In Islanda c’è il primo caso di ex primo ministro alla sbarra con l’accusa di
colpevole default: Geir Haarde (nella foto) è stato incriminato per negligenza –
un evidente eufemismo per dire connivenza - nel mandato 2006-2009. Che è come
dire ieri. Nessuna scusa, nessun rinvio a future storicizzazioni che fan passare
tutto in cavalleria: uno degli artefici della catastrofe finanziaria della
piccola isola dell’Atlantico verrà giudicato da un regolare tribunale. Del resto
la legge, se non serve il popolo, che razza di legge è?
Non che sia
l’unico, intendiamoci. Ma in ogni caso non stiamo parlando di un capro
espiatorio, perché gli islandesi hanno saputo sollevarsi dal pantano di cui,
come tutti i beoti votanti democratici occidentali, erano stati essi stessi
corresponsabili.
Proprio dal 2009 è cominciata quella silenziosa,
silenziata, pacifica ma determinata e agguerrita “rivoluzione” che, tramite
referendum, cambi di governo e un’assemblea di rifondazione costituzionale, ha
ridato ai 300 mila isolani la sovranità economica e la libertà politica,
ripudiando il debito con le banche estere, nazionalizzando quelle di casa
propria e uscendo dal meccanismo usuraio del Fmi.
La gente d’Islanda,
insomma, si è riscattata. E ora, giustamente, chiede giustizia a chi l’ha
governata vendendo il paese alla finanza. La tesi accusatoria è che l’ex premier
non ha esercitato nessun controllo sui banksters che saccheggiavano la ricchezza
nazionale, nascondendo la verità all’opinione pubblica. La pena è tutto sommato
molto inferiore a quella che, personalmente, mi sentirei di dover infliggere a
un politico corrotto di tal fatta: appena due anni di gattabuia. Ma importante,
nel contesto internazionale di perdonismo minimizzante e assolutorio verso chi
questa crisi l’ha provocata e ci ha mangiato, è la valenza simbolica del
processo. Fra parentesi, ridicola la difesa di Haarde: «Nessuno di noi a quel
tempo capiva che c´era qualcosa di sospetto nel sistema bancario, come è
diventato chiaro adesso», ha detto al giudice. Meglio passare da cretini che da
criminali, vero? Questi politicanti con la faccia come il culo…
È
interessante notare che nell’orbe terracqueo esiste un altro Stato con un
governo deciso a fargliela vedere ai predecessori complici dell’usurocrazia
bancaria. È la tanto vituperata Ungheria, in cui l’anno scorso il premier
locale, Viktor Orbán, ha presentato un disegno di legge per trascinare sul banco
degli imputati i tre leader socialisti, Peter Medgyessy, Ferenc Gyurcsany e
Gordon Bajnai, che dal 2002 al 2010 hanno portato il debito pubblico dal 53
all’80% del Pil, mentendo sapendo di mentire sulla situazione dei conti.
Nell’Europa beneducata e manovrata a bacchetta dalla troika Ue-Bce-Fmi, Orbán
viene dipinto come un pericoloso despota fascista (è invece un
nazional-conservatore: discutibile finché si vuole, ma trattasi di destra
nazionalista vecchio stampo, e perciò non allineata al pensiero unico global ed
eurocratico come invece sono le destre liberal-liberiste stile Sarkozy,
Berlusconi e compagnia).
Budapest, in realtà, sia pur “da destra”, sta
seguendo lo stesso schema di liberazione che Rejkyavik sta conducendo “da
sinistra”: riconquistare l’autodeterminazione e chiedere il conto ai
responsabili della rovina. Il solito Corriere della Sera, quando nello scorso
agosto uscì la notizia della proposta di legge, commentò con Giorgio Pressburger
che il diritto non può essere retroattivo, e condì il tutto con un prevedibile,
stantìo spauracchio del ritorno all’eterno fascismo. Oh bella: adesso non si può
introdurre un nuovo reato se questo inguaia i servetti del sistema bancario
mondiale? Cos’è, lesa maestà finanziaria? E gli islandesi cosa sono, tutti
fascisti anche loro? Come sempre penosi, gli avvocati difensori
dell’associazione a delinquere altrimenti nota come speculazione.
Fonte tratta dal sito .
martedì 24 aprile 2012
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