giovedì 19 giugno 2014

FRANCIA: VINCONO I FRALIBIENS. BATTERE LE MULTINAZIONALI E LE DELOCALIZZAZIONI SI PUO'

 
fralibiens

In Provenza la Unilever, che aveva delocalizzato in Polonia la produzione di tè Lipton e tisane con marchio Elephant, si è arresa alla resistenza operaia: pagherà milioni di euro alla nuova cooperativa dei lavoratori

Nella Fran­cia con­qui­stata dal Front Natio­nal è acca­duto qual­cosa di signi­fi­ca­tivo, non solo dal punto di vista sim­bo­lico ma per­sino mate­riale: dopo 1.336 giorni di lotta, Davide, vale a dire 76 lavo­ra­tori della Fra­lib di Gémé­nos, in Pro­venza, ha scon­fitto fra­go­ro­sa­mente Golia, cioè la mul­ti­na­zio­nale anglo-olandese dell’alimentazione Uni­le­ver. La big com­pany, che aveva deciso da un giorno all’altro di delo­ca­liz­zare la pro­du­zione del tè Lip­ton e delle tisane con il mar­chio Ele­phant in Polo­nia, ha dovuto infatti arren­dersi alla resi­stenza ope­raia: pagherà 19,1 milioni di euro per i danni cau­sati dallo stop all’azienda, men­tre i ter­reni e i mac­chi­nari, già bloc­cati dalla muni­ci­pa­lità di Mar­si­glia (un equi­va­lente delle nostre pro­vince, a guida socia­li­sta) al prezzo sim­bo­lico di un euro e valu­tati altri sette milioni, saranno tra­sfe­riti alla nuova coo­pe­ra­tiva, messa in piedi dai lavo­ra­tori. In totale fanno oltre 26 milioni di euro, ai quali andrà som­mato il soste­gno della mul­ti­na­zio­nale alla ven­dita dei pro­dotti della Fra­lib, almeno nella prima fase.


Una noti­zia a dir poco incon­sueta, di que­sti tempi in Europa. È figlia di una lotta ini­ziata nel 2011, quando la Uni­le­ver, pro­prie­ta­ria del mar­chio Lip­ton e di quello Ele­phant (brand molto cono­sciuto Oltralpe), aveva deciso di chiu­dere lo sta­bi­li­mento fran­cese e di tra­sfe­rirsi armi e baga­gli in Polo­nia. I dipen­denti ave­vano però occu­pato la fab­brica, impe­dendo che i mac­chi­nari fos­sero smon­tati e che i locali fos­sero ven­duti o, peg­gio, abban­do­nati. La lotta dell’«ele­fan­tino» aveva imme­dia­ta­mente tro­vato il soste­gno «mili­tante» dei lavo­ra­tori delle fab­bri­che dell’area indu­striale di Gémé­nos, un comune di sei­mila abi­tanti della Pro­venza. Si erano mobi­li­tati in cen­ti­naia, da ven­ti­cin­que aziende di set­tori diversi, otte­nendo l’appoggio del sin­da­cato Cgt, non­ché di asso­cia­zioni e movi­menti locali. Tutti insieme ave­vano par­te­ci­pato a scio­peri e pic­chetti, e ave­vano con­tri­buito anche a pre­si­diare lo sta­bi­li­mento durante l’occupazione. Anche la poli­tica era stata costretta a muo­versi: prima che diven­tasse Pre­si­dente della Repub­blica, Fran­cois Hol­lande era venuto alla Fra­lib a pro­met­tere che, in casi estremi, la fab­brica sarebbe stata requi­sita dallo Stato. La bat­ta­glia dell’elefantino (gli abbiamo dedi­cato una coper­tina di Alias) è pro­se­guita per tre anni e mezzo, tra minacce azien­dali, ten­ta­tivi di sgom­bero con con­trac­tors pri­vati adde­strati nelle guerre bal­ca­ni­che e allet­tanti offerte eco­no­mi­che indi­vi­duali per rom­pere il fronte della protesta.
 La resi­stenza della Fra­lib ha fatto il giro del mondo, al punto che, alla fine di gen­naio, nelle cam­pa­gne pro­ven­zali sono arri­vati lavo­ra­tori recu­pe­rati da tutta Europa per orga­niz­zare una rete fra loro. L’ultima arma nelle mani degli ope­rai è stata la cam­pa­gna di boi­cot­tag­gio dei pro­dotti della Uni­le­ver, che ha preso piede in men che non si dica. Pro­ba­bil­mente è stata quest’ultima a con­vin­cere la mul­ti­na­zio­nale che il danno d’immagine rischiava di essere più pesante della resa a Géménos.
 
«Tutti ci dice­vano che era­vamo pazzi a sca­gliarci con­tro dei miliar­dari, ma la nostra fol­lia alla fine ha pagato», ha com­men­tato un lavo­ra­tore. Già si pensa a come ripar­tire. Gli ope­rai hanno costi­tuito una coo­pe­ra­tiva che si chiama Thé et infu­ses e stretto accordi con pro­dut­tori locali di erbe bio­lo­gi­che. Non si use­ranno più aromi arti­fi­ciali e addi­tivi chi­mici con i quali l’azienda aveva sosti­tuito i pro­dotti locali natu­rali per rispar­miare sui costi e che alla Fra­lib con­ser­vano ancora in un capan­none, ma la pro­du­zione sarà di grande qua­lità: le tisane al tiglio, gli infusi alla lavanda pro­ven­zale, il mate. Gli ope­rai rica­pi­ta­liz­ze­ranno la società inve­stendo parte della liqui­da­zione, men­tre i soldi della Uni­le­ver ser­vi­ranno a finan­ziare la for­ma­zione dei lavo­ra­tori e una ricerca di mer­cato. La mul­ti­na­zio­nale aiu­terà anche la nuova società a muo­vere i primi passi sul mer­cato. È una vit­to­ria su tutta la linea, per l’elefantino imbiz­zar­rito della Pro­venza, in cui ognuno ha fatto la sua parte: la soli­da­rietà ope­raia innan­zi­tutto (estesa anche al di fuori della Fra­lib, come abbiamo visto), le orga­niz­za­zioni che hanno ade­rito alla cam­pa­gna di boi­cot­tag­gio (in pri­mis l’Associazione per l’autogestione che ha orga­niz­zato il mee­ting delle fab­bri­che recu­pe­rate), il sin­da­cato Cgt e il Front de Gau­che. Infine, le isti­tu­zioni: per costrin­gere la Uni­le­ver all’accordo sono dovuti scen­dere in campo Hol­lande e il mini­stro del Lavoro Arnauld Montebourg.
Rimane ancora aperta la que­stione del logo: i lavo­ra­tori Uni­le­ver vor­reb­bero che l’elefantino rima­nesse di loro pro­prietà, per­ché «mar­chio regio­nale tipico» e in quanto tale non delo­ca­liz­za­bile. Una fac­cenda di non poco conto, sia per la nuova impresa, che potrebbe appog­giarsi a un brand rico­no­sciuto, che dal punto di vista giu­ri­dico: se i giu­dici doves­sero ricon­se­gnare l’elefantino ai lavo­ra­tori la vit­to­ria sarebbe totale e cam­bie­rebbe lo sta­tuto giu­ri­dico della pro­prietà pri­vata nel con­ti­nente. Ma l’impressione è che su que­sto punto i lavo­ra­tori della Fra­lib siano stati costretti a cedere.
Ora i «fra­li­biens», come ven­gono defi­niti in Fran­cia, annun­ciano che a fine giu­gno a Gémé­nos ci sarà una grande festa per cele­brare l’inizio di una nuova sto­ria. Poi dedi­che­ranno una gior­nata alla pre­sen­ta­zione dei nuovi pro­dotti. Non più «da fab­brica in lotta», come reci­tava il logo prov­vi­so­rio che si erano inven­tati durante l’occupazione, ma sta­volta «da fab­brica recuperata».
Fonte tratta dal sito.

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