domenica 30 settembre 2012

Trapelati i progetti statunitensi per la guerra nucleare

Sono stati resi di dominio pubblico documenti che rivelano come l’amministrazione Carter pensava di combattere una guerra nucleare.
Il decreto presidenziale numero 59 (PD-59), firmato dal presidente  Jimmy Carter il 25 luglio 1980, è stato uno dei più discussi documenti sulla politica nucleare della Guerra Fredda ed era diretto a fornire ai presidenti una maggiore libertà nell’ideazione e attuazione di una guerra nucleare.
Ma coloro che crearono il documento pensavano che l’impiego di armi nucleari per sconfiggere eserciti convenzionali non avrebbe per forza scatenato un’apocalisse.
All’epoca trapelarono parti della normativa e ricoprirono le pagine del New York Times e del Wall Street Journal, ma solo questa settimana l’ Archivio della Sicurezza Nazionale ha pubblicato l’intero documento sul suo sito web.
Il decreto PD-59 rivela che gli Stati Uniti si stavano davvero preparando a una guerra nucleare e che l’amministrazione Carter era in cerca della potenzialità nucleare che avrebbe garantito “un alto livello di versatilità, lunga sopravvivenza e prestazioni sufficienti a fronte di un’azione nemica.”
Se avesse fallito la dissuasione, gli Stati Uniti avrebbero dovuto “essere in grado di combattere vittoriosamente, in modo che l’avversario non avrebbe ottenuto i suoi scopi bellici pagando un prezzo inaccettabile.”

Il presidente Usa Jimmy Carter con il presidente sovietico Leonid Brezhnev (1979) - Photograph: © Bettmann/CORBIS
Secondo il sito Foreign Policy un fattore principale del PD-59 è stato la strategia “rileva-colpisci-valuta” (look-shoot-look). Questa implicava l’impiego di un sofisticato sistema di intelligence per scoprire nelle condizioni belliche le armi nucleari da colpire, quindi colpire gli obiettivi per poi valutarne i danni.

Il sito riferisce che in una breve relazione,il collaboratore militare del Consiglio per la Sicurezza Nazionale (NSC) William Odom, descriveva come il Segretario alla Difesa Harold Brown avesse fatto esattamente questo “in una recente simulazione militare nella quale individuava truppe (nemiche) nell’Europa dell’est e in Corea.”
In altre parole stava pensando al modo di utilizzare grandi armi nucleari per attaccare eserciti convenzionali. Ma Odom, insieme ad altri che hanno creato il documento, non credevano che l’impiego di armi nucleari per sconfiggere truppe tradizionali avrebbe condotto per forza a un’apocalisse.
Il PD-59, che per anni è stato un documento top-secret, era stato firmato in un periodo in cui tra l’altro si acutizzarono le tensioni della Guerra Fredda a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e nel quale vi fu grande instabilità nel Medio Oriente.
A quel tempo la stampa lasciò intendere che i cambiamenti alla strategia nucleare attuati dalla nuova linea avrebbero abbassato la soglia per la decisione di avviare un attacco nucleare, mentre alcuni sostennero che il decreto avrebbe soltanto inasprito le tensioni della Guerra Fredda.
Approfondimenti:
Jimmy Carter’s PD-59 declassified (National Security Archive, 14 settembre 2012)
How to fight a nuclear war (Foreign Policy, 14 settembre 2012)
USA: provocazione di aerei atomici russi
Russia: missili nucleari a Cuba
Iran: Armageddon elettronica e ritorno all’Età della pietra
Fonte tratta dal sito .

venerdì 28 settembre 2012

Attenzione alle bollette ENEL!

Di seguito pubblichiamo un post ripreso dalla pagina Facebook di Inaatc Istituto Nazionale Antiusura:

AVVISO IMPORTANTE CHE CREDO POSSA FARVI RISPARMIARE SOLDI E AVERE ANCHE UN RIMBORSO PER QUELLO CHE EVENTUALMENTE AVETE PAGATO IN PIU' IN QUESTI ANNI.... Se avete la dicitura "Uso domestico non residente con Tariffa D3 bioraria transitoria" .... vi stanno facendo pagare il 30% in più di quello che dovreste pagare... NEL CASO, SAPPIATE CHE VI DEVONO RIMBORSARE I SOLDI!!! La solita TRUFFA LEGALIZZATA... E NOI PAGHIAMO!!!!! NEL CASO AVETE QUELLA SCRITTA E SIETE RESIDENTI, ANDATE IN COMUNE VI FATE FARE UNO STORICO DI RESIDENZA, LO INVIATE VIA FAX A ENEL E CHIEDETE IL RIMBORSO PER TARIFFA RESIDENZA.... FINO A 10 ANNI DI SICURO RETROATTIVA!!! FATE GIRARE...

fonti: Inaatc Istituto Nazionale Antiusura
http://www.nocensura.com/2012/09/controllate-le-vostre-bollette.html
Fonte tratta dal sito .

giovedì 27 settembre 2012

WALL STREET FA IL TIFO PER IL MONTI-BIS

Dopo Goldman Sachs anche Morgan Stanley e Citigroup auspicano che l’Italia non abbandoni la linea del premier che dovrebbe restare al governo alla guida di una grande coalizione o in alternativa salire al Colle

Il messaggio è chiaro, Wall Street punta su un Monti-bis, o comunque su un governo che non esca dal solco tracciato dall’attuale presidente del Consiglio. Goldman Sachs pochi giorni fa, in un lungo report dedicato alle prospettive politiche italiane, aveva spezzato una lancia per il Pd, motivando però l’implicito endorsement con la constatazione che la vittoria di una coalizione di Centrosinistra guidata dal partito di Pierluigi Bersani avrebbe sostanzialmente proseguito la politica di rigore del governo Monti.

Ora è la volta di Citigroup e Morgan Stanley, che hanno appena pubblicato due studi aggiornati (tengono conto anche della crisi politica nella Regione Lazio) ed entrambe finiscono per auspicare che le prossime elezioni conducano ad una grande coalizione che riporti Monti a Palazzo Chigi, o anche al Quirinale (proprio ieri, peraltro, l’attuale premier ha chiarito che lui non si candiderà alle elezioni). Una soluzione del genere, scrivono gli analisti di Citi, sarebbe la migliore per «mettere l’Italia sulla strada della ripresa». Di Monti, è scritto ancora nel report, si può dire che «ha fatto un eccellente lavoro nel ristabilire la credibilità dell’Italia all’estero», non ha avuto altrettanto successo però nel tagliare il debito o cambiare mentalità e abitudini degli italiani.

Ciononostante è emerso come un leader notevole (anche se si aggiunge che lo stesso non si può dire di alcuni ministri). Tracciando diversi scenari per il futuro Citi arriva quindi ad auspicare un prossimo governo, sostenuto da una grande coalizione e basato su una formula ibrida tecnico-politica, che sarebbe nella migliore posizione per chiedere «un programma tipo Troika con condizioni lievi, che consenta alla Bce di iniziare a comprare titoli di Stato italiani». Uno scenario, insomma, che avrebbe come completamento l’elezione di Monti al Quirinale, con «un ruolo che probabilmente sarebbe molto più importante di quello di premier per preservare i futuri rapporti dell’Italia con i suoi partner europei»

Altre soluzioni, per Citi, sarebbero molto più pericolose, e con un chiaro riferimento al ritorno in campo di Silvio Berlusconi, gli analisti si chiedono: «Compreremmo titoli di Stato di un Paese il cui premier possa proporre un altro ponte sullo Stretto?».

Anche Morgan Stanley auspica che l’Italia non abbandoni il Montismo. Del resto, scrivono gli analisti della banca d’affari: «Il rischio è che in vista delle elezioni, la volontà e la capacità di implementare le riforma venga meno». MS crede che «una situazione politica non risolta», che veda «nessun partito in grado di ottenere una maggioranza assoluta, e la crescente importanza dei partiti marginali, potrebbe trasformarsi in un canale di contagio».
«Se tutti i pezzi del puzzle politico andranno a posto», concludono gli analisti di Citigroup, che pure mantengono negativo l'outlook a breve, «crediamo che l'azionario italiano, che scambia circa il 60% al di sotto dei livelli del 2007 e con il minor P/E 2013 di qualsiasi altro Paese europeo, offra un potenziale per ritorni notevoli dopo anni di sottoperformance».
Fonte tratta dal sito .

mercoledì 26 settembre 2012

LA BOMBA CATALANA


Immaginate che un organo ufficiale delle forze armate italiane minacci pubblicamente la Sardegna di una azione militare e prometta la corte marziale a tutti i responsabili pubblici (politici compresi) che minaccino l’unità nazionale.
Ebbene è appena successo in Spagna, il casus belli è la secessione della Catalogna (Barça compreso).
Se in Grecia la miseria e la mancanza di speranza e di fiducia sta producendo il nazismo, in Spagna sta producendo il separatismo. I Catalani non ne vogliono più sapere di essere spagnoli, vogliono essere catalani e basta.


Vi prego di considerare il seguente articolo apparso Il Vostro Quotidiano che spiega la situazione
La Comunità Autonoma catalana potrebbe non mangiare il panettone. Infatti, dopo la bocciatura da parte di Madrid del patto fiscale di estrema autonomia fiscale, il Presidente della Generalitat, Artur Mas, ha deciso che è giunto il momento di dire “prou!”, ossia basta, alle dipendenze spagnole. La Catalogna, infatti, è pronta a proclamare la propria indipendenza dopo le prossime elezioni regionali.
TRE SECOLI DOPO – La scadenza naturale del mandato sarebbe tra due anni, a tre secoli esatti dalla conquista catalana da parte degli spagnoli, ma Mas pare intenzionato a indire le elezioni anticipate già in autunno puntando alla maggioranza assoluta di un fronte indipendentista e a un Governo regionale che sia una corte costituente per arrivare alla dichiarazione d’indipendenza anche senza passare da un referendum. Infatti, almeno per il momento, pare essere tramontata l’ipotesi della negoziazione, in perfetto stile Scozia-Inghilterra, per portare Barcellona perlomeno a un referendum sull’indipendenza. E questo a causa della strategia da parte della Moncloa della paura e delle minacce. Intimidazioni che sono addirittura anche militari, visto che alcuni colonnelli dell’esercito hanno espresso la volontà di reprimere con la forza e la violenza le iniziative separatiste della Catalogna.
UN CAMMINO SENZA FARE PASSI INDIETRO – L’immane manifestazione che nel giorno della Diada, lo scorso 11 settembre, ha visto scendere per le strade circa due milioni di catalani (su un totale di 7,5 milioni) al grido di “Catalogna nuovo Stato d’Europa” sembra aver convinto finalmente i politici del Principat a intraprendere la strada dell’indipendenza, un cammino che, per dirla con le parole del portavoce del governo catalano, Francesc Homs, è senza ritorno. «In Catalogna – spiega Homs – abbiamo visto che come stiamo adesso non stiamo bene e abbiamo deciso di intraprendere un nuovo cammino che è nuovo per tutti, ma che ha un’orientazione chiara», ossia la determinazione da parte della Catalogna di uno Stato indipendente, ma sempre all’interno dell’Unione europea.
MADRID NON STA A GUARDARE – Di contro, Madrid non sta a guardare e prosegue col proprio ostruzionismo. La vicepresidentessa del Governo a guida Partido Popular, Soraya Sáenz de Santamaria, ha chiesto a Mas di non creare altri «problemi», perché le elezioni anticipate e, di conseguenza, l’instabilità politica, «aggiungono crisi alla crisi». La leader del PP catalano, Alícia Sánchez-Camacho, invece, bolla come «al margine della legge» la presa di posizione di Mas, il quale, però, sembra davvero intenzionato a rendere realtà il sogno di libertà del popolo catalano.
Il punto è che sono finiti i soldi.
La Catalogna è solo la prima di una serie di regioni europee in rivolta, cittadini che per anni sono stati tenuti al guinzaglio degli stati nazionali con il danaro. E riguarda anche noi. Provate a chiedere agli altoatesini di trasferire a Roma tanti soldi quanti ne trasferiscono i Lombardi e produrrete bombe. Provate a togliere al Sud Italia una parte consistente dei trasferimenti pubblici e produrrete attentati e colpi di “lupara”.
Finiti i soldi si vedrà davvero quanti sono i patrioti italiani e dove vivono.
Fonte tratta dal sito .

martedì 25 settembre 2012

Garden Therapy

Si chiama Garden Therapy, la cura attraverso il verde, e riscuote sempre maggiori consensi poiché i suoi risultati sono immediati: bastano venti minuti in un giardino per allontanare lo stress, riacquistare serenità e sentirsi inevitabilmente meglio. Se poi, oltre a contemplare fiori e foglie, decidiamo anche di occuparcene, l’effetto raddoppia.
Uno studio dell'Università La Sapienza ha dimostrato che l'attività di giardinaggio diminuisce di circa il 70% la tensione fisica e mentale, e l'Università di Sheffield aggiunge che, riducendo ansia e stress, viene facilitata anche la connessione tra le diverse aree del cervello, migliorando dunque anche le prestazioni mentali ed intellettive.
Un altro esperimento condotto in Inghilterra e pubblicato sulla rivista HortTechnology ha verificato i benefici della garden therapy anche su malattie come autismo e schizofrenia. Il benessere psicofisico che deriva dal contatto con le piante influenza direttamente le funzioni essenziali del nostro organismo, migliorando la circolazione, regolando la pressione sanguigna e riducendo i livelli di colesterolo.
In realtà i benefici del giardinaggio sono noti da sempre, ma non erano forse stati tenuti in sufficiente considerazione. Se ne accorse per primo il dott. Roger Ulrich, che osservò i pazienti ricoverati per colecistectomia in un ospedale della Pennsylvania. Il dottore notò che i pazienti con degenza nelle stanze che affacciavano sul parco avevano generalmente bisogno di un giorno e mezzo in meno di ricovero rispetto ai pazienti che affacciavano, nell'altra area, su un muro di mattoni. Era il 1980.
Delle osservazioni di Ulrich si è tenuto conto nel successivo sviluppo architettonico e visuale dei luoghi di cura, come il Metodo Cromoambiente dell'architetto Paolo Brescia che analizza l'utilizzo delle tinte negli ospedali, ed ora stanno nascendo anche in alcuni ospedali italiani dei veri e propri giardini dedicati ai pazienti, in cui gli ammalati e i loro cari possono trascorrere un tempo sereno e rigenerante ed ottenere benefici coadiuvanti alla terapia.
Il 13 settembre scorso è stato inaugurato il terrazzo adiacente al reparto di degenza dell'Oncologia Falck dell'Ospedale Niguarda Ca' Granda a Milano e consentirà ai pazienti e ai loro familiari di trascorrere momenti di distrazione durante la spesso lunga permanenza in ospedale.
Il giardino sospeso creato al Niguarda non è solo da guardare, ma anche da vivere e mangiare. Oltre all’attenzione posta nell’affiancare piante stagionali che coprano l’intero anno solare, dando sempre la sensazione di un luogo vivo e fiorito, si è scelto di inserire molti alberi da frutto e dare vita ad un piccolo orto. “Abbiamo pensato che l’associazione più immediata per richiamare, attraverso le piante, la salute e il benessere è proprio l’idea del cibo, perciò ci è sembrato opportuno scegliere alberi che producessero dei frutti – ha spiegato Susanna Magistretti, coordinatrice della cooperativa – I pazienti potranno anche cogliere questi frutti interpretando ancora di più l'idea del piccolo orto.”
Anche l’Istituto Regina Elena di Roma ha inserito nel nuovo day-hospital oncologico inaugurato ieri, 18 settembre 2012, un giardino attrezzato che sarà a disposizione dei pazienti e che domina la vista anche interna attraverso grandi vetrate.
Cristina Borghi è un medico specializzato in Farmacologia Sperimentale, che dopo quasi 30 anni di attività nell’industria farmaceutica, si è dedicata con passione allo studio dei giardini nei luoghi di cura, di cui racconta in due libri: “Il giardino che cura” e “Un giardino per stare bene”.
"Se la qualità della vita migliora – spiega l’autrice – forse non otteniamo la cura intesa in senso strettamente fisico, ma arriviamo comunque alla guarigione in quanto, ai fini della conduzione della nostra stessa vita, la percezione del nostro benessere è più importante del reale stato di salute."
Fonte tratta dal sito .

lunedì 24 settembre 2012

Ingegneria genetica e ambiente

Craig Venter ha aperto una porta che sarà difficile richiudere. La biologia non si limita più a descrivere gli esseri viventi. Li può creare. A vantaggio di tutti, sia nella lotta alle malattie, sia per produrre energia in modo pulito. Nuove forme di vita Nel novembre del 2011 alcuni ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora, sotto la guida del biologo Jef Boeke, hanno comunicato alla rivista Nature di aver inserito con successo in un lievito due segmenti di cromosoma, a cui hanno aggiunto un sistema per rimescolare i geni in modo da riprodurre i casuali processi che determinano l'evoluzione, con l’obiettivo di creare un’entità vitale da utilizzare per la preparazione di vaccini. Era passato poco più di un anno da quando, il 20 maggio del 2010, lo scienziato statunitense Craig Venter aveva diffuso l’annuncio che la società da lui costituita, Synthetic Genomic, aveva creato una nuova forma di vita, un organismo in grado di riprodursi, inserito all’interno della cellula di un batterio di specie diversa. L’annuncio di Venter aveva suscitato reazioni assai diverse: di entusiasmo, di stupore, ma anche di preoccupazione e di costernazione. In realtà si tratta di una notizia da molti prevista. All’inizio degli anni Settanta Stanley N. Cohen dell’Università di Stanford e Herbert Boyer dell’Università di San Francisco hanno per la prima volta inserito stabilmente nel DNA di un batterio un frammento di DNA estratto da un altro organismo, dimostrando così che DNA proveniente da diversi organismi viventi poteva essere combinato in modo da creare nuove entità, diverse da quelle presenti in natura. Era l’atto di nascita della biotecnologia. Oggi in centinaia di laboratori e centri di ricerca nel mondo essa consente di inserire e di cambiare i geni presenti in organismi viventi e quindi di modificare tratti del loro codice genetico al fine di ottenere risultati o prestazioni desiderate. Nonostante le preoccupazioni e i dubbi di carattere economico, sociale e etico inizialmente sollevati, innumerevoli sono attualmente i prodotti biotecnologici commercializzati nel settore medico e farmaceutico e nell’agricoltura: basti pensare che nel 2006, ad un quarto di secolo di distanza dall’immissione dei primi prodotti GMO, erano coltivati con prodotti biotech oltre 100 milioni di ettari su scala globale (ed anche in sette Paesi europei) e oltre 10 milioni di agricoltori ne facevano uso. Non poteva tardare assai il passo successivo, e cioè il passaggio tra l’inserimento di un gene all’interno del genoma di un’altra cellula e la modifica di intere cellule con componenti artificialmente prodotti. Questa nuova fase è generalmente nota come biologia sintetica. Che cos’è la biologia sintetica? Il termine biologia sintetica compare per la prima volta molti anni fa, come titolo di un articolo apparso sulla rivista Nature nel 1913. Ricompare nella letteratura scientifica nel 1974, dopo un intervallo di settant’anni, utilizzato come sinonimo di ingegneria genetica, ad opera del genetista polacco Waclaw Szybalski. Ecco le sue profetiche parole: «Ora stiamo lavorando in una fase prevalentemente descrittiva della biologia molecolare… La vera sfida inizierà quando cominceremo a sviluppare la biologia sintetica.. Potremmo allora aggiungere nuovi moduli a genomi già esistenti, o realizzare genomi interamente nuovi. Sarà un settore con possibilità virtualmente illimitate di espansione…». Szybalsky aveva già compreso che la biologia sintetica avrebbe offerto la possibilità di rifare la vita a partire da geni creati dall’uomo; del resto, un secolo esatto fa questo era il fine della biologia individuato da Jacques Loeb (per inciso, è un obiettivo che Venter, nonostante il suo proclama, non ha raggiunto, essendosi limitato a «riempire» una cellula con materiale genetico tratto da un’altra cellula, quindi non artificialmente realizzato). Come spesso accade allorché si tratta di nuove discipline, i confini restano non ben definiti. Ha osservato la biologa e giornalista scientifica Anna Meldolesi: «se chiedete a cinque scienziati di definire la biologia sintetica avrete sei risposte diverse. Nella sua accezione più moderata rappresenta l’ingresso dell’ingegneria genetica nella piena maturità, essendo ora possibile intervenire su intere reti geniche anziché su singoli geni in modo sempre più preciso e prevedibile. Per i più estremisti indica la possibilità di creare forme vitali con pochi materiali di partenza». In effetti, la biologia sintetica comprende – secondo una delle definizioni più diffuse - le tecniche, proprie dell’ingegneria genetica, di aggiungere o sottrarre singoli geni a un organismo, ma anche interventi rivolti a modificare i processi di formazione delle cellule in modo da ottenere organismi nuovi, secondo progetti predeterminati. È quindi una disciplina che combina aspetti di ricerca scientifica propri della biologia con aspetti pratici tipici dell’ingegneria genetica. Non solo. Confluiscono nella biologia sintetica anche l’insieme delle tecniche che permettono di creare – cioè produrre artificialmente - singoli geni all’interno di una determinata sequenza di DNA, in modo da realizzare artificialmente organismi predisposti per ottenere prestazioni desiderate. E confluiscono nella biologia sintetica anche conoscenze derivate dalle nanoscienze e dalle nanotecnologie, come ricorda David Rejeski, il direttore dello Science and Technology Innovation Program e del Synthetic Biology Program presso il Woodrow Wilson International Center a Washington, DC. Tutte queste discipline – ingegneria genetica e biotecnologie, nanoscienze e nanotecnologie e, infine, biologia sintetica - sono spesso qualificate come “emerging technologies”. Si tratta di una qualifica che non è esatta se con essa si fa riferimento al fatto che esse siano in una fase iniziale di sviluppo. Tanto le biotecnologie quanto le nanoscienze sono ormai infatti da tempo presenti sul mercato. Per ciò che riguarda le biotecnologie, si è già detto sopra. I prodotti ottenuti con nanotecnologie sono invece presenti nel commercio e nell’ambiente dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso e la ricerca e i finanziamenti pubblici e privati al settore sono in continuo aumento. La qualifica di tecnologie emergenti può essere invece condivisa se con essa si fa riferimento al fatto che queste discipline non hanno ancora espresso tutte le loro potenzialità: la capacità di controllare e modificare la materia a livello delle sue componenti strutturali di base, atomi e molecole comporterà un cambiamento in tutto ciò che viene oggi manifatturato, dall’elettronica ai prodotti farmaceutici, dai combustibili al cibo. Con la biologia sintetica, in particolare, si verificheranno profondi cambiamenti nella medicina, nelle attività cognitive e nel rapporto dell’uomo con l’ambiente e nell’uso delle risorse naturali. Il rapporto predisposto nel 2006 dal gruppo di lavoro costituito all’interno del programma dedicato alle scienze e alle tecnologie emergenti (NEST) dall’Unione europea indica tra le potenziali applicazioni di questa nuova disciplina tutti i settori della biomedicina e della biofarmaceutica, prodotti chimici ambientalmente sostenibili, produzione di energia e sistemi di bonifica ambientale, produzione di biomateriali sostitutivi di materiali naturali tossici o inquinanti o in via di esaurimento, ed inoltre prodotti per la sicurezza (controterrorismo). È stato stimato che globalmente gli investimenti nella ricerca in questa disciplina ammonteranno a oltre tre miliardi di dollari nei prossimi sette anni. Biologia sintetica e ambiente Un importante settore di sviluppo della biologia sintetica è costituito dal risanamento e dalla bonifica di siti contaminati utilizzando organismi biosintetizzati appositamente per questo scopo. Alcuni batteri, come il Rhodococcus e lo Pseudomonas sono già da tempo utilizzati in quanto naturalmente consumano e degradano idrocarburi e molti componenti del petrolio. Ma sono allo studio già da molti anni organismi geneticamente modificati o artificialmente prodotti per dissolvere o degradare sostanze più tossiche, come le diossine, i pesticidi, il fosforo, metalli pesanti e vari composti radioattivi. Gli enormi vantaggi di interventi di questo tipo rispetto a quelli tradizionali di smaltimento e stoccaggio sono evidenti, sia con riferimento al risparmio economico e alla riduzione del degrado territoriale sia, più in generale, con riferimento alla diminuzione dei rischi per la salute e per la sicurezza delle collettività che risiedono in prossimità dei siti di stoccaggio. Tuttavia Gary Sayler del Centro di biotecnologia ambientale dell’Università del Tennessee ha osservato che negli Stati Uniti ci vorrà molto tempo perché organismi prodotti con tecniche di biologia sintetica possano uscire dai laboratori: c’è una forte opposizione da parte delle associazioni ambientaliste che temono i pericoli della dispersione nell’ambiente di questi organismi e, negli Stati Uniti, l’Environmental Protection Agency ha in corso verifiche sui rischi assai approfondite, che richiederanno molto tempo per essere completate. Ad un livello più avanzato sull’applicazione della biologia sintetica per la decontaminazione di siti inquinati sembra essere attualmente la Cina dove vari centri specializzati si occupano dei vari temi: della trasformazione di sostanze tossiche in sostanze innocue per effetto dell’attività di organismi sinteticamente progettati si occupa da tempo lo State Key Laboratory of Microbial Technology presso la Shandong University, mentre lo State Key Laboratory of Integrated Management of Pest Insects and Rodents ha concentrato le sue ricerche sulla eliminazione dei pesticidi dall’ambiente. Altri centri di ricerca stanno sviluppando organismi da utilizzare come biosensori sul territorio in modo da controllare il livello di inquinamento. Di particolare interesse ambientale sono inoltre le attività rivolte alla produzione di sostanze artificiali, sostitutive di quelle ottenute attualmente da risorse naturali non rinnovabili: prima fra tutte, il petrolio non solo come combustibile, ma anche come sostanza per la realizzazione di innumerevoli prodotti divenuti di uso comune e indispensabili nella vita quotidiana. Si pensi alla plastica e ai problemi che essa pone per il suo smaltimento (senza dimenticare l’inquinamento marino: tra la costa della California e le Isole Hawai si è formata per effetto delle correnti oceaniche una enorme isola di rifiuti di plastica nota come la Eastern Garbage Patch). Un’alternativa a molti prodotti non biodegradabili ottenuti con derivati del petrolio è costituita da prodotti analoghi ottenibili dall’acido polilattico (PLA). Il PLA, realizzato per la prima volta nel 1932, è stato sinora ottenuto con un laborioso processo chimico necessario per «stabilizzare» la fermentazione della canna da zucchero o da altri vegetali. Solo recentemente sono state sviluppate tecnologie che hanno reso conveniente la produzione di prodotti a base di PLA, totalmente biodegradabili, su vasta scala. Tuttavia i costi potrebbero essere ulteriormente ridotti, eliminando la necessità dell’intero processo chimico, utilizzando un batterio creato artificialmente da un gruppo di ricercatori dello Advanced Institute of Science and Technology coreano. I vantaggi ambientali della diffusione di questi prodotti, che, nonostante la biodegradabilità, sono rimasti sinora in secondo piano, sono evidenti. Anche la gomma sintetica, ottenuta attualmente da derivati del petrolio, altamente inquinante e di difficile smaltimento, ma diffusamente utilizzata per la scarsità della gomma naturale, potrebbe essere sostituita da un nuovo vegetale ottenuto trasformando geneticamente una varietà di tarassaco (noto anche come dente di leone) diffuso in Russia (Taraxacum kok-saghyz - TKS). In entrambi i casi, potrebbero essere reintrodotti sul mercato prodotti vegetali che erano stati accantonati, poco più di cento anni orsono, dall’affermarsi del petrolio: paradossalmente, le nuove tecnologie di biologia sintetica potrebbero segnare un ritorno al passato. L’obiettivo più importante è però, naturalmente, ottenere un combustibile sostitutivo del petrolio. Oltre il petrolio: i biocombustibili La sostituzione del petrolio con altre sostanze realizzate artificialmente e rinnovabili avrebbe innumerevoli ed evidenti vantaggi. L’era del petrolio è destinata a concludersi. Non è quindi così lontano nel tempo un futuro con approvvigionamenti sempre più scarsi, con risorse sempre più concentrate in pochi Paesi che gli Stati ricchi o maggiormente sviluppati considerano inaffidabili, con costi sempre più cari e con conflittualità sempre più inevitabili. Le guerre condotte per il controllo del petrolio iracheno sono state un primo tragico segnale. Con la sostituzione del petrolio verrebbero inoltre evitati l’intensivo degrado ambientale e i dissesti economici, politici e sociali provocati dall’estrazione del petrolio che per molti Stati produttori – si pensi alla Nigeria o all’Iraq - si è metodicamente trasformato da una fortuna in una maledizione: «the oil curse», come è comunemente denominato. Se non è prossima la fine dell’era del petrolio, è però prossima la fine dell’era del petrolio a basso prezzo. È quindi ben comprensibile che sull'obiettivo di creare un prodotto idoneo a sostituire il petrolio si concentrino gli sforzi di numerosi istituti di ricerca pubblici e privati. La biologia sintetica offre la possibilità di realizzare combustibili che attenuano i pesanti limiti dei biocarburanti attuali. Oggi i biocarburanti più diffusi sul mercato sono estratti dalla lavorazione delle materie prime agricole, dalle biomasse e dal legno e sono utilizzati per alimentare motori, automobili e macchinari (in effetti, il primo motore diesel, inventato da Rudolf Diesel alla fine del XIX secolo, funzionava con un biocarburante a base di olio di arachidi: la diffusione dei carburanti derivati dal petrolio era ancora agli inizi). Seppur sperimentati e utilizzati a varie riprese e con vario successo nel secolo scorso, solo a partire dagli anni Novanta i biocombustibili si affermano sulla scena mondiale della produzione di energia. I due biocarburanti più diffusi, il biodiesel e l’etanolo, hanno infatti il vantaggio di non creare dipendenza energetica da Paesi politicamente poco affidabili, come la maggior parte di quelli che detengono le riserve petrolifere. Essi possono anche divenire economicamente vantaggiosi (superando così l’ostacolo che in passato ne aveva sempre sfavorito l’uso): molti prevedono che nei prossimi anni il perfezionamento delle tecnologie di produzione renderà i biocarburanti competitivi anche se il prezzo del petrolio dovesse scendere a 25 dollari al barile. Tuttavia, come spesso accade, le soluzioni che sembrano a prima vista più favorevoli hanno dei lati oscuri dal punto di vista dell’ambiente. Non tutto ciò che si ottiene dai vegetali è verde. Infatti, i vantaggi per il ridotto impatto sul clima che avrebbero dovuto costituire uno dei principali incentivi per la diffusione dei biocarburanti risultano, alla luce di studi e verifiche compiute negli ultimi anni, assai ridotti, se non addirittura inesistenti. È vero che i biocarburanti producono emissioni di gas serra assai inferiori a quelle dei combustibili fossili allorché sono utilizzati; ma, se si prendono in considerazione anche tutte le fasi precedenti, a partire dalla predisposizione delle aree per la coltivazione delle piante da convertire in carburante (l’attività agricola, comprensiva dell’impiego di acqua, di irrigazione, di fertilizzanti chimici, di pesticidi, di macchinari, e poi quella industriale di trasformazione delle piante in combustibile) i danni al clima e all’ambiente sono comparabili con quelli del petrolio, se non addirittura superiori. La ricerca più nota in proposito è stata condotta nel 2005 da due noti esperti del settore agroalimentare, David Pimentel e Tad W. Patzek. I due autori hanno analizzato in ogni dettaglio il rapporto fra energia in ingresso e in uscita nella produzione di etanolo da mais, legno ed erba, e nella produzione di biodiesel dalla soia e dalle piante di girasole e hanno concluso che la trasformazione di piante in carburante richiede molta più energia di quella generata dal biocarburante. Per la produzione di etanolo, l’utilizzo di mais richiede il 29% di energia fossile in più rispetto al carburante prodotto, l’erba richiede il 45% in più, e la biomassa di legno addirittura il 57% in più. Per la produzione di biodiesel, le piante di soia richiedono il 27% di energia in più di quella fornita dal carburante, e i girasoli addirittura il 118% in più. Un ulteriore importante aspetto che conferma queste conclusioni è l’enorme consumo d’acqua richiesto per la coltivazione di vegetali da trasformare in biocarburanti: sono necessari circa 9.100 litri d’acqua per far crescere la soia necessaria a ottenere un litro di biodiesel, e 4.000 litri d’acqua per la quantità di mais necessaria a ottenere un litro di etanolo: nell’agosto del 2008, lo Stockholm International Water Institute ha diffuso il risultato di uno studio in base al quale la produzione di biocarburanti richiederà nel 2050 lo stesso ammontare di acqua oggi utilizzato dall’intera agricoltura mondiale. Così i biocarburanti, mentre non attenuano l’emergenza ambientale del cambiamento climatico, contribuiscono all’intensificarsi di un’altra emergenza, non meno grave, costituita dal ridursi delle risorse idriche disponibili. C’è infine un altro aspetto da considerare, il principale secondo molti, costituito dai profili di carattere etico dell’utilizzo di aree destinate alla produzione alimentare prima, e di prodotti agricoli per produrre non cibo ma carburanti poi. La sottrazione di aree agricole all’uso alimentare cui sono destinate per adibirle alla produzione di combustibile appare eticamente dubbia in una situazione mondiale in cui la fame e la sottonutrizione restano il problema prioritario da risolvere. Proprio in considerazione di questi aspetti e di questi problemi, i biocombustibili di seconda generazione sono prodotti utilizzando sostanze la cui coltivazione non richiede un eccessivo consumo d’acqua o può essere dislocata in zone non adatte all’agricoltura tradizionale, come alghe o piante infestanti. Biocombustibili e biologia sintetica È in questa seconda fase di sviluppo che si innesta la ricerca della BS. L’obiettivo è la realizzazione di cellule artificiali che producano sostanze che poi, immesse nelle alghe con opportuni trattamenti chimici o biologici, siano convertibili in combustibile riducendo anche l’impatto sul clima. Così, molte imprese del settore agroalimentare e agrogenetico e molti Governi stanno investendo in programmi volti a sviluppare organismi da utilizzare per produrre biocombustibili. Il Dipartimento dell’Energia del Governo federale ha incaricato Jay Keasling, la scienziata cui già abbiamo accennato, di guidare un ente appositamente costituito, il Joint BioEnergy Institute, dotato di fondi per oltre 100 milioni di dollari al fine di studiare la possibilità di creare un biocombustibile che non produca danni ambientali. Molti progetti sono attualmente in fase di studio. Una società californiana fondata nel 2005 - LS9 – specializzata nella realizzazione di organismi artificiali - brevettati con il marchio Designer Microbes, ha realizzato una particolare specie di batteri che producono un idrocarburo del tutto simile al petrolio (anch’esso oggetto di brevetto con il marchio Renewable Petroleum), con un potere energetico superiore ai biocombustibili attualmente in commercio. Il combustibile realizzato in questo modo sarebbe una fonte di energia rinnovabile sostitutiva del petrolio, pienamente utilizzabile dai mezzi di trasporto. Sarebbe quindi eliminato o comunque fortemente ridotto il problema dell’esaurimento di questo combustibile fossile e tutti i problemi di carattere geopolitico e strategico connessi. L’aspetto negativo tuttavia è che il nuovo combustibile sintetico non avrebbe effetti positivi sul cambiamento climatico, in quanto proprio la somiglianza del prodotto artificiale con il prodotto fossile porterebbe a realizzare emissioni di impatto equivalente sul clima. Positivi effetti sul cambiamento climatico avrebbe invece l’organismo sintetico su cui sta lavorando Synthetic Genomics, utilizzando il metodo chassis cui abbiamo accennato. Il progetto prevede di utilizzare la carrozzeria per la costruzione di un batterio artificiale che, inserito in alghe, assorba mediante la fotosintesi l’anidride carbonica dall’atmosfera, riducendo in questo modo la presenza delle emissioni produttive di cambiamento climatico e la trasformi in idrogeno o metano. In questo modo, il biocombustibile verrebbe ottenuto utilizzando l’eccesso di anidride carbonica presente nell’atmosfera: esso sarebbe quindi non solo neutrale dal punto di vista del cambiamento climatico, ma addirittura contribuirebbe attivamente alla sua riduzione. Infine un terzo progetto, cui sta lavorando un gruppo di ricercatori diretto da James Liao, docente di ingegneria chimica e biomolecolare presso la UCLA, prevede di realizzare artificialmente batteri che, inseriti in alghe, producano direttamente il combustibile mediante un processo di fotosintesi. Questi progetti, tuttavia, richiedono pur sempre la coltivazione di alghe nelle quali inserire gli organismi prodotti biosinteticamente. Devono quindi essere disponibili vaste quantità di territorio da adibire a questo scopo: la produzione di 100 grammi di combustibile per mq al giorno (un risultato eccezionale, tenuto conto che sarebbe 10 volte quanto si ottiene attualmente da alghe non trattate biosinteticamente) richiederebbe alcuni milioni di ettari per soddisfare il fabbisogno annuale di combustibile dei soli Stati Uniti. Lo spazio necessario potrebbe però ridursi in modo sostanziale se si riuscissero a realizzare organismi sintetici che producono combustibile trasformando l’anidride carbonica esistente nell’atmosfera senza far uso della fotosintesi. Varie soluzioni sono da tempo allo studio. Una prima possibilità è quella di creare elettrocombustibili realizzati da organismi che siano alimentati a mezzo di pannelli solari o di energia eolica. Un programma che si propone di sviluppare questa soluzione è attualmente in svolgimento con fondi della Advanced Research Projects Agency-Energy (Arpa-e), un’agenzia federale degli Stati Uniti che sta effettuando massicci investimenti nella ricerca di nuove fonti di energia. Il combustibile ottenuto potrebbe perfino essere più efficiente di quelli prodotti mediante fotosintesi e, soprattutto, potrebbe essere simile all’attuale combustibile diesel, con il vantaggio di poter utilizzare gli impianti di distribuzione attualmente esistenti. Una diversa possibilità prevede l’utilizzo di microorganismi esistenti in natura che vivono in ambienti estremi (per lo più in profondità sotterranee), dove traggono l’energia necessaria alla loro sopravvivenza da molecole inorganiche, come l’anidride carbonica. In questo caso, potrebbero essere utilizzati appositi bioreattori, eventualmente sistemati sottoterra, con un ridotto consumo di aree. A giudizio di tutti gli esperti i prossimi anni saranno decisivi per comprendere come verrà prodotta, in futuro, l’energia di cui abbiamo bisogno. E gli studi, le ricerche e i progetti cui abbiamo accennato inducono molti a pensare che la biologia sintetica offrirà concrete possibilità per ridurre, se non del tutto abbandonare, l’uso del petrolio, ben prima che si ponga il problema del suo esaurimento.
 Fonte tratta dal sito .

domenica 23 settembre 2012

GRILLO A PARMA VS GIORNALISTI - SIETE VOI IL CANCRO

sabato 22 settembre 2012

Dies IREN - la fine degli inceneritori

venerdì 21 settembre 2012

Segnalazioni di settembre su H.A.A.R.P

Si intitola “Scoperte scientifiche non autorizzate” il libro di Marco Pizzuti dedicato alla scienza censurata ed affossata. Il saggio, che è del 2011, ma ristampato nel giugno 2012, merita qualche riga di commento. L’autore è nato a Roma nel 1971, laureato in Giurispudenza, ex ufficiale dell'esercito, opinionista e conferenziere, è uno dei più tenaci tra i divulgatori indipendenti. Da anni svolge ricerche non allineate in ambito storico, economico, medico e scientifico. Ha pubblicato “Rivelazioni non autorizzate”, “Scoperte archeologiche non autorizzate” ed il recente “I mercanti della salute”.

Scoperte scientifiche non autorizzate” solleva molte inquietanti questioni: ripercorre la storia di Nikola Tesla, uno straordinario ed al contempo misconosciuto scienziato che, con oltre 700 brevetti rivoluzionari, ha gettato le fondamenta tecnologiche della società contemporanea. Pizzuti si sofferma poi su molti altri studiosi ribelli condannati all’oblio dall’establishment, dimostrando che l’intreccio tra scienza accademica e potere economico blocca l’umanità in uno stato di schiavitù. L’ostracismo con cui sono stati colpiti molti ricercatori “eretici” è tutt’uno con l’egemonia del sapere ufficiale e con la corte di disinformatori i cui raffazzonati “argomenti” si possono confutare conoscendo, ad esempio, gli studi di Tesla.

Scrive Pizzuti: “L’atmosfera dello strato più basso, pur essendo un isolante perfetto (dielettrico), sotto l’effetto della grande forza elettromotrice prodotte dalle bobine di Tesla conduce liberamente la corrente. L’inventore serbo notò che la conduttività cresceva molto rapidamente con il rarefarsi dell’atmosfera e con l’aumento delle tensioni elettriche, arrivando fino al punto di lasciar scorrere la corrente, come se fosse un filo di rame. Tesla affermò di aver dimostrato in maniera inconfutabile come enormi quantità di energia elettrica potevano essere trasmesse agli strati più alti dell’atmosfera senza limiti di distanza. Nell’articolo comparso sull’Elecrical review del 29 marzo 1899, egli manifestò addirittura il timore di poter incendiare l’atmosfera durante i suoi esperimenti con grandi potenze elettriche.

Sapendo quindi che la parte più bassa dell’atmosfera in condizioni normali è isolante, mentre quella più alta (la ionosfera, n.d.r.) è conduttiva, Tesla ideò una tecnica per trasmettere ed immagazzinare corrente su quest’ultima. Lo scopo era quello di rendere accessibile questa corrente da qualsiasi altra parte del globo mediante l’uso di fasci di particelle conduttive provenienti da terra. L’ingegnoso e futuristico sistema prevedeva, infatti, l’impiego di potenti prioettori di energia radiante che, ionizzando l’aria, avvrebbero creato i corridoi conduttivi necessari per portare e riprendere corrente elettrica da terra. Lo strato d’aria isolante sarebbe stato perforato così da lunghi varchi di aria ionizzata artificialmente. Nelle intenzioni di Tesla, tali “raggi canale” avrebbero consentito il collegamento tra la stazione trasmittente, l’alta atmosfera (caricata di energia) e tutte le altre stazioni riceventi a terra, compresi i mezzi di trasporto (velivoli, treni, navi) equipaggiati con il dispositivo per la reazione di tali corridoi conduttivi. L’alta atmosfera sarebbe stata così usata come un magazzino planetario di energia disponibile sempre e dappertutto per tutta l’umanità...”

Come si può constatare da questo stralcio, già alla fine del XIX secolo erano disponibili i presupposti teorici per influire sulle varie falde dell’atmosfera terrestre. Dunque è probabile che, a distanza di più di un secolo, quelle basi concettuali siano diventate una crudele realtà: si pensi agli apparati che riscaldano la ionosfera con apporti energetici cospicui. Ci riferiamo agli impianti H.A.A.R.P. che non è per nulla peregrino collegare a disastrose manipolazioni climatiche ed ai sommovimenti tellurici. Alla possibilità di scatenare sismi Pizzuti dedica il paragrafo “Terremoto a Manhattan”: le ricerche di Tesla, condotte a Colorado Springs, confluirono in un esperimento che, attraverso oscillatori in grado di entrare in risonanza con la materia, provocò una scossa il cui epicentro fu proprio il laboratorio di Tesla.

Rimanendo in tema, in “X Times” di questo mese, si può leggere un reportage a firma di Gianluca Gualtiero ed intitolato “Il dominio di H.A.A.R.P.” E’ un’inchiesta in cui è descritto un programma bellico che travalica il controllo climatico. Gualtiero conduce la sua indagine privilegiando l’analisi dei risultati conseguiti dal fisico brasiliano Fran De Aquino, secondo i termini dell’articolo elaborato dal fisico Corrado Penna.

Infine segnaliamo un corposo e documentato resoconto di Fabrizio Rendina, “Le micidiali armi di H.A.A.R.P. e D.A.R.P.A.” dove ampio spazio è consacrato al controllo mentale ed agli strumenti strategici di ultima generazione... concepiti probabilmente per sterminare l'ultima generazione. 

Fonte tratta dal sito .

giovedì 20 settembre 2012

IL MITO DELL' INSOLVENZA DEL GIAPPONE


Il più grande “debitore” del mondo è adesso il più grande creditore del mondo

L'enorme debito pubblico del Giappone nasconde un enorme beneficio per il popolo giapponese, il che insegna molto sulla crisi debitoria degli USA.

In un articolo pubblicato su Forbes nell'aprile del 2012, intitolato “Se il Giappone È insolvente, Come Mai Sta Soccorrendo Economicamente l'Europa?"”, Eamon Fingleton faceva notare come il Giappone sia il paese, al di fuori dell'Eurozona, che abbia dato di gran lunga il maggior contributo all'ultima operazione di salvataggio finanziario dell'Euro. Si tratta, scrive, dello “stesso governo che è andato in giro facendo finta di essere in bancarotta (o perlomeno, che ha evitato di opporsi sul serio quando ottusi commentatori americani e britannici hanno dipinto le finanze pubbliche giapponesi come un totale disastro).”

Osservando che fu sempre il Giappone, praticamente da solo, a salvare il FMI al culmine del panico globale del 2009, Fingleton domanda:

“Com'è possibile che una nazione il cui governo si suppone sia il più indebitato tra i paesi avanzati si permetta tanta generosità? (…) L'ipotesi è che la vera finanza pubblica del Giappone sia molto più solida di quanto la stampa occidentale ci abbia fatto credere. Quello che non si può negare è che il Ministero delle Finanze giapponese sia uno dei meno trasparenti del mondo...”

Fingleton riconosce che i passivi del governo giapponese sono ingenti, ma dice che dovremmo guardare anche all'aspetto patrimoniale del bilancio:

“[I]l Ministero delle Finanze di Tokyo ottiene sempre più prestiti dai cittadini giapponesi, ma non per pazze spese statali in patria, bensì all'estero. Oltre a rimpolpare il piatto per far sopravvivere il FMI, Tokyo è ormai da tempo il prestatore di ultima istanza sia del governo statunitense sia di quello britannico. E intanto prende in prestito denaro con un tasso di appena l'1% in dieci anni, il secondo tasso più basso del mondo dopo quello svizzero.”

Per il governo giapponese è un buon affare: può farsi prestare denaro all'1% in dieci anni, e prestarlo agli USA a un tasso dell'1,6 (il tasso attuale dei titoli USA a dieci anni ), con un discreto margine di guadagno.

Il rapporto debito/PIL del Giappone è quasi del 230% , il peggiore tra i più grandi paesi del mondo. Eppure il Giappone resta il maggior creditore del mondo, con un netto di bilancio con l'estero di 3.190 miliardi di dollari. Nel 2010 il suo PIL pro capite era superiore a quello di Francia, Germania, Regno Unito e Italia. Inoltre, anche se l'economia della Cina è arrivata, a causa della sua popolazione in progressivo aumento (1,3 miliardi contro 128 milioni), a superare quella del Giappone, i 5.414 dollari di PIL pro capite dei cinesi è solo il 12% dei 45.920 dei giapponesi.

Come si spiegano queste anomalie? Un buon 95% del debito pubblico giapponese è detenuto all'interno del paese, dagli stessi cittadini.

Oltre il 20% del debito è in possesso della Japan Post Bank [1], dalla Banca centrale e da altre istituzioni statali. La Japan Post è la più grande detentrice di risparmio interno del mondo, e gli interessi li versa ai suoi clienti giapponesi. Anche se in teoria è stata privatizzata nel 2007, è pesantemente influenzata dalla politica, e il 100% delle sue azioni è in mano pubblica. La Banca centrale giapponese è posseduta dallo stato per il 55%, ed è sotto il suo controllo per il 100%. Del debito rimanente, oltre il 60% è detenuto da banche giapponesi, compagnie assicurative e fondi pensione. Un ulteriore porzione è in mano a singoli risparmiatori. Solo il 5% è detenuto all'estero , per lo più da banche centrali. Come osserva il New York Times in un articolo del settembre 2011:

“Il governo giapponese è pieno di debiti, ma il resto del Giappone ha denaro in abbondanza.”

Il debito pubblico giapponese è il denaro dei cittadini. Si possiedono l'un l'altro e ne raccolgono insieme i frutti.

I Miti del Rapporto Debito/PIL in Giappone

Il rapporto debito pubblico/PIL del Giappone sembra davvero pessimo. Ma, come osserva l'economista Hazel Henderson , si tratta solo di una questione di procedura contabile – una procedura che lei e altri esperti ritengono fuorviante. Il Giappone è leader mondiale in parecchi settori della produzione di alta tecnologia, inclusa quella aerospaziale. Il debito che compare sull'altra colonna del suo bilancio rappresenta il premio riscosso dai cittadini giapponesi per tutta questa produttività.

Secondo Gary Shilling
in un suo articolo su Bloomberg del giugno 2012, più della metà della spesa pubblica giapponese va in servizi al debito e previdenza sociale. Il servizio al debito viene erogato sotto forma di interessi ai “risparmiatori” giapponesi. La previdenza e gli interessi sul debito pubblico non vengono inclusi nel PIL, ma in realtà si tratta della rete di sicurezza sociale e dei dividendi collettivi di un'economia altamente produttiva. Sono questi, più dell'industria bellica e dei “prodotti finanziari” che costituiscono una grossa parte del PIL degli USA, i veri frutti dell'attività economica di una nazione. Per quel che riguarda il Giappone, rappresentano il godimento da parte dei cittadini dei grandi risultati della loro base industriale ad alta tecnologia. Shilling scrive:

“Il deficit statale si suppone serva a stimolare l'economia, eppure la composizione della spesa pubblica giapponese, sotto questo aspetto, non sembra molto utile. Si stima che il servizio al debito e la previdenza – in genere non uno stimolo per l'economia – consumeranno il 53,5% della spesa per il 2012...”

Questo è quello che sostiene la teoria convenzionale, ma in realtà la previdenza e gli interessi versati ai risparmiatori interni stimolano, eccome, l'economia. Lo fanno mettendo denaro in tasca ai cittadini, incrementando così la “domanda”. I consumatori che hanno soldi da spendere riempiono i centri commerciali, incrementando così gli ordini di ulteriori merci, e spingendo in su produzione e occupazione.

I Miti sull'Alleggerimento Quantitativo

Una parte del denaro destinato alla spesa pubblica viene ottenuto direttamente “stampando moneta” per mezzo della banca centrale, procedura nota anche come “alleggerimento quantitativo” [Quantitative easing]. Per più di un decennio la Banca del Giappone ha seguito questa procedura; e tuttavia l'iperinflazione che secondo i falchi del debito si sarebbe dovuta innescare non si è verificata. Al contrario, come osserva Wolf Richter in un articolo del 9 maggio 2012:

“I giapponesi [sono] infatti tra i pochi al mondo a godersi una vera stabilità dei prezzi, con periodi alternati di piccola inflazione o piccola deflazione – l'opposto di un'inflazione al 27% su dieci anni che la Fed si è inventata chiamandola, demenzialmente, 'stabilità dei prezzi'”.

E cita come prova il seguente grafico diffuso dal Ministero degli Interni giapponese:



Com'è possibile? Dipende tutto da dove va a finire il denaro prodotto con l'alleggerimento quantitativo. In Giappone, il denaro preso in prestito dallo stato torna nelle tasche dei cittadini sotto forma di previdenza sociale o interessi sui loro risparmi. I soldi sui conti bancari dei consumatori stimolano la domanda, stimolando la produzione di beni e servizi, facendo aumentare l'offerta. E quando domanda e offerta aumentano insieme, i prezzi restano stabili.

I Miti sul “Decennio Perduto”

La finanza giapponese si è a lungo ammantata di segretezza, forse perché quando il paese era maggiormente disposto a stampare denaro per sostenere le proprie industrie, si è fatto coinvolgere nella II Guerra Mondiale . Nel suo libro del 2008, In the Jaws of the Dragon, Fingleton suggerisce che il Giappone abbia simulato l'insolvenza del “decennio perduto” degli anni 90 per evitare di incorrere nell'ira dei protezionisti americani a causa delle sue fiorenti esportazioni di automobili e altre merci. Smentendo le pessime cifre ufficiali, durante quel decennio le esportazioni giapponesi aumentarono del 75%, ci fu un incremento delle proprietà all'estero, e l'uso di energia elettrica aumentò del 30%, segnale rivelatore di un settore industriale in espansione. Arrivati al 2006, le esportazioni del Giappone erano diventate il triplo rispetto al 1989.

Il governo giapponese ha sostenuto la finzione di adeguarsi alle norme del sistema bancario internazionale, prendendo “in prestito” il denaro invece di “stamparlo” direttamente. Ma prendere in prestito il denaro emesso da una banca centrale proprietà dello stesso governo è l'equivalente pratico di un governo che il denaro se lo stampi, in particolare quando il debito continua a rimanere nei bilanci ma non viene mai ripagato.

Implicazioni per il “Precipizio Fiscale”

Tutto questo ha delle implicazioni per gli americani preoccupati per un debito pubblico fuori controllo. Adeguatamente guidato e gestito, a quanto pare, il debito non deve far paura. Come il Giappone, e a differenza della Grecia e degli altri paesi dell'Eurozona, gli USA sono gli emittenti sovrani della propria valuta. Se lo volesse, il Congresso potrebbe finanziare il proprio bilancio senza ricorrere a investimenti esteri o banche private. Potrebbe farlo emettendo direttamente moneta o facendosela prestare dalla propria banca centrale, a tutti gli effetti a zero interessi, dato che la Fed versa allo stato i suoi profitti dopo averne sottratto i costi.

Un po' di alleggerimento quantitativo può essere positivo, se il denaro arriva allo stato e ai cittadini piuttosto che nelle riserve bancarie. Lo stesso debito pubblico può essere una cosa positiva. Come testimoniò Marriner Eccles , direttore della Commissione della Federal Reserve, in un'audizione davanti alla Commissione Parlamentare Bancaria e Valutaria [ House Committee on Banking and Currency] nel 1941, il credito dello stato (o il debito) “è ciò in cui consiste il nostro sistema monetario. Se nel nostro sistema monetario non ci fosse il debito, non ci sarebbe nemmeno denaro”.

Adeguatamente gestito, il debito pubblico diventa il denaro che i cittadini possono spendere. Stimola la domanda, finendo per stimolare la produttività. Per mantenere il sistema stabile e sostenibile, il denaro deve avere origine dallo stato e i suoi cittadini, e finire nelle tasche del medesimo stato e dei medesimi cittadini.

Ellen Brown è avvocato a Los Angeles e autrice di 11 libri. In Web of Debt: The Shocking Truth about Our Money System and How We Can Break Free,mostra come un monopolio bancario abbia usurpato il potere di emettere valuta, sottraendolo alla sovranità del popolo, e come il popolo possa riappropriarsene. Altri articoli di Ellen Brown. Il suo sito personale.
Fonte tratta dal sito .

mercoledì 19 settembre 2012

Ex-agente KGB rivela le tecniche di controllo mentale


Un ex ufficiale del KGB ha divulgato segreti particolari di tecniche di controllo mentale che i servizi segreti nelle nazioni sviluppate hanno usato durante e dopo la Guerra Fredda, un quotidiano di governo russo ha detto: Il Generale Boris Ratnikov, che ha prestato servizio nel dipartimento del KGB a Mosca, ha riferito che i governi hanno fatto sempre ricorso a vari metodi per manipolare i pensieri degli individui fin dai tempi antichi, e che non c’è da stupirsi che i servizi segreti attuali hanno adottato questa pratica quando la stessa ha acquisito un fondamento scientifico nel 20° secolo.

“È difficile immaginare la guerra che scoppiò in questo settore nella prima metà del secolo scorso. Sembrerebbe quasi un'esagerazione dire che a volte le battaglie reali sono state condotte in questo modo”.

Verso la metà degli anni ‘80, circa 50 istituti di ricerca in Unione Sovietica, hanno studiato tecniche di controllo mentale a distanza, la ricerca è stata sostenuta da finanziamenti statali, ma tutti i loro sforzi sono stati interrotti con la fine dell'impero sovietico nei primi anni ‘90.

Ratnikov, successivamente vice capo e poi consulente senior presso la Guardia Federal Service dal 1991 al 1997, aveva il compito di salvaguardare alti funzionari nella Russia post-sovietica, da qualsiasi influenza esterna sul loro subconscio.

Il generale ha oltretutto affermato con enfasi, che lui ei suoi colleghi non hanno mai manipolato la mente dell’allora presidente Boris Eltsin, o dell’economo riformatore Egor Gaidar, ma ha sostenuto di aver usato la lettura della mente, per salvare il primo presidente russo e il paese da una guerra con la Cina.

Yeltsin programmò di visitare il Giappone nel 1992, ma il dipartimento Ratnikov, ha rilevato tentativi di 'programma' mentale sul presidente per fargli cedere le Isole Curili, La mossa avrebbe portato a richieste provenienti dalla Cina per riconquistare i suoi territori contesi dalla Russia, provocando così un conflitto che avrebbe potuto portare ad una guerra tra vicini di casa.

Eltsin quindi dovette annullare il viaggio.

Un'altra delle rivelazioni del generale è che funzionari di alto livello in Europa occidentale e negli Stati Uniti, hanno involontariamente fornito informazioni al suo reparto, che è stato in grado di leggere nelle loro menti.

Nei primi anni ‘90, Ratnikov e suoi colleghi hanno “scansionato” la mente del nuovo ambasciatore statunitense Robert Strass, e si accorsero che nell'edificio dell'ambasciata erano contenute apparecchiature psicotroniche che sarebbero servite ad esercitare un'influenza sui residenti di Mosca, ma (ha rivelato il generale al giornale) venne disattivato.

Ulteriori dettagli sulle armi psicotroniche: Ratnikov ha detto che sebbene la Russia, gli Stati Uniti e altri paesi avevano la tecnologia necessaria, era pericoloso usarla, perché c’era il rischio che sia il gestore del arma, che la persona che avrebbe dato l'ordine di usarla, sarebbero potuti improvvisamente cadere gravemente malati o addirittura morire.

Fonte tratta dal sito .

martedì 18 settembre 2012

LA FED HA STAMPATO SEDICIMILA MILIARDI PER LA BANCHE

In un solo anno il Federal Reserve System ha stampato e distribuito tra i suoi amici - maghi-banchieri Sedici trilioni di dollari, una somma superiore a dieci volte il PIL della Russia. Questa sorprendente rivelazione è stata fatta durante la prima audizione ufficiale dell’Ufficio Nazionale dei Pagamenti (GAO) e messa a tacere dalla stampa occidentale. C'è stata solo una breve recensione della rivista "Forbes", in cui si esprime sorpresa per il velo di silenzio che ha avvolto questa fantastica conclusione.

Che cosa significano queste cifre incredibili e chi sono le persone che si nascondono dietro queste operazioni gigantesche? Il Sistema della Federal Reserve (SFR) svolge il ruolo di Banca di Stato degli Stati Uniti, vale a dire stampa tanti bei foglietti verdi che poi spaccia come valuta mondiale. Ma il SFR non appartiene al governo degli Stati Uniti e nemmeno al popolo americano - è una società particolare, che assunse questa funzione nel lontano anno 1913 dopo un accordo segreto tra i leader politici e i banchieri, a Jekyll Island.

Da quel momento tutte le banche che appoggiano la SFR guadagnano cifre immense - ogni dollaro che consegnano è un prestito che produce gli interessi corrispondenti. Dal 1991 anche la Russia ha cominciato a pagare un tributo alla SFR (infatti il ​​sistema finanziario della Federazione Russa non è indipendente, N. di T.).

Ai libertari americani (da non confondere con gli anarchici - N. di T.) non piace la SRF. Qualcuno la considera la fonte di tutti i mali del mondo. Eustace Mullins, deceduto non molto tempo fa, negli anni cinquanta scrisse insieme al grande poeta e pensatore americano Ezra Pound, il libro "I Segreti della Federal Reserve", libro che fu bruciato, vietato – ma che malgrado tutto fu venduto in milioni di copie.

Da allora parlare del Sistema della Federal Reserve (SFR) negli Stati Uniti è diventato qualcosa di cattivo gusto e il modo migliore per rovinarsi la carriera, quasi quanto parlare dei Savi di Sion.

Ma un paio di anni fa il temerario senatore ribelle Ron Paul, che quest'anno è stato quasi candidato presidente degli Stati Uniti per il Partito Repubblicano, ha nuovamente sventolato la bandiera anti-SRF. Ha chiesto una auditoria aperta su questa società, sostenuto dal democratico - membro del Congresso Dennis Kucinich, che anche lui aveva provato a concorrere per la presidenza, e dal senatore indipendente Bernie Sanders.

Sono riusciti a far solo a far passare la risoluzione del Congresso che obbliga la SRF ad aprire i libri contabili al GAO, nonostante le proteste dei banchieri, in primis di Ben Bernanke e di Alan Greenspan.

L'audit - la prima dal 1913 – si è svolta ed i risultati sono stati pubblicati ufficialmente - ma messi subito sotto silenzio dalla stampa più libera del mondo, quella nordamericana. I dati dell’indagine dicono che durante e dopo la crisi del 2008 “la SRF ha emesso segretamente e distribuito 16.000 miliardi di dollari alle banche più vicine, e che poi queste li hanno spartiti distribuendo utili e premi di produzione tra i loro banchieri.”

La SRF ha chiamato questa operazione "credito" ma non ne ha restituito nemmeno un centesimo, oltretutto il "prestito" era anche senza interessi.

Per dare un'idea delle cifre di cui si parla :

  • Il PIL degli Stati Uniti è $ 14 mila miliardi,
  • Il debito nazionale degli Stati Uniti è di $ 14 mila miliardi
  • Il bilancio annuale degli Stati Uniti è $ 3,5 mila miliardi.

Tra chi ha ricevuto i “crediti” ci sono:

* Goldman Sachs - $ 814 miliardi;
* Merrill Lynch - $ 2000 miliardi;
* Citigroup – $ 2500 miliardi;
* Morgan Stanley - $ 2000 miliardi;
* Bank of America - $ 1300 miliardi;
* The Royal Bank of Scotland - $ 500 miliardi;
* Deutsche Bank - $ 500 miliardi;

Quando è cominciata la crisi, il Congresso degli Stati Uniti, dopo lunghi dibattiti, approvò uno stanziamento di $ 800 miliardi per "salvare" le banche colpite. Ora scopriamo che la SRF ha distribuito molti più soldi per per aiutare le banche, senza chiedere nessun permesso alle autorità democraticamente elette.

Il senatore Sanders ha scritto sul suo sito: "Per questo motivo nel paese, guidato da questa succursale di Washington, e che deve essere esempio (per molti liberali russi) si è sviluppata la più iniqua distribuzione della ricchezza e del reddito."

Hanno più soldi i 400 nord-americani più ricchi del paese che 150 milioni di concittadini nord-americani. I 6 eredi della catena di supermercati Wal-Mart hanno più soldi di tutto il 30% degli americani messi insieme.

L'1% possiede il 40% della ricchezza del paese mentre il restante 60% possiede meno del 2% .

Ora dobbiamo ammettere che la ricchezza non si crea con il lavoro e nemmeno l’ingegno – si tratta dello stesso processo di appropriazione e di macchinazioni che sono avvenute nella Russia di Eltsin, come recentemente è stato ricordato a Londra, durante il processo tra due noti oligarchi russi Abramovich contro Berezovsky (i russi hanno chiamato questo processo "lotta tra due vampiri" - N. di T.).

La corruzione e l’appropriazione indebita di denaro pubblico non sono una caratteristica della Russia di Putin, come cerca di convincere Navalny e i suoi colleghi, ma è la matrice stessa del capitalismo finanziario.
Fonte tratta dal sito .

lunedì 17 settembre 2012

Monti ammette che le sue scelte hanno portato l'Italia in recessione


Il prof Monti ha finalmente ammesso, di fronte ad un’ineludibile evidenza, che la sua azione di governo ha consapevolmente portato l’Italia in recessione, aggiungendo che questo era necessario.

Sì, ma per chi?

Sin dal suo insediamento a Palazzo Chigi noi, consci che non sono i sacrifici a far paura se c’è la percezione che servano effettivamente a rimettere il Paese in carreggiata, lo invitammo ad ignorare il falso problema dello spread, che dipende solo per il 20 % dal sistema-Italia e per il resto dall’euro e dall’Europa, per concentrarsi su misure per il rilancio dell’economia e dell’occupazione, nonché per l’ammodernamento dell’Italia culla di privilegi, di sprechi e di corruzione dilagante.

Ed invece no, il prof si è limitato solo ad inasprire le tasse esistenti ed a liberare una perfida, ancorché fertile immaginazione, per inventare nuove tasse, oboli e balzelli, portando la pressione fiscale dal 43 al 56 % abbondante in meno di 10 mesi. Ed ora noi ci domandiamo che fine abbia fatto l’enorme gettito fiscale che tra manovre last-minute del governo esautorato e quelle varate da Monti supera i 130 miliardi.

Dove sono finiti questi soldi, visto che nel frattempo il debito è aumentato di quasi 5 punti di Pil, una settantina di miliardi, e che se non si inverte il trend anziché ridursi continuerà a crescere al ritmo di 2700 € al secondo, ovvero 162mila euro al minuto, 9,7 milioni l’ora, 233 milioni al giorno, 85 miliardi l’anno, mentre l’economia va a rotoli ed a crescere sono solo la disoccupazione e l’incertezza per il futuro?

Il prof Monti ha inanellato una sequela interminabile di misure sbagliate o controproducenti rispetto all’esito sperato, alcune veramente inique ed assolutamente ingiustificate. Ha messo mano al sistema pensionistico da tutti definito il più equilibrato d’Europa con l’ingannevole motivazione che si assiste al progressivo allungamento della vita media dei lavoratori, come se il periodo di capacità lavorativa dei soggetti si allungasse di pari misura con la durata della vita.

Come prodotto abbiamo ottenuto un esercito di esodati, mantenere i quali nei prossimi 5 anni costerà alla collettività molto di più di quanto si possa risparmiare ritardandone il pensionamento, senza dire che di fatto s’è cancellata la pensione di vecchiaia per un paio di generazioni, mettendo insieme l’allungamento del periodo contributivo, con l’accertata impossibilità per i giovani di trovare un’occupazione durevole prima dei 30-35 anni.

Ha voluto introdurre l’Imu sulla prima casa e triplicarla per la seconda. Risultato: ha distrutto il mercato immobiliare e quello degli affitti, creando uno stuolo di senzatetto e depauperando il relativo patrimonio nazionale di almeno un buon 20 % che corrisponde alla svalutazione degli immobili dovuta a questa iniziativa. Chi, come e quando ripagherà gli italiani di queste enormi perdite?

Ha varato una riforma del lavoro per rendere più flessibile l’utilizzo delle risorse umane, ottenendo invece il risultato ignobile di rendere più difficile, se non impossibile, e per legge, la riconversione dei precari, i quali addirittura sono passati dal 60 all’80 % dei nuovi assunti, anziché diminuire. Invece di attrarre capitali ed investimenti ha fatto scappare dall’Italia investitori ed imprenditori e creato enormi difficoltà ad imprese e famiglie.

Ma lui è stato bravo a distogliere l’attenzione degli italiani dai problemi reali per concentrare la loro attenzione solo sullo spread, presentato come un totem, un feticcio da idolatrare ed al quale immolare “sacrifici umani” perché se ne stesse buono e non sfogasse la sua collera su di noi ancor più di quanto non avesse già fatto.

Supponiamo che quello che ha fatto Monti lo avesse fatto un qualsiasi altro premier, diciamo un D’Alema, un Berlusconi, un Prodi, un Amato, un Dini, alla guida di un governo di qualsivoglia colore politico, di destra, di sinistra, di coalizione. Che gli avremmo detto a questo premier ed a questo governo se dopo dieci mesi avesse fatto crollare i consumi essenziali del 3,5 %, quelli durevoli del 10 %, avesse fatto crollare la produzione industriale del 10 %, avesse fatto aumentare la pressione fiscale del 30 %, avesse creato 500mila nuovi disoccupati e continuasse a crearne altri 1000 al giorno, avesse provocato la chiusura di decine di migliaia di imprese, stesse demolendo settori produttivi dove l’Italia è (era?) leader come quelli della cantieristica di lusso, della moda, dell’artigianato, avesse varato riforme oscene o velleitarie come quelle di Monti per il fisco, i tagli della spesa pubblica, del lavoro, senza nemmeno intaccare l’evasione fiscale, il lavoro in nero, i privilegi della Casta, le commistioni tra corruzione, clientele, politica e cosche mafiose, né soprattutto aver mosso un dito o speso un euro a favore della ripresa, degli investimenti, dei consumi, del sostegno a famiglie ed imprese e che nemmeno riesce a farsi restituire due Marò sequestrati da quelli che proteggevano nell’ambito di una missione predisposta dalle Nazioni Unite?

Ora la domanda è: come è potuto accadere tutto questo senza che la stampa si sia indignata, che i sindacati abbiano fatto le barricate, la gente sia scesa a milioni per strada armata di forconi e badili? Semplice. Monti è stato un abile illusionista, come quelli che mettono una ragazza nella scatola e sembra che la sezionino in tre parti prima di ricomporla, un evidente fenomeno di suggestione collettiva perché altrimenti la protagonista non sopravviverebbe all’esperimento.

Monti ha usato, con la connivenza del Quirinale, dei poteri forti, della stampa di regime, della sinistra sfascista che tanto peggio per noi tanto meglio per loro, delle banche, della massoneria bilderberghiana d’Europa, d’Asia e d’America “l’imbroglio dello spread” come arma di ricatto per imporci e farci accettare tutto quello che mai da nessun altro avremmo accettato, con l’aggravante che di lui c’era da fidarsi solo perché tecnico e non politico.

È stata la pistola dello spread puntata alla tempia ad indurre il Paese ad accettare enormi sacrifici purchè si ponesse termine a quella roulette russa che, ci veniva spiegato, avrebbe potuto condurci alla morte di un completo default finanziario. Tutte bugie, tutte menzogne, a cominciare da quelle con le quali Monti ha esordito circa l’impossibilità di pagare stipendi e pensioni.

Noi ci siamo insospettiti dopo due settimane dalla creazione del nuovo governo, quando Monti non ha neanche accennato alla più urgente e fondamentale, per noi italiani, delle riforme: quella del sistema bancario. Noi ci permettemmo non di indicare al premier, un tale professore non ha bisogno delle nostre modeste indicazioni, ma semplicemente di segnalare quella delle banche come la riforma che da sola sarebbe stata capace se non di ridurre significativamente lo spread, perlomeno di sradicarne gli effetti nefasti sull’indebitamento nazionale e ridurne l’impatto sul sistema produttivo.

Le banche dovrebbero avere il ruolo di intermediari tra i risparmiatori ed il mercato finanziario a sostegno dello sviluppo del Paese, quello cioè per finanziare le imprese, le opere di interesse per la collettività, ma anche i consumi e le famiglie. Per metter insieme i capitali per svolgere il loro ruolo, le banche procedono alla raccolta del risparmio, dopodiché, se il sistema è sano, il plusvalore creato dagli interessi applicati su prestiti e finanziamenti andrebbero equamente distribuiti tra le banche stesse – a copertura dei costi di gestione e dei dividendi agli azionisti – e per remunerare i risparmiatori.

È evidente che in questo schema nessuna banca può mai fallire ed i risparmiatori sono tutelati, mentre l’economia cresce e con essa il benessere. Se però le banche si fanno ingolosire dalla prospettiva di facili guadagni tutti a favore dei propri avidi azionisti fregandosene dell’economia e del Paese, ecco che il risparmio raccolto viene indirizzato verso operazioni speculative, spesso troppo disinvolte e sempre molto rischiose che possono causare alle banche pesanti perdite con l’impossibilità di restituire quanto raccolto dai risparmiatori.

Per decenni se ne sono tutti fregati di questo andazzo, perché lo schema era questo: ci teniamo le plusvalenze della speculazione quando va bene, ci mettiamo a piangere e ci facciamo ripianare le perdite dallo Stato con il ricatto del fallimento, dei posti di lavoro persi, le scese in campo dei sindacati, quando va male.

Del resto non è che “banchieri e finanzieri” siano extraterrestri piovuti da chissà dove, ma è gente che ha parenti, conoscenze, amicizie, che crea lobbies, intrecci, connessioni con quelli che contano nella società, nell’opinione pubblica, nei media, nella politica e si crea un sistema di connivenze difficile da scoperchiare e debellare, per cui si può sempre contare su un occhio di riguardo, sulla gratitudine di chi si è gratificato con sostegni nella politica, nella carriera professionale, o con altri strumenti di pressione o generose elargizioni.

Però, se poi succede che i titoli speculativi si incrocino e si affastellino a centinaia di miliardi senza più alcuna connessione con l’economia reale, e secondo le ultime valutazioni i derivati finanziari ammontano a circa 12 volte il valore della somma dei Pil di tutti i paesi del mondo messi insieme, si capisce bene che non c’è verso di poter fermare l’effetto domino che si scatena quando una banca fallisce perché non è pagata da un’altra banca fallita che ha fallito perché hanno fallito le sue banche debitrici, e così via. Cioè, quando avviene quello a cui abbiamo assistito dal 2007 ad oggi.

Che fare?

C’è solo un modo sicuro, rapido ed indolore per porre fine a questo terrificante fenomeno come potrebbe insegnarci un prof di Economia della Bocconi, cioè la suddivisione delle banche in due categorie: le banche d’affari, libere di speculare come pare e piace a loro, ma solo con i soldi degli azionisti, vietando loro cioè raccolta ed impiego del piccolo risparmio, e le banche commerciali, quelle cioè vocate alla raccolta di fondi dei risparmiatori da indirizzare solo verso impieghi produttivi, cioè a sostegno del consumo, delle famiglie, degli artigiani e delle imprese, senza nessuna possibilità di promozione di prodotti finanziari di qualsivoglia natura.

È un concetto semplice, facile da implementare, una soluzione radicale e definitiva del problema dello spread, dei prodotti derivati infetti, e via cantando.

Perché Monti non ha fatto questa riforma, ma ne ha fatte altre a vantaggio del sistema bancario?

Perché per le concentrazioni finanziarie è sicuramente molto più vantaggioso investire il proprio denaro con la copertura pubblica quando va male, piuttosto che rischiare di rimetterci le proprie penne quando gli investimenti sono fallimentari. Quando parlano di ricapitalizzazione delle banche, è questo che dicono, dateci i soldi per ricostituire il capitale intaccato o sgretolato dalle perdite da attività speculative.

Dove sta il trilione di euro, mille miliardi, emessi all’inizio di quest’anno dalla Bce?

Ci hanno sostenuto imprese e consumi?

No, se li sono tenuti le banche, a cominciare da quelle italiane con 250 miliardi, per ricapitalizzarsi gratis, perché all’1 % è gratis.

E quando la Bce, che già ne ha una quantità smisurata, continuando a comprare titoli infetti o svalutati si sarà completamente infettata per trilioni di euro, chi credete sarà chiamato a pagare il conto del risanamento del sistema bancario europeo per non essere declassati e far fallire l’intera Europa?

Noi, i disoccupati, i lavoratori, i professionisti, i pensionati, i commercianti, i neonati, tutti noi.

A che altro sarebbe servito se no Monti ed i suoi compari di merende della Ue?

Però, a questo punto, ci aspettiamo che in un rigurgito di dignità almeno ammetta che quello dello spread era solo un imbroglio, uno squallido ed artificioso espediente per difendere i privilegi dei poteri forti, delle grandi concentrazioni finanziarie, delle banche, e che il salvataggio dell’Italia non c’entrava niente.

Tanto Napolitano sta alla fine del suo mandato, ed è troppo anziano per sottoporlo ad un procedimento di impeachment per il golpe col quale ha esautorato un governo legittimo e maggioritario al Parlamento, mentre Monti ha tanti “amici” che lo proteggeranno ed impediranno che sia inviato sotto processo per i danni materiali, morali e le sofferenze causate al Paese. Per cui vedrete, cederà e quando sarà al sicuro e prima o poi ce lo dirà.

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domenica 16 settembre 2012

Buenos Aires seppellisce il Corralito

L’Argentina ha finito di pagare il suo debito.
A poco più di dieci anni dal default, un crack del valore di oltre 100 miliardi di dollari, Buenos Aires ha onorato l’impegno preso con i detentori delle obbligazioni che in seguito a quella crisi e si trasformarono in carta straccia. Con il Corralito, il nome con cui vennero etichettate le misure economiche adottate dal ministro dell’Economia Domingo Cavallo a fine 2001 per tamponare gli effetti della crisi, si cercò di porre un freno alla corsa agli sportelli congelando i conti bancari e proibendo il prelievo dai conti in dollari americani.

I risparmiatori si trovarono allora di fronte a due scelte: convertire i depositi in pesos - una valuta dal valore crollato - per accedere a quanto era rimasto dei risparmi, oppure accettare in cambio il titolo Boden 2012 in valuta Usa, un pezzo di carta che conteneva la promessa che il governo avrebbe ripagato l’ammontare in dollari nel corso dei 10 anni successivi. Il Corralito venerdì è stato definitivamente sepolto dal pagamento dell’ultima tranche del debito.

“Non è un giorno qualsiasi nella storia del calendario delle scadenze del debito pubblico”, ha detto il giorno prima il ministro dell’economia Hernan Lorenzino, ricordando che quel nome “è stato il simbolo della peggior crisi economica e sociale della quale abbiamo memoria”. Durante le celebrazioni, giovedì, del 158esimo anniversario della Borsa di Buenos Aires, anche la “presidenta” Cristina Fernandez ha voluto celebrare questa pietra tombale messa sul debito argentino: “Non ho avuto nulla a che vedere con tale passo (le misure economiche del 2001-2002, ndr), ma con il pagamento dell’ultima quota del Boden saremo più liberi”, ha affermato.

Ma se non fu l’attuale capo di Stato a decidere l’istituzione di quei titoli, sono stati lei e il defunto marito e predecessore, Nestor Kirchner, a promuovere e portare avanti la politica di ‘sdebitamento’ che ha portato l’Argentina a onorare il suo debito con i risparmiatori attraverso la ristrutturazione, con tagli del 70% del debito estero (accettata dal 96% dei possessori di bond) e l’estinzione, con le riserve nazionali, dei circa 10 miliardi di dollari dovuti all’Fmi.

Una politica che ha tirato fuori l’Argentina dalla palude dell’indebitamento facendola diventare una potenza economica in costante crescita. Il pagamento del debito, ha affermato Cristina, “ci ha assicurato una indipendenza immensa dall’attività dei mercati”. Un’esperienza che dovrebbe insegnare qualcosa ai Paesi che oggi in Europa,vivono una crisi che ricorda molto da vicino quella che portò al default di Buenos Aires. Lo ha sottolineato la stessa “presidenta”, che ha messo in guardia il Vecchio Continente: “C’è una incredibile crisi speculativa (nel mondo, ndr) come poche volte si è vista, causata da una crisi che noi conosciamo bene”.

Un fatto che “non conosce precedenti, sono fuggiti dalla Spagna capitali per 200miliardi di dollari, Francia e Germania nella terza settimana del mese hanno collocato il debito allo 0,007 a tre mesi e dopo, la settimana successiva, lo hanno portato allo 0,003 per cento (…) questo per pagare la gente, per fargli tenere i soldi nelle banche”, ha sottolineato Cristina, puntando il dito contro i colossi finanziari responsabili della crisi, quella che 11 anni fa colpì l’Argentina e quella che oggi attanaglia l’Europa. Da Buenos Aires arriva un segnale, un avvertimento all’Europa. Ma soprattutto viene un insegnamento: il modello argentino ha avuto successo, e in un contesto di crescita economica e di rafforzamento delle reti di protezione sociale, senza l’imposizione delle misure di austerity che oggi stanno invece mettendo in ginocchio i popoli europei.

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sabato 15 settembre 2012

Cieli candidi grazie agli aerosol atmosferici dissimulati di ultima generazione

Clicca per ingrandireMentre ci si avvicina a grandi falcate verso uno Stato totalitario europeo, con la totale sotttomissione al Diktat dei grandi banchieri, le attività di aerosol clandestine divengono sempre più insidiose: ormai è prassi consolidata la dispersione aerea di nanoparticolato non identificabile con le classiche scie che, sino a qualche anno addietro, sfregiavano quotidianamente i nostri cieli.

Ora le tecniche sono molto più sofisticate e potremmo definirle “Aerosol atmosferici dissimulati di ultima generazione”. Il risultato è un cielo sempre più finto e denso di neurotossici composti eletroconduttivi micronizzati, ben visibili soprattutto nelle ore immediatamente successive al tramonto, poiché, non più sospinti dalle correnti ascensionali, ricadono al suolo, contaminando acqua, terreno, piante e rendendo l'aria irrespirabile.

Il caratteristico odore di solfati tradisce che quanto viene disperso ha stretta correlazione con il sorvolo a bassa quota di velivoli militari, impegnati, 24 ore su 24, nell'eliminazione della nuvolosità naturale e nella riduzione dell'umidità atmosferica.

I servizi meteo militarizzati, intanto, riconducono tutto alla normalità, attraverso dispacci ingannevoli e tranquillizzanti.

In questo contesto di distruzione totale sia dell'economia sia degli ecosistemi, la maggior parte delle masse non si rende conto di essere sospinta verso il baratro, mentre il Leviatano opera silenziosamente per la progressiva eliminazione delle voci libere, vuoi con la censura vuoi con l'uso improprio della Magistratura vuoi con le intimidazioni ed il discredito.

Una schiera sempre più folta di mercenari opera nella totale impunità ed anzi viene coperta e spalleggiata da quelle stesse autorità che dovrebbero esigere il rispetto della legge. Così, ecco che personaggi ormai noti per le loro scorribande sulla Rete, gestiscono su Facebook, in tutta tranquillità, pagine che, con la promessa di un I-Phone Apple, incitano alla... parole testuali, “eliminazione dalla Rete di Rosario Marcianò e del Comitato Tanker Enemy”.

Questi episodi sarebbero tutto sommato risibili, se non fosse che, in Germania, nel novembre 1938, occorse la famigerata “notte dei cristalli”.

La caccia al “diverso”, in quanto non allineato al sistema, è cominciata anche qui, in questo paese che si definisce “democrazia”, ma che, nei fatti, risulta essere il brodo di coltura di delinquenti assetati di sangue.

Alcuni di voi potrebbero immaginare che dietro quelle pagine, votate all'insulto ed alla minaccia, si nascondano solo ragazzini annoiati, mentre scopriamo che gli amministratori sono persone adulte, tra cui medici, dirigenti ospedalieri, ingegneri, giornalisti, tecnici informatici, biologi, geologi..

Si comprende quindi che costoro sono individui organici al sistema e che non agiscono per caso, ma perseguono un programma scritto da menti raffinate che operano con la totale e piena collaborazione delle autorità. Così, mentre ci si avvia velocemente all'eliminazione della moneta cartacea, portando così al controllo totale dei pochi dissidenti rimasti, i negazionisti operano con un solo scopo: eliminare, con ogni mezzo disponibile, la testa del movimento che si oppone alla geoingegneria clandestina.

Le Previsioni per i prossimi giorni in Italia si possono leggere nell'articolo originale commentato dai lettori dove si può proporre un proprio commento.

NOTA: Le condizioni meteo e le attività di aerosol clandestine sono previste in base alle informazioni indirettamente fornite dal Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare. Dati a loro volta incrociati con le previsioni fornite dai portali meteo che sono debitamente informati delle operazioni di geoingegneria clandestina sul territorio italiano ad opera dei militari.

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venerdì 14 settembre 2012

Addio sovranità alimentare: Monti dichiara illegale l’agricoltura a “chilometro zero”


Chi controlla il petrolio controlla le nazioni, chi controlla il cibo controlla il popolo“, è questo il pensiero di Henry Kissinger, ex Segretario di Stato dell’era Nixon e Ford e membro portante del gruppo Bilderberg.

Forse la possente azione dell’Unione europea, imbastita per dare l’assalto alla sovranità alimentare dei singoli stati, ha avuto origine da questo spassionato consiglio del famoso politico statunitense.

Fin dal 1998 è in vigore una direttiva comunitaria che riserva la commercializzazione e lo scambio di sementi alle ditte sementiere (Monsanto e altre multinazionali) vietandolo agli agricoltori. Ciò che i contadini hanno fatto per millenni è diventato un reato. Per far fronte a questa imposizione sono nate varie associazioni di volontari impegnati nel recupero delle varietà antiche e tradizionali, con lo scopo di preservare e distribuire a chi le richiede, sementi fuori dal catalogo uffìciale affidato alle mani delle multinazionali.

Con sentenza del 12 luglio, la Corte di Giustizia della UE ha confermato il divieto di commercializzare le sementi delle varietà tradizionali e diversificate che non sono iscritte nel catalogo ufficiale europeo.

Con questa sentenza sono messe fuorilegge anche le suddette associazioni di volontari. Essi sono criminali delle sementi, sporchi tradizionalisti che mirano alla condivisione incontrollata del bene comune.

Ma non è finita qui.

Il nostro premier golpista Mario Monti ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro l’agricoltura a “chilometro zero”. In pratica il governo vuole bloccare alcuni atti normativi della Regione Calabria, rea di aver legiferato oltre la sue competenze stabilite in materia.

Secondo il governo oligarchico la legge regionale contiene delle disposizioni che, nel favorire la commercializzazione dei prodotti regionali, ostacolerebbero la libera circolazione delle merci in contrasto con i principi comunitari. In sostanza, la normativa regionale viene considerata alla stregua di un provvemento di natura quasi autarchica tale che i prodotti regionali avrebbero un vantaggio considerato contrario al principio di libera circolazione delle merci rispetto ai prodotti extraregionali.

(Qui troverete il Comunicato ufficiale del governo tecnocrate contro l’agricoltura a “Km zero”)

E’ chiaro che il ricorso mira a liberare il campo alle multinazionali da qualsiasi tipo di concorrenza.

Distruggono le aziende locali, devastano il tessuto sociale e rendono il popolo completamente dipendente da strutture extraterritoriali e multinazionali senza scrupoli. Annientano la tradizione, distruggono l’identità e le coscienze per imporre il loro progetto di governo mondiale.

Il controllo delle sementi, quindi dell’agricolura, e di conseguenza degli alimenti è il chiaro segno che si aprono il varco per l’introduzione delle colture Ogm.

Attentano alla basi della coesione sociale. L’agricoltura, ricordiamolo, è un bene comune nato 10.000 anni fa. Da quando l’uomo ha fatta propria questa arte, sono nati i primi centri urbani, le prime aggregazioni civili, è stata la base dello sviluppo della società che oggi andiamo demolendo.

Il culto dell’ugualianza e dell’omologazione sta per convertire le diversità agro-alimentari.

Quando tutto il cibo apparterrà alle multinazionali come faremo? E’ questa l’anticamera della nuova schiavitù?

Fonte tratta dal sito .