domenica 28 aprile 2013

NATO E BCE, CON TANTI SALUTI ALL'ITALIA (E MINACCE A GRILLO)


Dall’ultra-atlantista Emma Bonino, pronta a tutte le più sanguinose guerre decise da Washington, all’ultra-europeista Fabrizio Saccomanni, direttore di Bankitalia con esperienze sia alla Bce che al Fmi, dopo gli studi alla Bocconi e alla Princeton University. Due ministri-chiave, esteri ed economia, già delimitano in modo inequivocabile il perimetro del secondo “governo Napolitano”, con Letta premier e Alfano vice, più altri mestieranti della nomenklatura: Gaetano Quagliariello alle riforme, probabilmente per una legge elettorale anti-Grillo e un presidenzialismo all’italiana, Maurizio Lupi a infrastrutture e trasporti (leggasi: Tav Torino-Lione), nonché il redivivo Dario Franceschini (rapporti col Parlamento) e i “presentabili” Nuzia De Girolamo (agricoltura), Beatrice Lorenzin (sanità) e l’ex sindaco padovano Flavio Zanonato (sviluppo).

Ministri-vetrina: la campionessa Josefa Idem (sport), il direttore della Treccani, Massimo Bray (cultura), il presidente dell’Istat Enrico Giovannini (altro“saggio”, ora incaricato di gestire lavoro e welfare) e la italo-congolese Cécile Kyenge, medico e primo ministro di colore nella storia italiana, delegata all’integrazione.

«A due mesi esatti dalle elezioni di febbraio – annota Marco Cedolin – sembra essere nato il nuovo governo destinato ad accompagnare gli italiani Giorgio Napolitanosul fondo del baratro: già ad una prima occhiata, non si fatica a rendersi conto che il neonato governo Letta rappresenta per molti versi qualcosa d’inedito rispetto a quelli che lo hanno preceduto, pur muovendosi nel solco del “pilota automatico” voluto da Mario Draghi», nonostante la riconferma di ministri montiani come Enzo Moavero (affari europei) e Anna Maria Cancellieri (interni). Spiccano le donne e l’età media più giovane rispetto alle tecno-mummie che hanno traumatizzato il paese durante l’incubo del primo “governo Napolitano”, affidato a Mario Monti dopo il diktat Bce firmato da Draghi e Trichet: tagliare la spesa pubblica per “rilanciare la crescita”, secondo la delirante ideologia neoliberista che domina Bruxelles. Ideologia “criminale”, secondo gli economisti democratici, nonché disastrosa: basta osservare il “genocidio economico” che la peste delle “riforme strutturali” sta infliggendo alla Grecia, alla Spagna, all’Irlanda e anche al Portogallo, dove però la Corte Costituzionale ha osato proclamare illegale il Fiscal Compact, visto che il dispositivo europeo nato dal Trattato di Lisbona calpesta i diritti costituzionali umiliando lo Stato, costretto – col pareggio di bilancio – ad abbandonare i suoi cittadini al loro destino.

Dopo il boom elettorale di Grillo, in tutta Europa si era diffusa un’ondata di forte aspettativa in vista delle elezioni europee del 2014. La stessa euforia democratica che aveva pervaso l’Italia dopo gli storici referendum del giugno 2011 sui beni comuni, subito ibernati dall’euro-esecutivo Monti-Napolitano. Pd e Pdl ancora più che mai alleati, dunque, e questa volta attenti – grazie alla regia di Enrico Letta (uomo della Trilaterale, del Bilderberg e dell’Aspen Institute) – a dare l’impressione del cambiamento: dal sindaco reggiano Graziano Delrio (affari regionali) al sociologo Carlo Triglia (coesione territoriale), dall’ex rettore della Scuola Sant’Anna di Pisa, Maria Chiara Carrozza (istruzione) a Giampiero D’Alia (semplificazione) e Andrea Orlando (ambiente). Fuori dalla porta sono rimasti alcuni dei nomi più temuti dagli italiani: da Amato a D’Alema, da Brunetta alla Gelmini. Consonanze storiche: anche Craxi, Andreotti e Forlani furono travolti dal crollo della Prima Repubblica, mentre i “capitani coraggiosi” della Seconda – Prodi, Ciampi, Dini, Visco, Bassanini, Padoa Schioppa e lo stesso Letta – prenotavano per l’Italia, a Maastricht, l’euro-futuro presente, quello che sta Napolitano e Lettaletteralmente devastando il nostro paese, tuttora membro del G8 e non dell’Unione Africana.

“Vogliamoci bene e lavoriamo tutti insieme per costruire l’Italia del futuro”, sembra il leit motiv veicolato dal circo mediatico vestito a festa per l’occasione: «E probabilmente, come sempre accade, gli italiani abboccheranno all’amo, felici del fatto che finalmente esiste un nuovo governo, preposto a risolvere i loro problemi. Per poi risvegliarsi regolarmente di fronte alla prima legnata fiscale, alle raffiche di licenziamenti e agli ufficiali giudiziari mandati da Equitalia», scrive Cedolin su “Il Corrosivo”. «Forti dei numeri derivanti dal consenso ottenuto proprio grazie all’antagonismo, Berlusconi, il Pd e Monti si uniscono tutti in un abbraccio fraterno, giurandosi amore eterno, nel nome di “più Europa” e “più euro” e nel segno del cambiamento. Non chiamatelo inciucio, si tratta di vero amore, di quelli destinati a durare a lungo, per tutto quello che conta c’è sempre il pilota automatico e non occorre pensarci più». Tutto questo, commenta Beppe Grillo, dopo che oltre 8 milioni di italiani avevano chiesto di voltare pagina. Svolta mancata, l’elezione al Quirinale di Stefano Rodotà, «un presidente della Repubblica indipendente e incorruttibile»: scelta che conteneva l’offerta di un governo col Pd, partito che invece ha preferito il suo “miglior nemico” di sempre, Berlusconi.

E dire che, mentre i parlamentari Pd-Pdl affondavano prima Marini, poi Prodi e infine Rodotà, fuori dal palazzo «la folla ruggiva, aveva circondato il Parlamento sui quattro lati, stava per sfondare», ricorda Grillo. «Erano cittadini che si sentivano impotenti, esclusi da qualsiasi rappresentanza, da ogni decisione. Persone che vivono sulla loro pelle e su quella dei loro familiari una crisi economica senza precedenti nella storia repubblicana». Esclusi come lo sono (dai giochi) anche i neoeletti deputati e senatori “5 Stelle”, «considerati intrusi, cani in chiesa, terzi incomodi, disprezzati come dei poveri coglioni di passaggio, né più né meno dei 350.000 italiani che firmarono per la legge popolare “Parlamento Pulito”», mai discussa in aula – dal 2007 – e ora decaduta. Giovani deputati e senatori ora anche nel mirino: «Le mail private di molti parlamentari del M5S sono state trafugate, foto, filmati, corrispondenze», accusa Grillo. «In un altro paese sarebbe il primo titolo per giorni: se fosse successo al Pdl, a Cicchitto, Ghedini o Brunetta, i giornali e i telegiornali avrebbero gridato all’attentato alla sicurezza nazionale. Per il M5S solo scherno o silenzio. Anche il silenzio del Giulia Sartipresidente della Repubblica, del quale sono stati distrutti nei giorni scorsi i nastri delle conversazioni con Mancino».

Ha perfettamente ragione, Grillo, a denunciare il silenzio di partiti e istituzioni rispetto alle gravissime intrusioni informatiche nella vita privata dei parlamentari “Cinquestelle”, protesta Pino Cabras su “Megachip”, ricordando che chi non stette in silenzio – in tempi non sospetti – fu Giulietto Chiesa. A risentire oggi il suo video-editoriale del 27 febbraio, all’indomani del clamoroso successo elettorale delle liste di Grillo, vengono i brividi: «Si può star sicuri che, per ognuno degli oltre centosessanta deputati e senatori dell’opposizione, si stanno già compilando i dossier: i servizi segreti sono lì per quello, non penseremo mica che se ne staranno con le mani in mano. Si scava e si scaverà nelle loro vite, si cercheranno le loro magagne, per poi “spenderle” prima o dopo nella melma degli intrighi di Palazzo». Ed eccoci qua: la prima ad essere colpita è stata Giulia Sarti, 26 anni, uno dei nomi in corsa per la presidenza del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ossia l’organo del No TavParlamento che controlla i servizi segreti.

Alle sue profetiche considerazioni, Chiesa aggiungeva che «la nostra fortuna è che saranno dei dossier poveri e “giovani” e quindi conteranno poco, perché questo non è un personale ricattabile». La valutazione, osserva Cabras, risalta nettamente di fronte al clima di ricatto e di “decisioni già prese in altre sedi” che sta caratterizzando le scelte sul nuovo governo di “larghe intese” – larghissime: taglia XXXL. «I veri ricattabili sono altri. La Sarti e altri suoi colleghi Cinquestelle non hanno nei loro armadi gli scheletri delle coperture alle scalate bancarie, né degli accordi di spartizione di tangenti per la linea Tav, né dei baratti sottobanco sulle concessioni televisive. Non si affannano dietro ai ricatti incrociati delle trattative Stato – Cosa Nostra. Come sporcare questi giovani, allora, e spaventarli, umiliarli, in un paese in cui i poteri occulti usano tutte le gradazioni della minaccia?». Non potendo ricorrere alle armi usate su gran parte degli altri esponenti politici, aggiunge Cabras, coi grillini si va fino ai recessi della loro intimità, violando profondamente un diritto fondamentale riconosciuto dalla Costituzione, la libertà e segretezza della corrispondenza. «È per questo che ogni minuto di silenzio del supremo garante della Costituzione – rieletto lo stesso giorno in cui si distruggevano le intercettazioni che lo riguardavano – suonava sempre meno rassicurante, fino a diventare un cupo messaggio politico. Tutti devono essere ricattabili».
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