lucas Whitefield Hixson ci offre una interpretazione delle più recenti misurazioni rilevate al reattore n 1 di Fukushima, che arrivano fino a 261 Sieverts/ora.
I livelli di radiazioni nel reattore 1 sono saliti ad un nuovo massimo di 261 Sv / hr. Questo è segno di una criticità abbastanza importante nel reattore. Il corium ha fatto breccia nel contenimento del nocciolo e sta rilasciando radiazioni senza che la TEPCO riconosca le implicazioni di questa costante criticità. Il livello di pressione in uno dei reattori è scesa a livelli atmosferici, indicando una falla nel contenimento.
L’aumento dei livelli di radiazioni indicano anche che gli sforzi per controllare il carburante all’interno del reattore stanno diventando ingestibili. Le radiazioni vengono emanate dal reattore, e i livelli registrati attorno al reattore numero 1 stanno aumentando invece di diminuire gradualmente, un altro indicatore delle criticità in corso.
Chiaramente questo significa che sta avvenendo un processo di meltdown all’interno del reattore. Infatti nei 3 mesi dal disastro le radiazioni registrate nei pressi del reattore 1 erano molto basse rispetto a quelle misurate in prossimità del nocciolo del reattore di Chernobyl. Il reattore 1 è quindi in procinto di rilasciare gli stessi livelli (se non superiori) a quelli di Chernobyl. Questo è solo l’inizio perché il Giappone ha confermato il meltdown in altri 2 reattori (e il quarto è in grave difficoltà).
Abbiamo più volte sentito che i livelli di radiazioni a Chernobyl furono di 50 Sieverts in 10 minuti per minimizzare l’evento Fukushima. Tuttavia, l’ultimo picco registrato a Fukushima sposta le misurazioni a 43,5 Sievert all’ora.
Fonte tratta dal sito .
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lunedì 13 giugno 2011
Referendum: c'è il quorum e stravincono i sì
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domenica 12 giugno 2011
Bilderberg 2011: l'Economist conferma che il club è una cospirazione mondiale
L’agenda per il sistema centralizzato di controllo globale è pubblica
Si è spesso parlato della spinta verso un sistema centralizzato di controllo del governo mondiale come di una “cospirazione pubblica”. Gruppi come Bilderberg, la Commissione Trilaterale e il Council on Foreign Relations sono i perni di questa agenda, stabiliscono le misure prese dai politici e dai brokers del potere che questi gruppi hanno di fatto comprato.
Un articolo piuttosto eccentrico apparso da poco sull’Economist fa riferimento a questa struttura di potere non come a una teoria della cospirazione, ma semplicemente confermando che “l’élite cosmopolita” si ritrova effettivamente in quei meeting in club esclusivi per forgiare il mondo nel quale la “superclasse” desidera abitare.
Ovviamente, l’Economist è il posto ideale dove ostentare una cospirazione, dato che il suo editore è un abituale frequentatore della conferenza annuale del gruppo Bilderberg, un’ammissione che l’articolo rivendica con orgoglio nei primi paragrafi.
In modo ironico, l’articolo descrive Bilderberg come “una cospirazione del male tesa a dominare il mondo” e poi finisce con l’affermare che sì, il gruppo effettivamente domina gli eventi nel mondo.
È stato responsabile della moneta unica europea, ospita gli affaristi e l’aristocrazia più influente al mondo, così come un piccolo gruppo di giornalisti, in rappresentanza delle più grandi corporazioni mondiali di media, che hanno aderito alle regole della Chatham House, ovvero che non possono rivelare le “grandi idee” ordite dal gruppo.
“Il mondo è un posto complicato, con oceani di informazioni rovesciate dappertutto”. “Dirigere una multinazionale può aiutare a farsi una discreta idea di come vanno le cose. Aiuta anche a trovarsi a stretto contatto con altri globocrati. Quindi l’élite cosmopolita – finanzieri internazionali, burocrati, studiosi e proprietari di istituti di beneficenza – si incontrano regolarmente e discutono. Fanno gruppo nei meeting elitari...Formano dei club”.
I più influenti tra questi club, secondo l’articolo, sono il gruppo Bilderberg,il Council on Foreign Relations, la Commissione Trilaterale, il Carnegie Endowment for International Peace e il Gruppo dei Trenta. Ora stanno abbandonando la loro natura segreta e si rivelano al mondo. “L’accesso al grande party globocratico ora è libero”, sostiene l’articolo.
Il pezzo prosegue fornendo alcuni esempi di alcuni grandi eventi internazionali che sono stati preparati per gli incontri delle élite lungo gli anni, inclusi accordi diplomatici e anche decisioni su importanti guerre.
“Questi meetings sono ‘una parte importante della storia della superclasse’, sostiene l’Economist citando le parole di David Rothkopf, elitarista internazionale e passato consigliere di Kissinger, autore del libro Superclass. La nuova elite globale e il mondo che sta realizzando.
“Quel che offrono in realtà è l’accesso ad ‘alcuni dei leader più sfuggevoli ed isolati’. In questo senso, questi meeting fungono anche da ‘meccanismi informali di potere [globale]”, aggiunge Rothkopf.
Ma non condanniamo l’élite globocratica internazionale, implora l’articolo, sostenendo che la superclasse è stata “sorpresa a sonnecchiare”. E, se da una parte, il pezzo ammette che alcuni banchieri internazionali sono responsabili del saccheggio del sistema, dall’altro tenta di convincere i lettori che di fatto la presenza di una élite internazionale interconnessa ha salvato il mondo dal crollo finanziario, quindi possiamo dormire sonni tranquilli.
Ovviamente, chi segue con attenzione l’attività di questi gruppi di élite può confermare che questi non sono stati presi alla sprovvista ed erano pienamente consapevoli che la crisi era stata meticolosamente veicolata nel 2006. Le relazioni uscite dai meeting di Bilderberg in Canada nel 2006 e in Turchia nel 2007 predicevano il crollo dei mutui globale e il conseguente crollo finanziario di lunga durata. Fin da allora il gruppo ha discusso esattamente di come deve muoversi nel condizionare la situazione economica per estendere il proprio controllo globale e quello della “superclasse” (in tutta onestà, noi non siamo il male).
Un decennio fa chiunque avesse parlato dell’esistenza di Bilderberg, suggerendo la sua immensa responsabilità nella manipolazione degli eventi nel mondo, veniva semplicemente considerato un cospirazionista paranoide. Oggi, con la stessa affermazione, i grandi media stendono i loro articoli.
Fonte tratta dal sito .
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sabato 11 giugno 2011
giovedì 9 giugno 2011
L'Italia del crimine ambientale
1.117 chilometri. Più o meno da Reggio Calabria a Milano. Questa la lunga strada che 82.181 tir carichi di rifiuti potrebbero coprire. Una interminabile autocolonna “immaginata” sommando i quantitativi di rifiuti (2 milioni di tonnellate) sequestrati solo in 12 delle 29 inchieste per traffico illecito di rifiuti messe a segno dalle forze dell’ordine nel corso del 2010. Una strada impressionante eppure ancora sottostimata, perché i quantitativi sequestrati sono disponibili per meno della metà delle inchieste ma anche perché, com’è noto, viene normalmente individuata solo una parte delle merci trafficate illegalmente.
540 campi da calcio, invece, possono rendere l’idea del suolo consumato nel 2010 dall’edilizia abusiva, con 26.500 nuovi immobili stimati. Una vera e propria cittadina illegale, con 18.000 abitazioni costruite ex novo e la cementificazione di circa 540 ettari.
Sono 290 i clan benimpegnati nel business dell’ecomafia censiti nel rapporto, 20 in più rispetto al 2009; 19,3 miliardi di euro invece è il giro d’affari stimato per il solo 2010. Nel complesso, la Campania continua a occupare il primo posto nella classifica dell’illegalità ambientale, con 3.849 illeciti, pari al 12,5% del totale nazionale, 4.053 persone denunciate, 60 arresti e 1.216 sequestri, seguita dalle altre regioni a tradizionale presenza mafiosa: nell’ordine Calabria, Sicilia e Puglia, dove si consuma circa il 45% dei reati ambientali denunciati dalle forze dell’ordine nel 2010. Un dato significativo ma in costante flessione rispetto agli anni precedenti, in virtù della crescita, parallela, dei reati in altre aree geografiche. Si segnala, in particolare, quella nord Occidentale, che si attesta al 12% a causa del forte incremento degli illeciti accertati in Lombardia.
“Come un virus, con diverse modalità di trasmissione e una micidiale capacità di contagio. Questa l’immagine dell’ecomafia che emerge dal rapporto 2001 – ha dichiarato Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio Ambiente e legalità dell’associazione -. Un virus che avvelena l’ambiente, inquina l’economia, mette in pericolo la salute delle persone; che ha un sistema genetico locale e una straordinaria capacità di connessione su scala globale: può nascere, infatti, in provincia di Caserta o di Reggio Calabria e riprodursi a Milano, entrare in simbiosi con altre cellule in altre città europee, saldare il suo Dna con ceppi lontani, fino a Hong Kong. I fenomeni di criminalità ambientale continuano a diffondersi senza incontrare adeguate resistenze, determinando impressionanti sottrazioni di risorse naturali e gravi distorsioni dell’economia, con significativi contraccolpi sulle possibilità di crescita per le imprese virtuose. Eppure, nonostante i ripetuti allarmi, poco o nulla è stato fatto sul versante della prevenzione e degli strumenti indispensabili per prosciugare il “brodo di cultura” del virus eco mafioso, che così continua a diffondersi e moltiplicarsi approfittando di gravi sottovalutazioni, molte complicità e troppi silenzi”.
“Numerose indagini e i rapporti sull’ecomafia finora realizzati dimostrano che il business dell’ecomafia, con la sua capacità pervasiva e la possibilità di occupare stabilmente posti chiave dell’economia, si propaga e si rafforza anche grazie al coinvolgimento dei cosiddetti colletti bianchi (impiegati e quadri in ruoli chiave delle amministrazioni) e alle infiltrazioni nell’imprenditoria legale – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. Fenomeno che si aggrava notevolmente nelle fasi di crisi economica e di scarsità finanziaria e che rende difficoltoso la svolgimento delle indagini e la ricerca delle responsabilità che si perdono in un percorso travagliato tra legalità e malaffare. Per porre rimedio a questa situazione, avevamo atteso con ansia il decreto col quale il governo deve recepire la Direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente, inserendo finalmente i delitti ambientali nel Codice Penale. Purtroppo, ad oggi, lo schema approvato rappresenta una vera e propria ‘occasione mancata’. Si rimane, infatti, nel solco delle fattispecie contravvenzionali, senza riuscire a individuare i delitti, con l’effetto di continuare a fornire alle forze che devono indagare e reprimere armi spuntate: nessuna possibilità di utilizzare le intercettazioni telefoniche e ambientali, impossibilità delle rogatorie internazionali, tempi brevissimi di prescrizione”.
Gli illeciti accertati sono stati 30.824, con un incremento del 7,8% rispetto 2009: più di 84 reati al giorno, 3,5 ogni ora. I reati relativi al ciclo illegale di rifiuti (dalle discariche ai traffici illeciti) e a quello del cemento (dalle cave all’abusivismo edilizio) rappresentano da soli il 41% sul totale, seguiti dai reati contro la fauna, (19%), dagli incendi dolosi (16%), da quelli nella filiera agroalimentare (15%), mentre tutti le altre tipologie di violazioni non superano complessivamente il 6% degli illeciti accertati.
Dietro questi numeri c’è l’impegno, costante, di tutte le forze dell’ordine: il lavoro svolto in generale dal Corpo forestale dello Stato e da quelli delle regioni a statuto speciale, soprattutto per quanto riguarda il ciclo illegale del cemento; l’attività d’indagine sviluppata dal Comando tutela ambiente dell’Arma dei carabinieri in particolare per quanto riguarda i traffici illegali di rifiuti; l’incremento dei reati denunciati dalle Capitanerie di porto, quasi raddoppiati rispetto al 2009; l’azione della Guardia di finanza per i reati economici in campo ambientale; quella in crescita, così come i risultati, dell’Agenzia delle Dogane e in particolare dell’Ufficio antifrode contro i traffici internazionali di rifiuti e di specie protette; l’attenzione crescente della Polizia di Stato e quella diffusa sul territorio delle diverse Polizie provinciali. Attività a cui si deve aggiungere il lavoro svolto, come sempre, dal Comando carabinieri per la tutela del patrimonio culturale e il contributo specifico, che pubblichiamo anche quest’anno, della Direzione investigativa antimafia, impegnata in particolare nell’analisi dei fenomeni d’infiltrazione dei clan nel ciclo dei rifiuti.
Il 2010 è un anno da record per le inchieste sull’unico delitto ambientale, quello contro i professionisti del traffico illecito di veleni (art. 260 Dlgs 152/06): sono state ben 29, con l’arresto di 61 persone e la denuncia di 597 e il coinvolgimento di 76 aziende. Altre 6 inchieste di questo tipo si sono svolte nei primi quattro mesi del 2011, mentre in totale – cioè dalla sua entrata in vigore nel 2002 a oggi – sono salite a quota 183. Il fenomeno si è oramai allargato a tutto il paese, consolidandosi in strutture operative flessibili e modulari, in grado di muovere agevolmente tonnellate di veleni da un punto all’altro dello stivale. I numeri e i dati relativi alle attività d’indagine svolte sui traffici illeciti non esauriscono l’azione di contrasto dei fenomeni di smaltimento illegale. Sempre nel corso del 2010, le forze dell’ordine hanno accertato circa 6.000 illeciti relativi al ciclo dei rifiuti (circa 1 reato ogni 90 minuti). La classifica a livello nazionale è guidata, anche in questo caso, dalle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (nell’ordine Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), ma cresce anche il numero di reati accertati nel Lazio e in Lombardia.
E dove ci sono rifiuti c’è sempre qualcuno che ha la sua ricetta facile di smaltimento, illegale, ovviamente. Da Ascoli Piceno a Montenero di Bisaccia, da Brescia a Reggio Emilia, da Palermo a Cuneo, da Chieri a Teramo, il copione svelato dagli investigatori è sempre lo stesso. Si fanno carte false e si spediscono lungo le rotte illegali, che possono anche essere marine e spingersi fino in Cina. Dai porti di Venezia, Napoli, Gioia Tauro, Genova ma anche Cagliari, dove i carabinieri la scorsa estate hanno scoperto una organizzazione che spediva carichi di rifiuti elettrici ed elettronici (Raee) verso Cina, Malesia, Pakistan, Nigeria, Congo. L’Agenzia delle Dogane ha inoltrato alle autorità competenti più di 100 notizie di reato per traffico internazionale di rifiuti (art. 259 Dlgs 152/06) e sequestrato nei porti italiani ben 11.400 tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, il 54% in più rispetto al 2009.Il 60% di questi diretti in Cina, il 12% in Corea del Sud, il 10% in India, il 4% in Malesia e così via.
Per quanto riguarda il ciclo del cemento, nel 2010 sono stati accertati 6.922 illeciti, con 9.290 persone denunciate, più di una ogni ora. La Calabria è la prima regione come numero d’infrazioni (945) seguita dalla Campania, dove si registra il maggior numero di persone denunciate (1.586) e dal Lazio. Secondo le stime del Cresme, nel 2010 sono stati 26.500 i casi gravi di abusivismo, tra nuove costruzioni (18.000), ampliamenti e cambiamenti di destinazioni d’uso. E, come se non bastasse, si continua a costruire abusivamente e fuori controllo in un territorio ad alto rischio idrogeologico. Sempre la Calabria, regione con il 100% dei comuni interessati da aree a rischio idrogeologico solcata da torrenti e fiumare, nulla ferma l’avanzata del cemento abusivo. Lungo la costa è accertato un abuso ogni 100 metri, 5.210 in tutta la Regione e 2.000 nella sola Provincia di Reggio Calabria. La Campania dal 1950 al 2008 è stata fra le regioni più colpite da eventi franosi, piangendo anche 431 vittime, e da inondazioni con 211 vittime (Fonte: Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche Cnr-Irpi). Ebbene, in un così fragile territorio in soli dieci anni sono state realizzate 60.000 case abusive, 6.000 ogni anno, 16 al giorno.
Anche le frodi alimentari sono state al centro dell’intenso lavoro di tutte le forze dell’ordine, in particolare del Comando Carabinieri per la Tutela della Salute e del Nucleo Agroalimentare e Forestale del Corpo forestale dello Stato. Nel 2010 sono state 4.520 le infrazioni accertate nel settore, 2.557 le denunce e 47 gli arresti; mentre il valore dei sequestri ha raggiunto una cifra che supera i 756 milioni di euro. Il maggior numero di reati è stato riscontrato nel settore delle carni e allevamenti (1.244), della ristorazione (1.095) e dei prodotti alimentari vari. Le strutture chiuse e sequestrate sono state 1.323 con il sequestro di quasi 24 milioni di chili/litri di merci. Secondo la Cia il fatturato si aggira intorno ai 7,5 miliardi di euro.
In questo rapporto viene stimato, dal Comando carabinieri tutela patrimonio culturale, anche il business dell’arte rubata: il valore di opere e reperti recuperati ammonta, solo nel 2010, a più di 216 milioni di euro. In leggera flessione il numero di furti (983, l’anno prima erano stati 1.093), quasi 3 al giorno, ma cresce in maniera esponenziale il numero di oggetti trafugati: 20.320 lo scorso anno, erano 13.219 nel 2009. Nel totale ci sono state 1.237 persone indagate e 52 arresti. Da segnalare anche i furti nel settore dei libri, documenti antichi e beni archivistici di rilevante interesse storico-culturale, a danno di istituti, enti e biblioteche pubbliche e private dove spesso gli ammanchi sono ignorati a causa della incompleta catalogazione dei testi, della estrema facilità di trasporto e parcellizzazione dei beni sottratti. Nel 2010 il numero di documenti e libri denunciati come sottratti è stato nettamente superiore a quello registrato nel 2009 (11.712 a fronte di 3.713). Da sottolineare gli ottimi risultati investigativi in fatto di recupero di oggetti d’arte: nel 2010 la cifra sale a quota 84.869, dei quali 79.260 provenienti direttamente da furti.
Sempre nell’ultimo anno le forze dell’ordine hanno accertato 5.835 reati commessi contro la fauna, quasi 16 al giorno: +13,2% rispetto al 2009 per un business che ogni anno si aggira intorno ai 3 miliardi di euro ed è sempre più globalizzato. Secondo il Corpo Forestale dello Stato, la stragrande maggioranza degli accertamenti, oltre 39.000, è avvenuta in ambito doganale a causa dell’espansione globale dei mercati orientali (a partire da quello cinese) con un volume d’affari di specie animali e vegetali e di prodotti lavorati che supera ormai, a livello mondiale, i 100 miliardi di euro all’anno.
A concludere affari con l’ecomafia è spesso un vero e proprio esercito di colletti bianchi e imprenditori collusi. Ampia disponibilità di denaro liquido da una parte, competenze professionali e società di copertura dall’altra hanno trovato nel business ambientale una perfetta quadratura. I ‘Sistemi criminali’ (dalla definizione del magistrato Roberto Scarpinato) sono la sintesi migliore per capire l’ecomafia di oggi. I ‘Sistemi criminali’, sono network illegali complessi dei quali fanno parte soggetti appartenenti a mondi diversi: politici, imprenditori, professionisti, mafiosi tradizionali. Il ‘sistema nervoso’ che mette in comunicazione tra loro tutti i soggetti è costituito dai cosiddetti colletti bianchi, persone con un curriculum di rispettabilità, sociale ed economica. Senza il loro concorso, molti affari illegali non si potrebbero neppure immaginare. È in questo ‘Sistema’ che il virus si modifica, cambia strategia di diffusione, cerca di diventare invisibile agli anticorpi.
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mercoledì 8 giugno 2011
REFERENDUM: QUATTRO SI’, E VI SPIEGO PERCHE’
È presto detto: due sono per l’acqua, bene pubblico e vitale — perché non mi piace l’idea che qualcuno voglia seriamente lucrare sopra sor Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. In buona sostanza, il punto centrale dei referendum sull’acqua è l’interrogativo su quale sia la gestione migliore delle risorse idriche — pubblica o privata? — fermo restando il mantenimento per l’acqua dello status di “bene comune”, ovvero la sua reale accessibilità da parte di tutti. Ciò che, in una dinamica di concorrenza delle imprese, potrebbe non verificarsi.Personalmente, di fronte allo spettacolo desolante di quello che potrei definire mercantilismo familista (definizione che, essendo tutta mia ed estemporanea, è suscettibile di ogni e qualsivoglia discussione in merito), mi ritrovo a pensare che vorrei “più Stato nell’economia” — esattamente il contrario di quello che dice Emma Marcegaglia, la quale invece vuole “meno Stato e più mercato”. So benissimo che statalizzazione comporta burocratizzazione; ma so anche meglio che l’andamento della nostra società segue sempre più lo schema della tetrade di McLuhan [niente link, perché gli unici validi in rete sono in inglese e non tutti sono anglofoni; un giro in biblioteca è meglio] , e finché non irromperà il divino Caos a salvarci non vedo molte vie d’uscita — o di fuga.
Quanto agli altri due, il discorso è un po’ più lungo ma ugualmente semplice.
Nucleare. A dirla tutta, non sono completamente contraria all’utilizzo dell’energia nucleare. Anzi, sull’argomento riesco perfino a mettere da parte le convinzioni metafisiche (e forse anche etiche, hai visto mai?) sulla necessità, che definisco sacrale, di mantenere intatto il mistero intorno a ciò che sta alla radice ultima della materia.
Non riesco invece, perché la memoria fa strani scherzi, a dimenticare — per esempio — che nella notte del 10 ottobre 1963 il paese di Longarone fu letteralmente spazzato via dal crollo della diga del Vajont. Perché quel «capolavoro perfino dal lato estetico» (come ebbe a scrivere un po’ avventatamente Dino Buzzati all’indomani della sciagura) che fu la diga era stato costruito sulla sabbia metaforica della fretta, dell’approssimazione e della corruzione. E non parlo degli anni Sessanta, del boom, dell’entusiasmo del dopoguerra o dei guadagni facili della ditta SADE (ha detto tutto e come meglio non si potrebbe Marco Paolini): parlo di qualcosa che risale agli anni Quaranta, in piena seconda guerra mondiale. Ma facciamo il classico passo indietro, e precisamente fino al 1928: è di quest’anno, infatti, la prima relazione del geologo Giorgio Dal Piaz per l’individuazione della zona in cui costruire un bacino artificiale, attraverso l’edificazione di una diga destinata ad essere progettata dall’ingegner Carlo Semenza per conto della SADE — la Società Adriatica di Elettricità di proprietà di Giuseppe Volpi (che, per dubbi meriti acquisiti durante il regime fascista, diventerà conte di Misurata). Scopo dell’opera, la produzione di energia elettrica utile alla comunità nazionale; luogo prescelto, la valle del torrente Vajont. La relazione però non soddisfa, e il progetto resta dormire fino al 22 giugno 1940, quando con scarso tempismo il conte Volpi di Misurata (diventato nel frattempo presidente della Confederazione fascista degli industriali) chiede al ministero dei Lavori Pubblici, per conto della SADE, “di utilizzare i deflussi del Piave, degli affluenti Boite, Vajont e altri minori per scopi idroelettrici”. La richiesta prevede, fra l’altro, “l’utilizzazione dei deflussi regolati da un serbatoio della capacità di 50 milioni di metri cubi, creato mediante la costruzione, nel Vajont, di una diga alta 200 metri sottendente un bacino imbrifero di 52 chilometri quadrati”. Ma l’Italia è in guerra da meno di due settimane, e anche se la propaganda suggerisce che si tratterà di un Blitzkrieg nessuno se la sente di pensare alle grandi opere. Volpi di Misurata non demorde: attende paziente il momento opportuno per tornare alla carica, e lo fa il 15 ottobre 1943, quando si riunisce la quarta sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici con sole 13 presenze su 34 — l’estate è stata caldissima: prima il 25 luglio, poi l’8 settembre. Nel caos politico e amministrativo che sta travolgendo l’Italia la SADE cioè Volpi ottiene l’approvazione del progetto del Vajont: manca il numero legale richiesto per legge, e il progetto della diga del Vajont viene varato in virtù di una decisione illegale. Questo peccato originale verrà in qualche modo redento il 21 marzo 1948, con una sanatoria firmata dal Presidente della repubblica Luigi Einaudi. Il resto della vicenda è, più che cronaca, storia.
Del pari, nemmeno riesco a dimenticare che alcuni anni fa il giudice Luca Tescaroli (nel suo Perché fu ucciso Giovanni Falcone, Rubbettino Editore 2001) scriveva testualmente: «In Cosa nostra sussisteva la preoccupazione che Falcone potesse imprimere, diventando Procuratore Nazionale Antimafia, un impulso alle investigazioni nel settore inerente alla gestione illecita degli appalti» (pag. 16); ancora Falcone, poi, «attraverso questo tipo di investigazioni [...] aveva la possibilità di indagare, oltre che nel settore economico, nei confronti degli imprenditori e dei politici con i quali i primi “andavano a trattare”. In tal modo, poteva intervenire sui contatti che l’organizzazione poteva, per tale via, instaurare con appartenenti alle Istituzioni. Specificatamente, il dott. Falcone aveva contribuito a bloccare il progetto, che l’organizzazione aveva in cantiere proprio nel 1991, programma che mirava per l’appunto proprio ad impostare nuovi collegamenti istituzionali per il tramite di strutture imprenditoriali» (pag. 16).
E figuratevi che non riesco a dimenticare neppure quello che mi disse anni fa con nonchalance una giovane professionista milanese dall’insospettabile passato simil-rivoluzionario (ovviamente questa è la mia parola, passibile di smentita da parte della diretta interessata: ma ricordo perfettamente la circostanza e potrei sostenere la mia versione in qualunque momento): mi raccontò, appunto, che all’epoca stava lavorando in uno studio vicino agli interessi di un noto gruppo imprenditoriale milanese, per conto del quale aveva dovuto recarsi più volte a trattare con gli amministratori pubblici di alcuni comuni lombardi al fine di aggirare l’ostacolo delle restrizioni edilizie locali — “insomma hai capito, no? gli diamo dei soldi e loro ci fanno costruire dove non si potrebbe”.
Ora, poiché i problemi principali relativi all’utilizzo e alla gestione del nucleare riguardano la sicurezza degli impianti e dello stoccaggio/smaltimento delle scorie, non ho difficoltà a dire che il nucleare, in questa Italia degli appalti truccati e della corruzione come prassi, mi preoccupa.Se e quando dovessero cambiare le cose a livello di rapporti fra politica e criminalità organizzata; se e quando dovessero cambiare la politica ambientale e le modalità di assegnazione dei ministeri, affidandoli a tecnici onesti e competenti; se e quando dovesse prendere piede una sensibilità ecologista sincera e profonda; se e quando si dovesse affermare una coscienza civile ben radicata e testimoniata nel vivere quotidiano da governanti e governati — allora e soltanto allora potrei riconsiderare le mie posizioni in merito. Non prima.
Legittimo impedimento. Delle ragioni del “sì”, dirò dopo: adesso m’interessano le ragioni del “no”, che suonano piuttosto bizzarre. A parte i sostenitori conclamati di Berlusconi, che ovviamente voteranno “no”, sono parecchi coloro che ritengono questa faccenda del legittimo impedimento un pilastro portante della dinamica berlusconismo/antiberlusconismo alla quale si dichiarano estranei e sulla quale non vogliono esprimersi. Ora, se c’è un caso a fronte del quale veramente tertium non datur, è esattamente questo: al di là delle ideologie e delle simpatie politiche (relative al suo entourage, perché Berlusconi di politica non s’è mai occupato), gli eventi occorsi negli ultimi due anni hanno fatto sì che gli italiani fossero obbligati a prendere posizione, una volta per tutte, a favore o contro il premier. E pronunciarsi contro non significa in nessun caso essere schierati con i diretti avversari del Cavaliere: al contrario, indica l’esigenza di ritornare a contemplare una dimensione politica seriamente sollecita del bene comune e in cui l’attrazione per il bel sesso si riduca a una debolezza marginale e perciò accettabile — tutto il contrario, insomma, del cabaret di questi ultimi anni, in cui le parole chiave sono state “egolatria” e “satiriasi” . Sostenere, in quest’Italia odierna, di essere al di fuori della dinamica berlusconismo/antiberlusconismo è lecito soltanto al Grande Puffo.Coloro che voteranno “sì” (ed io fra quelli) sostengono, in estrema sintesi, che nel caso di specie il legittimo impedimento costituisce un grave vulnus alla democrazia (come sempre, non entro qui nel merito della bontà o meno della democrazia moderna: siccome vivo in una repubblica democratica, mi adeguo). Brevemente e in generale, il “legittimo impedimento” altro non è che l’istituto giuridico in base al quale l’imputato può, in alcuni casi (tipicamente, una malattia), giustificare la propria assenza in aula. Ma il legittimo impedimento di cui si tratta nel referendum concerne precisamente l’eventualità che un cittadino qualunque che sia, casualmente, anche presidente del consiglio o ministro, possa in quanto tale rinviare la propria presenza ad un processo per un periodo di 6 mesi. Ora, basta dare una scorsa ai giornali dell’ultimo anno per capire che se c’è una legge ad personam, signori miei, è questa. Quando ci sentiamo dire che la legge è uguale per tutti, vorremmo che lo fosse davvero — anche e soprattutto per chi ci rappresenta e dovrebbe dare il buon esempio (non sono più i tempi di Catone il Censore, lo so benissimo, ma mi accontenterei di molto meno); e quando non solo la legge ma anche la sua applicazione diventano ineguali, vuol dire che la democrazia è in sofferenza. Quando qualcuno è accusato di un crimine, non importa quanto grave, ha il diritto/dovere di difendersi: e il luogo per farlo è il processo. Quando ci si mette in gioco assumendo cariche pubbliche (e qui stiamo parlando della quarta carica dello Stato) se ne assumono gli òneri insieme agli onori: il potere comporta grandi responsabilità, non grande impunità.
Così, questi sono i motivi precisi dei miei personalissimi quattro “sì”. Ma, a differenza delle elezioni politico-amministrative con le loro zavorre ideologiche e clientelari, i referendum sono il luogo della libertà di pensiero e di coscienza: massimi privilegi da esercitare nel chiuso del seggio. Ognuno, quindi, voti come crede — ma VOTI.
Pubblicato da Cris a 20:23 0 commenti
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