giovedì 23 febbraio 2012

GIARDINI URBANI: IL FUTURO ALIMENTARE?



È facile scherzarci su, ma, mentre sempre più fattorie vengono in centro città, il cibo locale assume un nuovo sapore.
Con le bici penny-farthing, i baffi a manubrio e un panciotto a quattro tasche, l'ascesa dell'agricoltura urbana potrebbe aver quasi raggiunto il feticismo di fine ‘800. Oggi si possono trovare allevamenti di galline sui tetti, capre nei cortili di San Francisco e cavolini di Bruxelles negli spazi abbandonati di Cleveland.
Ciò si adatta perfettamente alla tendenza atavistica ricercata dagli intellettuali anticonformisti è anche quello che la rende adatta a essere messa in ridicolo. (“Portlandia” ci ha fatto sopra qualche bella battuta.) Ma l'agricoltura di città potrà mai riuscire a fare il salto di qualità da passatempo prezioso a componente importante dei sistemi alimentari delle nostre città, non solo per i cercatori di novità e i consumatori locali impegnati, ma anche per le masse di persone in cerca di risparmio? "Non voglio dire una frase del tipo 'Questo è il futuro della coltivazione'”, ha detto il cofondatore di Gotham Greens, Viraj Puri, seduto di fronte al suo laptop a Greenpoint, Brooklyn, a qualche passo da centinaia di filari di lattuga "Probabilmente non sostituirà mai l'agricoltura convenzionale. Ma può avere un suo ruolo."
Se la serra in cui siamo seduti ci può dare una qualche indicazione, si può dire che non sembra assolutamente di essere nell’Ottocento.
Gotham Greens è una fattoria idroponica di 15.000 piedi quadrati sul tetto di un magazzino di Brooklyn. Ha avuto il suo primo raccolto a giugno, e si aspetta di produrre 100 tonnellate di cibo per anno. I raccolti (soprattutto la lattuga) crescono in file di tubazioni di plastica bianca, le radici vengono massaggiate da acqua riciclata, sotto i fari per la crescita e i ventilatori controllati da un sistema centrale computerizzato. Il sistema raccoglie i dati dai sensori lungo tutta la stanza e regola di conseguenza l'ambiente. Questa produzione viziata alla finirà sui menu dei ristoranti e sugli scaffali di negozi come Whole Foods.
Due anni fa Forbes predisse che, dal 2018, il 20 per cento del cibo consumato nelle città degli Stati Uniti sarebbe stato coltivato in luoghi come questo. Si può dire con certezza che non avverrà. Adesso la produzione urbana rappresenta una fetta minuscola del sistema alimentare. Ma ci sono vari scenari possibili che potrebbero rendere questo cibo più comune nelle cucine cittadine del futuro.
Molti di questi scenari stanno diventando più probabili ogni giorno che passa. Se i prezzi dell’energia dovessero salire, il viaggio medio di 1.500 miglia dei pompelmi per arrivare nei frigoriferi potrebbe farlo diventare un cibo più conveniente. Le siccità stanno divenendo più comuni, e l'agricoltura idroponica che non usa il suolo adopera una frazione dell'acqua rispetto all'agricoltura convenzionale e può essere facilmente impiantata negli ambienti urbani. E c'è sempre l’evento imprevisto del Cigno Nero: i "victory gardens” della Seconda Guerra Mondiale resero l’agricoltura urbana una realtà, anche se temporanea, per milioni di persone nei primi anni ’40.
Ma anche se questi scenari dovessero presentarsi, non avrebbe ancora più senso coltivare solo sulla terra più conveniente fuori dalla cerchia urbana, invece che nella confusione della città? Dipende di quale città si parla. L’impresario finanziario John Hantz ha trascorso gli ultimi anni riunendo progetti per un’enorme fattoria proprio a Detroit, non solo per far crescere il cibo, ma anche alzare il valore dei terreni. "Abbiamo bisogno di scarsità" a Detroit, ha detto alla rivista Fortune. Ossia, la Detroit spopolata ha troppa terra. Trasformare centinaia di acri intorno alla città in terreno per la coltivazione, questa è la sua teoria, renderebbe la terra più scarsa (e più verde), alzando il valore dei beni immobili. Toglierebbe anche le mani della città dalle proprietà dilapidate. È un schema abbastanza rustico, che alcuni sospettano sia nient’altro che presa violenta di terra da parte del settore immobiliare. Ma Hantz ora ha il pallino dell’interesse della città.
C'è un'altra ragione per coltivare cibo in città. Puri dice che lui e il suo partner hanno scelto Brooklyn per varie ragioni: aiuta a creare lavoro, rendere più verde la zona e cos’ si evita di fare la spola avanti e indietro per il paese. "Non abbiamo scelto Brooklyn perché era figo", insiste. Ma Brooklyn è figa, e se non lo fosse non verrebbe usata da aziende di tutti i settori, dalla salsa alla birra alle felpe ubique. E fino a che non avremmo oltrepassato il picco del petrolio o saremmo nel mezzo di una crisi idrica, per molte persone l’attrazione principale del comprare legumi coltivati in città sarà il fatto che sono vegetali che sono stati coltivati in città. Questo può valere se la città è Brooklyn, Seattle o Montreal. Questo è il motivo per cui l’imballaggio del Gotham Greens è corredato non meno di tre volte dalle varianti della scritta "New York City", quattro se si conta la stessa "Gotham".
Perché è un fatto che il consumo locale è qualcosa per cui le persone sono disposte a spendere di più, e non si trovano altri prodotti locali nella zona. Ma l’agricoltura che è così “locale” è qualcosa con cui altre persone non vogliono avere nulla a che fare. Nelle elezioni municipali di novembre a Vancouver, l'agricoltura urbana è diventata un terreno di scontro politico che è stato utilizzato dal partito di opposizione di centro-destra NPA, che ha messo in ridicolo i fondi pubblici destinati ai i campi di grano e ai polli. Il finanziamento era minimo (e una parte non era stato speso), ma non importava, l'agricoltura urbana è stata considerata uno modo strampalato di fare i liberali mentre si è sovvenzionati dalla città.
"Le stesse persone che si stavano opponendo ai campi di grano e ai polli erano contrarie anche alle piste ciclabili a Vancouver ", ha detto Peter Ladner, che quattro anni fa era a capo del NPA come candidato a sindaco. Da allora è diventato un sostenitore dell'agricoltura urbana, e dice che tutta la questione, anche per le piste ciclabili, sta diventando una battaglia culturale che è più vasta rispetto a quella delle sole fattorie urbane, ma riguarda la definizione di progresso. "Noi abbiamo una forte componente asiatica a Vancouver, e c'è un grande preoccupazione [per l'agricoltura urbana] fra gli immigranti che si stanno trasferendo qui da luoghi dove ci sono polli e maiali che girano per strada", dice. "Si sono spostati qui per migliorare le loro vite e avere un'esistenza urbana e sofisticata. E si chiedono, 'Perché stiamo ritornando a questo?' Per molte persone il progresso vuole dire trovare un bel prato liscio."
"Le persone che stanno idealizzando l'agricoltura urbana hanno una scelta, una scelta tra negozi i di generi alimentari e i mercati verdi, tra auto e biciclette", ha detto Richard Longworth, un membro di lungo corso al Chicago Council on Global Affairs. L'anno scorso Longworth scrisse un pezzo provocatorio per Good Magazine intitolato "Lasciamo perdere le fattorie urbane. Abbiamo bisogno di un Walmart", abbattendo l'idea che tali fattorie possano spronare l'economia come riescono a fare le aziende tradizionali. “Quello che io obietto è l'esagerazione sulla loro realtà e il potenziale", dice. “Ci sono molte persone in questo paese che semplicemente odiano le megafattorie, ma questi tizi stanno dando da mangiare al mondo intero. L'agricoltura per il consumo locale ci può fare niente."
Può essere vero. Ma l'agricoltura urbana può crearsi un percorso di successo sostenibile, creando un tipo nuovo di sottosistema all'interno del più grande sistema alimentare, uno che sia più grande delle boutique ma più piccolo di Big Agra. Una società chiamata BrightFarms sta cercando per prima di implementare un metodo del genere, uno che si collochi appena sopra i negozi che vendono la produzione in proprio. BrightFarms costruisce serre sui tetti dei supermercato e gestisce gratuitamente le attività di coltivazione. In cambio, il negozio sottostante firma un contratto a lungo termine per comprare il cibo che viene prodotto. BrightFarms stima che può raccogliere fino a 900.000 libbre di produzione per acro ogni anno. È una soluzione che sembra progettata per le città, luoghi con abbondanza di tetti ma poca terra.
La mancanza di spazio sul terreno è ciò che un giorno o l’altro potrebbe rendere le fattorie verticali una realtà economica. Ma per ora, le torri di grandi dimensioni che hanno filari di mais sono assolutamente fantascienza. Ciononostante, l'agricoltura di città sembra pronta per una fioritura che sia qualcosa di più di un capriccio. Se il 2011 è stato l'anno in cui le piste ciclabili sono diventate il manifesto di una Nuova Urbanistica, le fattorie urbane potrebbero esserlo per il 2012.

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