giovedì 20 luglio 2017

Ville, messe nere, servizi segreti (1)

Giuttari torna e pensa al mostro”. Così s’intitolava un trafiletto de “La Repubblica” del 10 agosto 2000 sul ritorno definitivo del coriaceo poliziotto alla guida della Squadra mobile. All’interno questa sua bellicosa dichiarazione: “sono pronto a calarmi in pieno nelle attività investigative […] anche per dare un nuovo impulso alle indagini legate ai duplici omicidi che stavo seguendo personalmente su delega del pm Paolo Canessa”. Giuttari aveva dunque tutte le intenzioni di riprendere a pieno ritmo la ricerca dei misteriosi mandanti – vedi Dal “dottore” alla setta – dopo due anni di tira e molla con i funzionari del Ministero dell’Interno che avevano cercato di fermarlo. Ma dal dire al fare c’è di mezzo il mare. Nell’anno e poco più successivo, infatti, sarebbe riuscito a mettere in piedi soltanto tentativi confusi, tra illusioni e delusioni, fino al disastro dell’inutile e crudele perquisizione di una villa dove aveva creduto di poter trovare la sede di una presunta setta. Questa, infatti, si sarebbe imposta come prevalente ipotesi di lavoro nelle sue ricerche: non un solitario dottor Jekyll impegnato a collezionare parti di donna, quindi, ma una setta satanica che le avrebbe usate in misteriose cerimonie segrete. Intanto, prima di ributtarsi a capofitto nelle indagini, raccolse la sua ultima soddisfazione dall’inchiesta precedente. Da Storia delle merende infami:

Il 28 settembre 2000 Mario Vanni è tornato in carcere. Con la sentenza della Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso, passando in giudicato la condanna all'ergastolo, le porte di Sollicciano si sono riaperte per lui. È cominciata un'altra Via Crucis, che dura tuttora.
Quello che accadde il 28 settembre del 2000 non mi piacque, avvertii come una esibizione ingenerosa il fatto che il postino fosse catturato con il contributo delle auto della polizia, con tanto di sirene spiegate, senza alcuna discrezione. Anzi, per condurlo in carcere si scomodò addirittura lo stesso capo della Squadra Mobile dottor Michele Giuttari. (In genere provvedimenti simili appartengono ai carabinieri, che li eseguono nelle prime ore del mattino, evitando al catturando la vergogna delle manette in vista dei vicini di casa e dei compaesani).
Al seguito della polizia c'era il fotografo d'un quotidiano. Il giorno successivo, "La Nazione" pubblicò la foto di Vanni e quella dell'esecutore della cattura. Quest'ultimo con un'aria molto soddisfatta, e col consueto sigaro toscano fra le dita della destra.

Omicidi collaterali. Poco o nulla era accaduto sul fronte delle indagini durante i due anni di beghe tra Giuttari e Ministero, e poco o nulla accadde anche nei primi mesi successivi al definitivo reintegro. Evidentemente il superpoliziotto cercava qualche spunto da cui partire. Non sono disponibili a chi scrive documenti che attestino il suo brogliaccio di lavoro dell’epoca, ci sono però delle fonti alternative dalle quali si può tentare di farsene un’idea: il libro Il Mostro e alcuni articoli di giornale. Scriveva il sempre ben informato Gianluca Monastra su “La Repubblica” dell’8 settembre 2000:

Dall'ufficio del pm Paolo Canessa sono partite le deleghe dirette al capo della squadra mobile Michele Giuttari. Passo formale che riapre a tutti gli effetti l'inchiesta sui sedici delitti della calibro 22. L'ipotesi dell'accusa dice: c'era un livello superiore a dirigere la banda di esecutori degli omicidi del mostro, personaggi finora senza nome, ma sui quali sono già puntati occhi e attenzioni della squadra mobile. Mandanti che negli anni successivi alla scia di sangue del mostro (otto duplici omicidi dal 1968 all'85) avrebbero agito per coprire, nascondere. Chiudere la bocca a testimoni scomodi.
Secondo questa ipotesi, un contributo decisivo potrebbe dunque giungere dalla soluzioni di altri delitti commessi fra il 1993 e il 1994 e cioè pochi mesi dopo l'arresto di Pietro Pacciani e durante il suo processo di primo grado. Si tratta degli omicidi di Francesco Vinci e Angelo Vargiu, trovati morti bruciati il 7 agosto 1993 nelle campagne di Chianni, in provincia di Pisa, nel bagagliaio di una Volvo. Di Milva Malatesta e del figlio Mirko, ritrovati anche loro bruciati dentro la Panda della donna, pochi giorni dopo, il 29 agosto 1993, a Barberino Val d'Elsa. E infine di Milvia Mattei, uccisa in casa a San Mauro a Signa.
Strani intrecci legano le vittime di questi omicidi. Francesco Vinci (nell'82 accusato e poi scagionato dall'accusa di essere il mostro) conosceva Pietro Pacciani e Milva Malatesta. Questi ultimi erano in contatto visto che la madre di Milva (Antonietta Sperduto) era amante di Pacciani. Guarda caso, poi, Milvia Mattei aveva avuto relazioni con Fabio Vinci, figlio di Francesco Vinci, e Giuseppe Sgangarella, amico di Francesco Vinci e Pietro Pacciani.

Secondo Giuttari – come avrebbe scritto qualche anno dopo ne Il Mostro –  Francesco Vinci, coinvolto nell’omicidio del 1968, avrebbe passato la pistola a Pacciani e compagni, conosciuti perché frequentatori come lui della stamberga di Salvatore Indovino. Avrebbe poi cercato di ricattare i mandanti, finendo per farsi uccidere assieme alle altre quattro persone in qualche modo a lui collegate. Ipotesi audacissima, priva però di qualsiasi riscontro, se non quello di una assai sospetta dichiarazione di Giancarlo Lotti, un altro probabile aiutino che aveva preceduto di qualche mese quello del “dottore”.
Per comprendere meglio l’accaduto è necessario partire dal 1991, quando Giuseppe Sgangarella, ergastolano stupratore e uccisore di una bambina, aveva tentato di ottenere qualche beneficio inventandosi di aver ricevuto da Pacciani indicazioni sul nascondiglio della famigerata pistola. Il bluff non poteva durare e non durò, ma con la nuova inchiesta l’individuo riprese pigolo e si rifece vivo. Da Compagni di sangue:

Da me interrogato il 10 giugno 1996 presso il carcere di Firenze, aveva dichiarato che, durante la propria detenzione, aveva conosciuto sia Pacciani che Francesco Vinci. Da quest'ultimo aveva appreso alcuni fatti che concernevano il Pacciani. Lo Sgangarella all'epoca faceva lo scrivano e aveva modo di parlare con diversi detenuti, era divenuto amico del Vinci, con cui aveva instaurato un rapporto di fiducia. Vinci gli aveva confidato di aver conosciuto, nella zona di San Casciano, circa dieci anni prima del racconto, il Pacciani e altre persone, tra cui un postino, amico del Pacciani, e alcune prostitute. Gli aveva raccontato che erano soliti riunirsi, con Pacciani e con altri amici, in una casa colonica, disabitata, nelle campagne di San Casciano, per fare i tarocchi e predire il futuro. Lui, all'epoca, non aveva ancora conosciuto Pacciani. Vinci, che era accusato per i delitti del "Mostro", gli aveva riferito che stava pagando per gli amici, dai quali era stato abbandonato. Diceva che se avesse deciso di parlare sarebbe finita male.

Si trattava di clamorose menzogne, non c’è dubbio. Quando Sgangarella aveva riferito alle forze dell’ordine le fantomatiche confidenze di Pacciani sul nascondiglio della pistola, già da prima – “lui, all'epoca, non aveva ancora conosciuto Pacciani”, scrive lo stesso Giuttari – il Vinci avrebbe dovuto avergli riferito le sue. E allora, perché non aveva raccontato anche di quelle? Ma l’ingolosito investigatore prese molto sul serio le parole del malvivente, e due giorni dopo, assieme a Canessa, andò da Lotti a cercarne conferma. Il verbale relativo dà un’idea dell’incredibile imbeccamento che ci dovette essere stato (A.D.R. = a domanda risponde).

A.D.R. Lei mi chiede a questo punto di dire se conosco particolari motivi per cui fu commesso l'omicidio del 1983. Io quel che sapevo l’ho già detto. Lei mi chiede se ho mai sentito dire da Pacciani o da Vanni se l'omicidio del 1983 ai danni dei due uomini tedeschi era stato fatto perchè all'epoca c'era qualcuno in carcere. Io di questo non ho sentito parlare.
Si dà atto che l'Ufficio informa il LOTTI che le indagini hanno fornito elementi in proposito.
A.D.R. Io questa cosa non la so. Lei mi chiede ancora se con riferimento alla lettera inviata da Pacciani, che era in carcere, a Vanni di cui ho già parlato abbia capito o meno che Pacciani chiedeva a Vanni di fare qualcosa per scagionarlo quando era accusato di essere il mostro di Firenze. Io non so niente in proposito.
Si dà atto che il P.M. informa il Lotti che anche su tale circostanza le indagini hanno fornito elementi in tal senso.
A.D.R. Anche di questa cosa non so niente.

Lotti, di primo acchito, dichiara di non saper nulla dell’argomento, ma i suoi interlocutori gli dicono che invece dovrebbe, poiché le indagini hanno fornito elementi in proposito. Il che lo mette in agitazione. Così continua il verbale:

Si dà atto a questo punto che il Lotti si manifesta agitato e dice, come del resto ha fatto più volte sino ad ora, di soffrire di un dolore alla schiena che lo preoccupa da diversi giorni e che gli ha impedito di rispondere all'interrogatorio del 28 Maggio u.s..
Si dà atto a questo punto che l'interrogatorio viene sospeso dalle ore 18.45 alle ore 19.00 ed in tale lasso di tempo il difensore ha chiesto ed ottenuto di parlare con il proprio assistito.

Dopo la quanto mai opportuna pausa vengono riaffrontati alcuni argomenti, dei quali qui interessa quello dell’omicidio di Giogoli.

A.D.R. Voglio ancora a questo punto precisare qualcosa che non ho spiegato prima con riferimento all'omicidio ai danni dei due uomini tedeschi. Effettivamente il Vanni prima dell'omicidio mi disse che dovevano fare sortire uno dal carcere e che bisognava andare a fare l'omicidio. Mi costrinsero quindi ad andare con loro nei modi che ho già descritto.
A.D.R. Io non so dire, perchè non me lo hanno detto, chi aveva costretto Pacciani e Vanni a fare quell' omicidio.
A.D.R. Non conosco il motivo per il quale il Pacciani dovette fare quanto gli era stato chiesto. Il Vanni mi diceva che Pacciani doveva fare un omicidio sennò tutti e tre noi eravamo coinvolti ma non spiegò altro.
A.D.R. Non so dire come Pacciani avesse ricevuto il messaggio e da chi. In sostanza Vanni diceva: "O FACCIAMO SORTIRE QUELLO DI CARCERE O CI ANDIAMO DI MEZZO NOI". Non mi hanno spiegato altro. Io per la verità capivo poco perchè dovevo andare sempre con loro ma oramai sapevo che ero anche io coinvolto e quindi andai con loro quando uccisero i due tedeschi seguendoli in macchina come ho detto.
A.D.R. Vanni non mi ha spiegato ed io non l’ho chiesto, come e perchè il Pacciani fosse legato a quello in carcere.
Lei mi chiede a questo punto di spiegare cosa mi disse il Vanni di questa persona dal momento che all'epoca dopo l'omicidio dei due uomni tedeschi fù scarcerato un sardo e che all'epoca parlarono di ciò i mezzi di informazione. Io di questa cosa so solo quello che mi disse il Vanni e che quello che era in carcere che conosceva Pacciani poi fù scarcerato. Di nomi, di circostanze e di fatti precisi non so altro.
Mi vengono a questo punto mostrate quattro foto, di cui due di profilo, raffiguranti VINCI Francesco, che vengono allegate al verbale, e mi viene detto che raffigurano la persona che all'epoca fù scarcerata. Io devo dire che questa foto mi ricorda qualcuno che ho visto ma non sono proprio sicuro. Lei mi chiede di spiegare meglio ed io Le dico che ho la sensazione di avere visto una persona che assomiglia a quella della foto dell'uomo con la barba. Non so dire di più anche se Lei mi invita a riflettere. È  una persona che credo assomigli a qualcuno visto in giro a S.Casciano non so dire dove ne con chi.

Come si vede, già quei quindici minuti di pausa e il colloquio di Lotti con il proprio avvocato avevano fatto cambiare alquanto la musica, poiché i “non so niente” erano tutti diventati dei “so qualcosina”. Ma il bello doveva ancora venire (“ha capito molto bene cosa si attendono da lui i magistrati”, avrebbero scritto Fornari e Lagazzi). Dal verbale dell’interrogatorio di un mese dopo, 15 luglio:

Si dà atto preliminarmente che il PM è stato avvertito telefonicamente dal Dirigente la Squadra Mobile che il Lotti nel pomeriggio alle ore 18 dopo un colloquio con il proprio difensore di fiducia ha manifestato la volontà di riferire al PM altri particolari importanti a sua conoscenza relativi ai fatti per i quali è indagato.
Si dà atto che in primo luogo il Lotti ha subito dichiarato di essersi ricordato in questi giorni di altri fatti a suo giudizio importanti e relativi ai fatti di indagine e che ha subito riferito di essersi ricordato il nome e cognome della persona che era in carcere quando fu commesso l'omicidio del 1983 che fu eseguito da Pacciani e Vanni nei modi già descritti proprio per scagionare questa persona che nel 1983 era in carcere perchè accusata di essere il Mostro di Firenze; tale nome è quello di VINCI FRANCESCO e gli fu fatto dal Vanni.
In proposito ha poi precisato che questa persona il cui nome gli fu poi fatto dal Vanni lui l'ha vista due volte a San Casciano: una volta era da solo e una seconda volta era in compagnia del Vanni.
Ha poi precisato che la prima volta vide quest'uomo in San Casciano nella piazza dell'orologio e vide che proveniva dalla parte della trattoria dirigendosi in giù verso il Comune. Quando vide questa persona il Lotti era seduto di faccia al bar centrale di piazza dell'orologio e non ebbe modo di vedere da dove esattamente questi provenisse nè dove andasse al di fuori delle direzioni indicate. Non ebbe modo di vedere se aveva nei pressi un mezzo di locomozione avendolo visto a piedi.
Ha precisato che questa persona aveva la barba perchè la vide di fronte ed è quella raffigurata nelle due foto in alto di profilo e di fronte che già gli erano state mostrate e che erano state allegate nel verbale di interrogatorio del 12 giugno 1996 che vengono allegate in copia al presente verbale redatto in forma riassuntiva.
Si dà atto che il Lotti non è stato in grado di precisare l'epoca in cui vide questa persona ricordando solo che si trattava di ora diurna. Ha poi aggiunto che la stessa persona la vide dopo circa una settimana sempre di giorno nei pressi del bar centrale in compagnia di Mario Vanni. Ha precisato che in quell'occasione non si avvicinò ai due che camminavano uno accanto all'altro e che si allontanarono senza che il Lotti avesse l'opportunità di parlare con loro.
Si dà ancora atto che il Lotti ha dichiarato che dopo il giorno in cui vide il Vanni insieme a questa persona con la barba in piazza a San Casciano quando successivamente incontrò il Vanni gli chiese chi fosse quella persona con la barba ed in quella occasione il Vanni gli riferì che era colui che avevano fatto uscire dal carcere commettendo l'omicidio del 1983.
Il Lotti è stato invitato a ricordare il periodo in cui vide nelle due occasioni dette la persona poi indicata dal Vanni per Vinci Francesco ma il Lotti ha dichiarato di ricordarsi che ciò avvenne tanto tempo fa dopo l'omicidio del 1983 non sapendo precisare quando dato il lungo tempo trascorso. È stato chiesto al Lotti di precisare se dal Vanni aveva saputo chi fosse veramente e cosa facesse il Vinci Francesco e il Lotti in sintesi ha riferito che il Vanni non voleva dire niente in proposito nonostante che esso Lotti lo scalzasse e che il Vanni alla fine disse solo il nome e cognome Vinci Francesco spiegando che era un sardo e niente altro.

Ecco quindi la versione finale, questa volta ricca di gustosi particolari, uscita dopo un mese durante il quale Lotti aveva avuto tutto il tempo di riflettere sulle sue convenienze di presunto pentito. A questo punto, quale valore si può attribuire all’unica prova di un legame tra Francesco Vinci e i Compagni di merende, e quindi di una possibile lettura in chiave esoterica del suo omicidio e di quello delle altre quattro persone?

Il presunto omicidio di Pacciani. Mentre Giuttari rifletteva sulla pochezza degli elementi a sua disposizione, i mesi passavano senza eventi di rilievo. Fino alla fine di marzo 2001, quando lo scalpitante investigatore decise di passare all’azione, riesumando, in mancanza di meglio, i dubbi già espressi tre anni prima sulla morte di Pacciani.
Pietro Pacciani era uscito dal carcere, da innocente, nel febbraio 1996, senza trovare nessuno ad aspettarlo. Le figlie se ne erano andate da tempo, mentre la moglie era stata quasi sequestrata – non si sa bene da quale autorità e in base a quale diritto – e condotta in una struttura a lui sconosciuta. Viveva quindi da solo, nell’abbandono più completo, recluso in una casa piena di sporcizia. Non passò molto tempo prima che le sue già precarie condizioni di salute lo portassero alla morte. Aveva 73 anni.
Avvertiti da un vicino, la mattina del 22 febbraio 1998 i carabinieri di San Casciano rinvennero il cadavere di Pacciani disteso sul pavimento di casa sua. Il decesso risaliva alla notte stessa, come stabilì il medico legale intervenuto poco dopo, per il quale era anche ipotizzabile una presunta causa di morte: collasso cardiocircolatorio. “Cause naturali? Mah, aspettiamo gli esami...” commentò Canessa a caldo, e Giuttari dopo l’autopsia che aveva confermato l’infarto: “Andiamoci cauti, qualcosa non torna, come le macchie trovate sulle spalle di Pacciani”.  Fu ordinata una perizia tossicologica, del cui esito non si ha notizia, quindi si deve ritenere che non fu trovato nulla riguardo una possibile assunzione di sostanze nocive. In ogni caso per il momento la Procura non formulò alcuna ipotesi di reato e non aprì alcun fascicolo. Che però fu aperto tre anni dopo. Da “La Repubblica” del 29 marzo 2001:

Pietro Pacciani potrebbe essere stato ucciso. La Procura di Firenze ha aperto oggi un fascicolo contro ignoti per la morte dell'agricoltore accusato degli omicidi del "mostro" di Firenze e morto nel 1998 in attesa del secondo processo d'appello. Testimonianza chiave sarebbe quella di Carmelo Lavorino, uno degli investigatori del pool difensivo di Pacciani, convinto, oggi come due anni fa, che l'uomo fosse stato "portato verso la morte giorno dopo giorno, goccia dopo goccia".
Lavorino è stato ascoltato oggi dal capo della squadra mobile di Firenze, Michele Giuttari, come persona informata sui fatti. E ha aggiunto nella sua testimonianza che potrebbe essere stata una sostanza, forse un farmaco, assunta nel tempo da Pacciani a provocarne la morte. Ad avallarne l'ipotesi il fatto che il cadavere, trovato nella casa di Mercatale il 22 febbraio 1998, sul pavimento, in posizione prona, avesse le macchie ipostatiche (quelle che si formano sulla parte del cadavere rivolto verso terra) sulla schiena e non solo sull'addome.

Carmelo Lavorino, vulcanico ed eclettico personaggio, investigatore, criminologo, maestro di karatè e magari altro, ne aveva già sparate tante, la più clamorosa delle quali era stata la scoperta del vero Mostro, individuato nel povero Natalino Mele, che quindi avrebbe ucciso la prima volta quando aveva 12 anni (sic!); ci scrisse persino un libro. A quanto pare, che Pacciani fosse stato ucciso lo aveva messo nero su bianco fin da subito, purtroppo però la documentazione relativa non è nella disponibilità di chi scrive. Considerando il suo ruolo di consulente della difesa nel processo d’appello e le sue sempre feroci critiche alle indagini, si potrebbe anche pensare che il suo punto di vista sui responsabili del presunto omicidio fosse esattamente opposto a quello di Giuttari. Al quale però andava bene comunque, poiché l’interrogatorio di Lavorino gli fu di pretesto a far aprire un fascicolo contro ignoti nel cui ambito fu commissionata una perizia tecnica. Furono pertanto sottoposti ad attento esame tossicologico alcuni reperti prelevati all’epoca dal cadavere, alla ricerca di veleni e farmaci, con un risultato che, secondo i giornali di cinque mesi dopo, pareva inequivocabile: Pacciani era stato ucciso. Ecco che cosa ne scrisse “La Repubblica” del 31 ottobre 2001:

Pacciani ucciso da un farmaco. Non un semplice infarto, ma un omicidio "pulito", silenzioso e camuffato. Ora non è soltanto un'idea per rileggere in modo diverso la morte di Pietro Pacciani, ma un'ipotesi puntellata da una perizia tecnica richiesta dalla procura e ieri mattina consegnata nelle mani del sostituto procuratore Paolo Canessa, pm dell'inchiesta sui delitti del mostro. Per mesi, i tossicologi forensi Francesco Mari e Elisabetta Bertol hanno analizzato liquidi organici e passato al setaccio la grande quantità di medicine trovate a casa Pacciani. Risultato: ottanta pagine di relazione. Ieri il pm ha ritirato la perizia e imposto il silenzio totale sui risultati. «Vogliamo leggerla con grande attenzione» dicono in procura. Ma dal buio del top secret, qualcosa trapela e quel qualcosa racconta una storia sospetta che spalanca la porta all'ipotesi dell'omicidio. Un mese dopo le anticipazioni di Repubblica sulla perizia, arriva dunque la conferma. Sotto accusa c'è un farmaco, una medicina prescritta a Pacciani nell'ultimo anno di vita che sarebbe stata controindicata per un soggetto come lui, cardiopatico, obeso, piegato dal diabete. Un farmaco che se assunto per troppo tempo ed in quantità eccessiva sarebbe divenuto fatale per un uomo di 73 anni con tre infarti alle spalle. E invece tracce di quella sostanza sarebbero state trovate nei liquidi organici di Pacciani, dando nuovo vigore all'ipotesi di una morte indotta, con passo lento ma inesorabile, pillola dopo pillola.

In realtà il farmaco killer era un semplice antiasmatico, l’Eolus, che Pacciani teneva in casa in forma di bomboletta spray, alla quale probabilmente si era attaccato la notte in cui morì poiché faceva fatica a respirare. Fu rintracciata la dottoressa che un anno prima aveva prescritto il medicinale: “Glielo ordinai occasionalmente, perché in quei giorni soffriva di bronchite”, spiegò in modo assai convincente. Quindi, ammesso e non concesso che fosse stato l’uso eccessivo del farmaco a provocare o facilitare la morte di Pacciani, certamente non c’era dietro alcun delitto premeditato.
In una recente intervista ha dichiarato l’anatomopatologo Giovanni Marello (vedi qui al minuto 25):

Un altro elemento di folklore è la morte del Pacciani. La morte del Pacciani è stata un po' etichettata da qualcuno come un tentativo di soppressione da parte di terzi, sono stati ipotizzati avvelenamenti e cose del genere. In realtà io ho eseguito l'autopsia del Pacciani e il Pacciani è morto di cause naturali. È morto di cause naturali in quanto aveva un cuore bovino, un'ipertrofia cardiaca massiccia con tutta una situazione correlata di scompenso cardiaco che non è correlabile con una morte per avvelenamento. Questo farmaco che lui assumeva è un farmaco che praticamente non è stato ritrovato nel sangue. Per cui non essendo stato ritrovato nel sangue ma soltanto all'interno del contenuto gastrico non ha nessun tipo di significato dal punto di vista anche di una patogenesi nei confronti della morte.

Nonostante l’evidenza, ancor oggi Michele Giuttari continua a insistere sul presunto omicidio, come si rileva dal suo ultimo libro Confesso che ho indagato uscito nel 2015:

Pacciani è riverso sul pavimento della stanza, con i pantaloni abbassati fin sotto i glutei, la maglia sollevata sul petto e, ai piedi, un paio di scarpe sporche di fango.
Il medico informa il sostituto procuratore che, a suo dire, il decesso risale all'una circa della notte precedente. E che la causa della morte sarebbe un probabile arresto cardiocircolatorio. [...]
Intanto i carabinieri informano il sostituto procuratore di essere accorsi subito dopo aver ricevuto una telefonata da un vicino di casa, di aver trovato completamente spalancate sia le due porte d'ingresso sia le finestre e di aver visto sul pavimento della cucina, dove regna un disordine indescrivibile, un blister di pillole medicinali. Le luci erano tutte spente.
Qualcosa non mi torna. Abbiamo saputo dai vicini e accertato durante le intercettazioni telefoniche che all'imbrunire Pacciani era solito sbarrare porte e finestre e chiudersi all'interno senza ricevere nessuno.
Mi domando perchè le luci fossero tutte spente, soprattutto considerando che la morte risalirebbe all'una di notte. Mi sembra strano che Pacciani si sia mosso al buio, e con porta e finestre spalancate.
Continuo a fissare il cadavere soffermandomi sulla maglia arrotolata. È come se qualcuno lo avesse trascinato sul pavimento, una caduta improvvisa per un malore non avrebbe sicuramente quell'effetto su un indumento. Anche il sostituto procuratore s'insospettisce per quel dettaglio e chiede ai carabinieri e al medico se per caso sono stati loro a spostarlo. Nessuno di loro lo ha fatto, quindi il sostituto chiede di girare il corpo. Ci sono macchie ipostatiche dove non avrebbero dovuto esserci, prova inconfutabile che il cadavere è stato spostato dopo la morte.
È ormai quasi certo: non si tratta di morte naturale, avvenuta per caso un sabato notte. Casualmente la giornata della settimana preferita dal Mostro.

Come si vede la fantasia dell’ormai affermato scrittore non ha limiti. Purtroppo però va anche contro la logica. Si deve innanzitutto osservare che i molti particolari che nello scenario gli paiono sospetti in realtà non lo sono affatto. Tra i sintomi di un infarto in corso, che non sempre è fulminante, ci sono pressione al petto, mancanza d’aria e sudorazione, i quali ben spiegano il perché Pacciani avesse aperto porte e finestre e avesse tentato di togliersi la maglia, mentre le luci spente possono giustificarsi con la paura che i vicini lo vedessero.
Infine le macchie ipostatiche. Non è ben chiaro dov’erano, e il perché Giuttari le consideri incompatibili con la posizione in cui era stato rinvenuto il corpo. Nell’immediato Marello aveva detto: “C’è una spiegazione, il sangue era molto fluido. La presenza delle macchie ipostatiche è legata a fenomeni cadaverici. Le lievi manipolazioni subite nell’intervento del medico d’urgenza possono esserne la causa”. In ogni caso una semplice considerazione di buonsenso taglia la testa al toro. Nell’ipotesi più malevola, Pacciani sarebbe stato ucciso pian piano dall’uso di un farmaco in grado di aggravare la sua cardiopatia, e non da un veleno a effetto immediato, come il cianuro, tanto per fare un esempio. E allora, come faceva il misterioso personaggio che ne avrebbe spostato il corpo a prevedere la sua morte proprio in quel sabato sera, “la giornata della settimana preferita dal Mostro”? Gli faceva visita tutte le notti all’insaputa dei vicini?
Fonte tratta dal sito .

mercoledì 19 luglio 2017

Ergastolo per Bossetti



Questa mattina la notizia dell'ergastolo a Bossetti, il presunto assassino di Yara Gambirasio.

Ripercorriamone la vicenda.




Venerdì 26 novembre 2010. Alle 18:44 Yara lascia il Centro Sportivo di Brembate di Sopra dove pratica ginnastica ritmica. La sua casa dista 700 metri, ma la ragazza non vi arriverà mai, poiché le sue tracce vengono perse poco dopo. Alle 18:49 il suo telefonino viene agganciato dalla cella di Mapello  a tre chilometri da Brembate, dopodiché il segnale scompare.
Tre mesi dopo (il 26/2/2011) viene ritrovato il cadavere, in un campo di proprietà della ditta Rosa e C. colpi di spranga sul corpo, un trauma cranico (inferto probabilmente con un sasso), una profonda ferita al collo e almeno sei ferite da arma da taglio sul corpo, tuttavia non letali.
Probabilmente, stabilisce la perizia, è morta di freddo e di stenti.
Ancora tre mesi e si celebra il suo funerale (26/5/2011).

Per mesi le ricerche e le indagini sono frenetiche. Si appuntano i sospetti su soggetti che poi risulteranno estranei alla vicenda. Si fa l’analisi del DNA su decine di migliaia di DNA.
Il 16.6.2014 la svolta: si giunge a individuare come autore del delitto Massimo Bossetti.
Unica prova: il DNA trovato sul corpo della vittima.
Clamoroso, dal punto di vista giuridico, è che poche ore dopo l’arresto intervenga a dare l’annuncio addirittura il ministro dellinterno Angelino Alfano. Il ministro, dimenticando che l’imputato è innocente fino alla condanna definitiva, ben prima delle condanna di primo grado, e addirittura prima ancora della conclusione delle indagini, interviene a additare il colpevole, senza che sia stata valutata alcuna prova. Un fatto senza precedenti nella storia della giustizia italiana.

In realtà di fatti clamorosi, in questa vicenda, ce ne sono diversi; uno per tutti, la vergognosa storia del pulmino di Bossetti, le cui immagini furono mandate in tutte le TV e che risultarono false.


Il primo luglio 2016 la corte d’assise di Bergamo condanna Bossetti all’ergastolo.
La Corte dispone risarcimenti pari a 1.300.000 euro, di cui 400.000 euro per ogni genitore di Yara, 150.000 per ogni fratello di Yara e 18.000 euro per gli avvocati.

Il 30.6.2017 inizia il processo d’appello.



Rimangono quelle domande irrisolte.
Come avrebbe fatto uno sprovveduto come Bossetti a tenere un cadavere in casa o altrove senza farsi scoprire?
Come avrebbe fatto a trasportare il cadavere e depositarlo proprio a poche centinaia di metri da dove partivano le ricerche della protezione civile (essendo infatti impossibile che il cadavere fosse sempre stato li, in quanto l’odore di cadavere è talmente forte che sarebbe stato scoperto molto tempo prima).
Quale il movente?
Quale la dinamica dei fatti (mai ricostruita)?
Cosa c’è di così importante nella vicenda di Yara da scomodare addirittura il ministro dell’interno, che nonostante la presunzione di non colpevolezza addita Bossetti come il colpevole già nella fase delle indagini?
E poi:
quelle tre ara: Yara Gambirasio, Chiara Poggi, Sara Scazzi; tre ragazze col nome che finisce in ara uccise nello stesso periodo. Da notare che Sara Scazzi scompare il 26 agosto del 2010; esattamente tre mesi prima della scomparsa di Yara.

Poi il campo, Rosa e C, in cui viene trovato il corpo di Yara, l’anagramma del cui cognome è Gambi Rosa.



Precedentemente ci eravamo occupati del delitto Gambirasio, qui, in collaborazione con Gianfranco Carpeoro:
http://paolofranceschetti.blogspot.it/2011/03/lomicidio-massonico-parte-6-lomicidio.html

Fonte tratta dal sito .

martedì 18 luglio 2017

IL CASO di Emanuela ORLANDi


IL CASO ORLANDI: OGNI VOLTA CHE I RICATTI INCROCIATI RISCHIANO DI VACILLARE PER CHI DETIENE ANCOR OGGI COME PREZIOSO OSTAGGIO, E SOPRATTUTTO VIVA, EMANUELA ORLANDI, SPUNTA IL “TESTIMONE DI TURNO” PRONTO A DIRE: “LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CHE SAPETE…”. COME FA LA MAGISTRATURA INQIRENTE AD APRIRE UN’INCHIESTA, PERALTRO MAI CHIUSA, SULLA BASE DI RIVELAZIONI SUPPORTATE DA CITAZIONI DI TESTIMONI, TUTTI IMMANCABILMENTE GIA’ MORTI?
SE ANCORA C’ERANO DUBBI SULLE TANTE DICHIARAZIONI RESE DA PIU’ PARTI, COMPRESA LA SOTTOSCRITTA, DICHIARAZIONI CHE HANNO SEMPRE ASSERITO CHE EMANUELA ORLANDI, GRAZIE A DIO E’ VIVA E IN BUONA SALUTE, ECCO CHE OGNI DUBBIO SVANISCE GRAZIE ALL’UTIMA TESTIMONE CHE AFFERMA INVECE CHE EMANUELA E’ MORTA, E FA IL NOME DI CHI ALL’EPOCA NE ORDINO’ IL RAPIMENTO…. MA QUAL’E’ IL “MESSAGGIO” CRIPTATO NEL RACCONTO DELLA TESTIMONE? IN REALTA’ COSTEI VUOLE DIRE: “ CONSIDERATE LA RAGAZZA COME MORTA E NON PROVATE NEMMENO AD IPOTIZZARE IL CONTRARIO, PERCHE’ CHI NE ORDINO’ IL RAPIMENTO FU IL POTENTISSIOMO MONSIGNOR MARCINCKUS”… POI , CONOSCENDO LE DIFFICOLTA’ PROCEDURALI AGGIUNGE: “PER RITROVARE IL CORPO DELLA RAGAZZA BISOGNEREBBE CERCARE NELLE TOMBE VATICANE DOVE E’ SEPOLTO INSIEME AI PAPI L’EX CAPO DELLA BANDA DELLA MAGLIANA, DE PEDIS….”

Mi chiedo cosa stia pensando in questo momento il professor Francesco Bruno, Criminologo del Sisde, il quale provò a fornire agli inquirenti indizi molto interessanti a sostegno che Emanuela Orlandi è viva, e ben protetta non lontana dal Vaticano.
E il professor Bruno non fu nemmeno il solo a “istigare” eventuali e doverosi “atti dovuti” Atti che forse non furono espletati sulla base di quanto il professore dichiarò, pur essendo persona credibile.
Ed è apparsa strana l’assenza del Criminologo, due sere fa, tra gli ospiti autorevoli di Matrix la trasmissione condotta da Mentana….che ha affrontato il caso con il pubblico televisivo.
Ciò che tuttavia rappresenta la maggiore garanzia sulla certezza che Emanuela sia in vita, traspare dallo sguardo bellissimo della mamma che non traduce il sentimento della speranza, bensì spazza via finanche il dubbio o il timore che la propria figlia sia morta.
E consentitemi di ritenere non conforme al caso specifico, nemmeno il generico paragone sul piano psicologico espresso da Federica Sciarelli conduttrice di “Chi l’ha visto?” quando ha commentato il comportamento della signora Orlandi come “normale” per tutte le mamme che vivono situazioni simili, ed ha citato la signora Pipitone, mamma della piccola Denise.
No. No. No.
A parte la convinzione dell’intera famiglia di Emanuela, ripeto, la verità sta scritta negli occhi e nell’espressione del volto della mamma, un’espressione lucida, ferma, e quasi severa verso chiunque si azzardi a dire che Emanuela è morta.
Questo caso lo seguii personalmente fin dall’inizio, ma come ormai sembra essere una consuetudine di comodo, derivante da poteri occulti, il fatto che più volte io abbia tentato di parlarne con gli addetti ai lavori, si è rivelato un inutile sforzo, perché nessun magistrato, pur disponendo nei miei confronti di strumenti punitivi in caso di mancato riscontro alla mia testimonianza, si è mai degnato di convocarmi.
E l’ormai vergognoso alibi che qualcuno ancora avanza su una mia presunta non credibilità, sta rendendo ridicolo l’intero sistema giudiziario, atteso che di persone realmente non credibili se ne ascoltano oltre la logica oggettiva, anche perché, o credibile o non credibile, è obbligatorio assumere a verbale chiunque poi sia disponibile a firmarlo responsabilmente.
Anzi, in ordine ad altri casi irrisolti, e dei quali ancora oggi sono in possesso non di indizi ma di prove, se le relative famiglie delle vittime, tramite i loro avvocati rappresentano agli inquirenti il desiderio di ascoltare quanto io ho da dire, le stesse famiglie subiscono intimidazioni e dissuasioni autorevoli, fino ad essere costrette a rinunciare ad un loro legittimo diritto.
Tutti si chiedono: perché ci si comporta così con Gabriella Carlizzi?
Non temo di rispondere io stessa.
Infatti chi di dovere sa bene che io sono a conoscenza di molte verità riscontrabili, verità che toglierebbero il velo del mistero e di conseguenza farebbero crollare il mercato dei ricatti incrociati sui quali campano esperti, mass-media, politici, e quanti altri considerano il recupero della verità come un evento pericoloso per le tasche dei poteri occulti, deviati, sporchi e trasversali.
Ebbene, all’epoca del “rapimento” di Emanuela Orlandi, persone che mi conoscevano anche nell’ambito delle mie parentele, seppero quanto io avevo direttamente appreso da un mio prozio, potente Cardinale e morto alcuni anni fa. Non a caso, a mio marito architetto, l’APSA (Amministrazione Patrimonio della Santa Sede) , i responsabili facevano prestigiosi incarichi al fine di liquidare una parte di preziosi immobili di proprietà del Vaticano. Ed anche di questo sono in grado di produrre prove documentali.
Fu così che un giorno ricevetti la telefonata di una Suora dei Servizi Segreti del Vaticano, Suora che naturalmente operava sotto copertura e falsa identità, tale “Suor M.” la quale mi chiedeva se potevo riceverla insieme ad un notissimo conduttore televisivo che all’epoca curava una trasmissione in qualche aspetto simile a “Chi l’ha visto?”.
Chiesi quale fosse il motivo di tale visita, ma la Suora al telefono fu evasiva, mi disse solo che era una vicenda molto delicata ed anche pericolosa, temendo di essere ella stessa pedinata e ascoltata al telefono.
Come nipote del Cardinale S.G. , non me la sentii di rifiutare la richiesta di detto incontro e pertanto le fissai un appuntamento presso la sede dell’Opera di Carità, fondata negli anni sessanta da Padre Gabriele Maria Berardi, noto in tutto il mondo come Esorcista, tanto che lo chiamavano “il Padre Pio di Roma”.
Fu così che nel giorno stabilito, si recarono in via Rovigo 16, la Suora accompagnata dal noto conduttore C.A.
Li feci accomodare e Suor M. introdusse il discorso con estrema diplomazia, dicendomi: “Sai Gabriella, (confesso che mi stupì l’immediato “tu”, troppo confidenziale per chi mi incontrava per la prima volta), conosciamo la tua forte personalità e la tua onestà intellettuale, ma non devi offenderti per quanto ti chiederà il dottor A. , non dipende da lui che sarebbe ben lieto di averti ospite nella sua trasmissione, purtroppo c’è qualcuno che se sapesse che certe informazioni provengono da te, metterebbe subito i bastoni tra le ruote …. “ E rivolta al suo accompagnatore lo invitò ad espormi l’argomento per il quale erano venuti a trovarmi.
Il dottor A., con un certo imbarazzo esordì: “ Signora Carlizzi, sappiamo che lei è a conoscenza che Emanuela Orlandi è viva, e che si troverebbe ben protetta nei pressi del Vaticano.
Come lei sa, io sto seguendo il caso nella trasmissione da me condotta e vorrei, anche a nome degli autori, chiederle se lei è disposta a svelarci quanto le risulta rinunciando a che si faccia il suo nome, nel senso che sarebbe la trasmissione a vantare la paternità delle informazioni.
In fondo per lei sarebbe come evitare di assumersi eventuali responsabilità, qualora la magistratura inquirente non trovasse riscontro a quanto da lei asserito…..”.
Lo interruppi: “Dottor A. la prego di alzarsi immediatamente e di uscire da questa stanza. Mi dispiace per Suor M. che non mancherò in seguito di contattare io stessa in qualche modo, ma mi creda, mai avrei pensato che un giornalista del suo spessore e che stimavo, cadesse tanto in basso.
Dica pure ai suoi interlocutori che preferiscono rimanere nell’ombra, che sono tuttavia personalmente a loro disposizione, non solo per confermare che la ragazza è viva, ma per accompagnarli a prenderla, anche in questo momento, se vogliono.
Ma ci si dimentichi che la soluzione di questo caso possa essere da me ceduta ad altri. Lei sa molto bene che sono stata “Assistente Volontaria” nel Supercarcere di Paliano, ove ho seguito in particolare un detenuto, un pentito della Banda della Magliana, molto vicino a De Pedis per il ruolo che svolgeva all’interno della Banda.
E sa anche che il mio parente Cardinale ha svolto incarichi di Tesoreria presso la Santa Sede … se ben ricordo si occupò anche della liquidazione del patrimonio di Padre Pio…
Le dico questo per farle capire anche qualcosa che potrebbe riguardare personaggi molto vicini allo Ior. Ora per favore la prego di andarsene.”
Il conduttore era in piedi davanti a me, si diede uno sguardo con la Suora e insistette: “Signora Carlizzi da queste sue poche parole sono sempre più convinto che lei conosce la verità, e se accettasse di non comparire, noi per ringraziarla potremmo elargire una consistente somma per la sua Opera di Carità…. Magari anche con il sostegno della Santa Sede….”
Ed io: “ Vede dottor A. forse lei non sa che tra Padre Gabriele, fondatore di questa Opera, e il Vicario di Roma Cardinale Poletti sono corsi sempre ottimi rapporti, rapporti che sono poi continuati con me che ho sempre portato offerte per le necessità del Vicariato di Roma, anzi ho proprio qui sulla scrivania una lettera di Poletti in cui mi ringrazia per la generosa offerta….” Gliela mostrai, e a questo punto, scuotendo la testa, mi salutò in fretta con un laconico: “Mi dispiace… peccato…”.
Da quel giorno incontrai molte altre volte Suor M. (quando feci scoppiare lo scandalo a Monreale per l’Arcivescovo Salvatore Cassisa), la quale comprese di aver fatto una mossa sbagliata nel portarmi l’illustre conduttore, e mi disse pure che aveva riferito al Santo Padre di quanto si era verificato e del mio rifiuto a non comparire nella vicenda.
Giovanni Paolo Secondo, era molto vicino sia a me che a suo tempo a Padre Gabriele, quando grazie all’Opera di Carità più volte Padre Gabriele riuscì a far arrivare aiuti in Polonia, nonostante non fosse consentito.
Chiesi pertanto a Suor M. come il Santo Padre aveva commentato il mio rifiuto alla proposta del conduttore, e la Suora mi rispose: “Sai Gabriella, ha stupito anche me… Ha detto che sei stata ispirata dallo Spirito Santo, perché quella ragazza è un ostaggio nelle mani di chi vuole gestire la stessa volontà del Papa. Ha detto che forse dopo la sua morte Emanuela un giorno ricomparirà, a meno che non si creino nuovi ricatti per chi sarà il suo successore alla Cattedra di Pietro, ma ha sottolineato che cercarla adesso sarebbe come farla uccidere…meglio non muovere le acque….”
“Si, risposi, posso capire, ma la famiglia di Emanuela soffre terribilmente…” … Suor M. mi interruppe: “ Gabriella, proprio tu che hai tanta Fede dici questo? Pensi che lo Spirito Santo non parli al cuore dei familiari, rassicurandoli che la ragazza è viva e sta bene?”
Guardai Suor M. e ammiccai un mezzo sorriso, un po’ malizioso:” Vogliamo chiamarlo davvero “Spirito Santo” oppure potrebbe avere un nome diverso…?” La Suora a sua volta mi guardò e tacque… ed io rimasi con la sensazione di un silenzio più eloquente di una risposta.
Ma in fondo quale era la verità che il conduttore voleva portare a conoscenza della pubblica opinione? Come si erano svolti veramente i fatti?.
Diciamo che la “supertestimone” che ha riportato alla ribalta il caso in questi giorni, qualche pezzo di “verità” seppure manipolata ad hoc l’ha detta, anche se il vero scopo per cui è stata “mandata” è quello di mettere davvero sulla vita di Emanuela una pietra tombale, vale a dire convincere che sia morta, anche a costo di ucciderla davvero.
All’epoca dei fatti, i Servizi Segreti della Santa Sede ebbero segnali di allarme circa la preparazione del rapimento di una ragazza cittadina vaticana allo scopo di “ricattare” il Santo Padre perché tacesse su altri eventi drammatici e scandalistici nonché massonici, che in qualche modo avrebbero potuto chiamare in causa esponenti del Vaticano.
Il rapimento sarebbe stato organizzato dalla Massoneria internazionale e deviata con la complicità di Autorità italiane che non avevano visto di buon grado l’elezione di un Papa polacco. Woityla , informato dai suoi Sevizi di quanto era in procinto di verificarsi, consultatosi con personaggi di sua fiducia, fu consigliato a precedere i veri rapitori, in modo da fare apparire come “vero” il rapimento della Orlandi, al fine di proteggerla e di salvarle la vita.
E l’intento riuscì, anche se negli anni che seguirono la ragazza, poi donna, di fatto divenne “ostaggio” nelle mani di chi si opponeva a talune decisioni del Papa, tanto più da quando la malattia lo rese sempre più fragile agli occhi del mondo.
Ci fu un momento particolare, in cui la Orlandi stava per essere veramente uccisa, se il Santo Padre non avesse accettato ob torto collo e in gran segreto, di abbandonare ogni suo potere decisionale, pur apparendo nel pieno possesso del suo mandato fino al giorno della sua morte.
Mi chiedo e chiedo: “Possibile che nessuno si sia accorto, o si è preferito chiudere gli occhi sul fatto più eloquente e dal quale si poteva risalire alla verità del caso Orlandi?
Possibile che nessuno si sia accorto che Papa Woityla ha siglato per l’ultima volta il suo testamento nell’anno 2000?
Perché mai, se solo pensiamo cosa nel mondo si è verificato dal 2000 in poi, negli anni successivi che pure lo videro viaggiare da un oceano ad un altro, finchè ebbe fiato per l’ultimo respiro?.
A quale ricatto fu sottoposto e da parte di chi, pur di salvare la vita all’ostaggio Emanuela Orlandi?
Concludo con un mio personale pensiero: meglio non cercare chi è ancora vivo , che rischiare di trovare morto chi ha ancora tanta vita davanti a sé.
Rimango pur sempre a disposizione della magistratura inquirente e dei familiari di Emanuela, nel caso volessero consultarmi come persona informata sui fatti.
27 Giugno 2008
 
Gabriella Pasquali Carlizzi


P.S.PUBBLICHIAMO UN ARTICOLO CHE LA GIORNALISTA GABRIELLA CARLIZZI RILASCIO’ SUL SITO WEB WWW.DISINFORMAZIONE.IT GIA’ IN DATA 6 MAGGIO 2004. TALE NOSTRA ESIGENZA TROVA RAGIONE NEL PREVENIRE QUANTI , ALLA LUCE DI CIO’ CHE IN DATA ODIERNA LA GIORNALISTA HA SVELATO CIRCA IL SUO INTERESSAMENTO AL CASO ORLANDI, SI PREPARANO A CONSIDERARE L’ALTO SENSO CIVICO DI GABRIELLA CARLIZZI COME UNA “MANIA DI PROTAGONISMO”, PER IL SEMPLICE FATTO CHE DA CIRCA TRENT’ANNI SVOLGE INTENSA ATTIVITA’ DI GIORNALISMO INVESTIGATIVO E PERTANTO E’ A CONOSCENZA DI MOLTE VERITA’….SCOMODE. QUI DI SEGUITO POTETE LEGGERE CIO' CHE FU PUBBLICATO IN TEMPI NON SOSPETTI SU WWW.DISINFORMAZIONE.IT.
Fonte tratta dal sito .

Foto-Didascalia
Home Page : Manifesto per la scomparsa di Emanuela Orlandi
Nell'articolo in successione :
1. Manifesto per la scomparsa di Emanuela Orlandi
2. Articolo sulla banda della Magliana
3. Enrico De Petis
4. Papa Wojtila "dietro le quinte" da Repubblica.it
5. Vista dello Stato del Vaticano
6. Cardinale Sergio Guerri
7. Cardinale Paul Marcinkus
8. Mappa in prossimità Sala Nervi
9. Santa Appolinare
10. Padre Gabriele Maria Berardi
11. Copertina de "L'Altra Repubblica" numero 1 del 1994

lunedì 17 luglio 2017

L’ INQUIETANTE VERITA’ DEL DELITTO DI GARLASCO

DELITTO CHIARA POGGI: COLPO DI SCENA!
ALBERTO STASI “SCAGIONATO” DA UNA NUOVA SUPER PERIZIA.
TUTTO DA RIFARE?
CHI HA UCCISO CHIARA? …
FORSE E’ OPPORTUNO RILEGGERE E RIFLETTERE SULL’ARTICOLO, CHE RIPROPONIAMO QUI DI SEGUITO E CHE GABRIELLA CARLIZZI PUBBLICO’ SU QUESTO SITO SUBITO DOPO IL DELITTO… LA DECRIPTAZIONE DELLA GIORNALISTA, ALLA LUCE DELL’ULTIMA SVOLTA, APPARE OGGI UNA PISTA DA SEGUIRE…
L’ INQUIETANTE VERITA’ DEL DELITTO DI GARLASCO
Scritto da Gabriella Pasquali Carlizzi
Sabato 03 Novembre 2007
IL DELITTO DI CHIARA POGGI, PONE INQUIETANTI QUESITI CHE POTREBBERO ANDARE BEN OLTRE L’IMMAGINARIO COLLETTIVO, DI UN PAESE CHE DISTA APPENA CINQUANTA CHILOMETRI DA BUSTO ARSIZIO…
E’ SUFFICIENTE LA CLASSICA INDAGINE CONFORME A QUANTO OGGI CONSENTONO I CODICI DI PROCEDURA PENALE, OPPURE E’ NECESSARIO AFFIANCARE AGLI INVESTIGATORI, UNA RICERCA SCIENTIFICA SULLA BASE DI PARAMETRI CHE POSSONO INDICARE QUANTO SFUGGE AI CANONI TRADIZIONALI DI CUI SI AVVALGONO GLI ORGANI INQUIRENTI?
E’ il 13 agosto 2007.
Una ragazza, da poco laureata, se ne sta sola, nella sua casa rimasta vuota, dopo che i genitori sono partiti per le vacanze, e continua a studiare, mentre già cerca di inserirsi nel mondo del lavoro, avendo avuto l’opportunità di essere introdotta in un’azienda milanese.
E’Chiara Poggi, 26 anni, il cui destino sta per rivelarsi ben diverso da quanto forse era logico pensare, come il corso naturale della vita di una ragazza, che dopo gli studi, inizia a lavorare, a gustare il senso dell’autonomia, prima di coronare con il matrimonio, un fidanzamento che appare stabile, tranquillo, senza eccessi di passione, un legame che non crea problemi alle reciproche famiglie, ben liete di considerare Alberto e Chiara , futuri sposi.
E come sempre accade tra genitori che precedono i tempi dei loro stessi figli, senza preoccuparsi che all’apparenza corrisponda un’autentica realtà, magari già pensano al ruolo di nonni, o al nome che daranno al primo nipotino, o se somiglierà più al bel volto di Chiara, oppure sembrerà timido, chiuso, come il papà, quell’Alberto anche lui vicinissimo alla laurea, dall’aspetto del classico ragazzo per bene, che ogni genitore desidererebbe come il marito ideale per la propria figlia.
Eppure, questo bel quadro familiare, dà l’impressione di una vecchia foto in bianco e nero, quando si perdeva almeno un’ora, per trovare la posa giusta, non di certo per una modella, ma per un nucleo di persone, dalla cui espressione di ciascuno si sarebbe detto un giorno: “Come eravamo…”
E il tempo sembra essersi fermato a quel 13 agosto 2007…. Il silenzio di due giovani, intenti ciascuno ai propri doveri, si impone quasi, sui rumori della strada, i saluti di chi parte per le vacanze, gli auguri di Ferragosto….la voglia di spezzare una routine che ha già dato buoni frutti.
Accanto al silenzio, c’è immobilità, non c’è accenno ad un minimo trambusto, tra l’armadio di una bella ragazza e la valigia già aperta sul letto, mentre l’abbigliamento più birichino, sembra dire: “portami con te, ci divertiremo insieme…. Questo per la sera, e questo quando vuoi fare colpo su qualcuno, e ancora guarda quant’è sfizioso l’abitino corto che ti si fascia addosso…. Su dai Chiara, chiudi quel computer, e va verso la vita che ti sta aspettando…. Prima che tu perda la tua corsa….”
In una casa non lontana da quella di Chiara, c’è Alberto, il suo Alberto, anche lui davanti al computer, quasi uno schermo per separare dal resto del mondo, i suoi pensieri segreti, impenetrabili, ombrosi, pensieri da cui non vorrebbe distaccarsi, nemmeno per mangiare l’ultimo boccone stanco con Chiara, prima di congedarsi, e tornare chissà ai suoi ricordi proibiti, o ad un mondo virtuale, dove si può mentire, e dare di se stessi l’immagine che avremmo desiderato nella realtà.
E’ sempre lo stesso lunedì 13 agosto 2007….
Tutto appare immobile, incantato, inanimato, mentre sta per aprirsi il sipario su una scena invecchiata nel tempo, mentre sta per abbattersi quello che si rivelerà un fulmine a ciel sereno, il cielo del 13 agosto 2007…..
E’ lei, Chiara, la prima attrice , cui è stato assegnato un copione muto, ove unico segno di vita è un colore violento, riflesso ovunque, sulle pareti, a terra, lungo le scale, raggi che non sono di sole, ma che tuttavia convergono sul corpo della giovane: è la Morte, che indossa in quel 13 agosto 2007, un abito tinto di rosso…. rosso come il sangue di colei che giace a terra, insieme ai suoi ventisei anni ormai sepolti nell’eternità ….
Ed ecco il primo suono a rompere il silenzio ormai divenuto sacro, ed ancora un altro suono, ma Chiara è già forse in volo tra un coro di Angeli, là dove gli squilli ripetuti di un cellulare dissacrano il sacrificio consumato, e per il quale sono state usate le armi di un antico rituale, quando nel lontano oriente ci si garantiva il potere, il successo, la notorietà, mediante l’offerta di una vita che avrebbe garantito il prestito richiesto, firmando col sangue, consentendo che venisse raccolto nel calice della Morte, anche il sangue della fertilità, senza il quale non sarebbe stato possibile celebrare uno dei rituali più segreti, nel nome del Giano Bifronte, Divinità dai due volti, il passato cui si impone il futuro, nella eterna giovinezza di un’alleanza gemellare, indivisibile, bisessuale….
Chiara non si era mossa per andare in vacanza, forse aveva percepito l’imminenza di una vacanza eterna, tuttavia il sentimento della paura la coglieva di sorpresa, alle spalle, come a breve l’avrebbe colpita la Morte. Ha cercato di conoscere il proprio destino, e il pericolo le era stato confermato, non certo dalla fantomatica cartomante, forse un operatore dell’occulto, forse segretamente consultato a Milano.
Avrebbe potuto sparire, ma preferì forse tentare di capire cosa ultimamente adombrava il volto di Alberto, come di chi sapeva cosa si stesse preparando per loro due, senza poter far nulla per tornare indietro da un giuramento estorto in una fase non cosciente, catturato in un gioco estremo, dopo aver sorseggiato una bevanda magica, capace di attutire ogni evento cui si è costretti a cedere.
Un delitto quello di Chiara Poggi, studiato a tavolino, iniziato con l’irresponsabilità del gioco di ruolo, con quattro giocatori, due femmine e due maschi, unica assente la vittima designata, e un manuale per seguire ed applicare le regole enunciate.
Un delitto che sembra rievocare il delitto di Nadia Roccia, uccisa dalle due amiche con la complicità di qualcuno che riuscì a sfuggire alla Giustizia.
Ma cerchiamo di analizzare questo sacrificio, che nulla ha di paragonabile a Cogne, come si legge sui giornali, o ad altri sacrifici, che come tali sono stati ignorati, e considerati come delitti comuni, forse perché ancora certe realtà incutono molta paura negli ambienti giudiziari, oltre alla totale impreparazione degli investigatori, in questa materia che vede le sue origini fin dal principio del mondo.
In fatti come questi, assume innanzitutto particolare importanza, la data. E questo perché in ogni calendario, di qualsiasi cultura, la data è indicativa e identificativa di determinati eventi.
I parametri che il ricercatore adotta, per decriptare il codice di un sacrificio umano, camuffato in un delitto, sono riconducibili, oltre che alla data, nella quale si nasconde il simbolismo temporale, al territorio, importante per stabilire la recettività magnetica che mettono in campo i protagonisti del rituale.
Si passa poi all’analisi dei nomi, in senso lineare ed in senso incrociato, osservando analogie numeriche associate alle analogie temporali e territoriali.
Dalle risultanze di questi parametri, si è in grado di capire le finalità del sacrificio, quale offerta alla divinità in cambio di una o più richieste.
Di conseguenza si considera il parametro riconducibile ai richiedenti, il cui risultato deve necessariamente combaciare con i risultati derivanti dai parametri relativi alla vittima.
Se si raggiunge una quadratura simbolica perfetta, il delitto può essere scomposto fino alla identificazione del movente e degli esecutori.
DATA DEL DELITTO: Lunedi 13 Agosto 2007
Applicazione del codice: ( 1 + 1 + 3 + 8 + 2 + 7 = 22 ) Il numero 22 è considerato un numero gemellare, sia se gli operatori sono due, sia se sono quattro. Nel primo caso il 2 sarà gemello dell’altro 2, nel secondo caso, il 22 si dividerà per 2 ottenendo due coppie: 11 (1+1) e 11 (1+1) .
Da un punto di vista simbolico, il 13 agosto, rappresenta il terzo ed ultimo giorno utile, per esprimere i desideri della storica notte di San Lorenzo, la notte delle stelle.
Si passa ad analizzare numericamente il nome della vittima prescelta.
E pertanto avremo: (nome = 38 e cognome = 50) che sommati diventano 88.
Ora siamo già in grado di testare il funzionamento dei codici applicati dal ricercatore.
Prevale innanzitutto un concetto gemellare, a conferma che la divinità oggetto dell’offerta sacrificale è il Giano Bifronte .
Le coppie gemellari sono 2 e pertanto gli operatori sono 4 come la scelta del giorno 13, 1+3 = 4
Dall’analisi numerica della vittima prescelta, abbiamo una ulteriore conferma, dei dati precedenti.
Infatti il numero 88 è divisibile per 4 quanti sono gli operatori, dandoci un risultato pari a 22, che abbiamo visto indica due coppie, 11 e 11.
Stabilito che la principale caratteristica è quella gemellare, si rende necessario analizzare numericamente i soli nomi delle gemelle. Pertanto avremo un 39 e un 69. In questo caso, essendo di sesso femminile, il codice da applicare dovrà essere orizzontale, e dunque avremo un 11 ed un 15 .
Se il movente è riconducibile al simbolismo gemellare, sommando l’11 al 15 dovremmo avere un numero identico al giorno del mese del sacrificio. 11 + 15 = 26 che essendo una coppia, divideremo per due, ottenendo esattamente un 13, e il giorno 13 fu il giorno del sacrificio.
A riguardo infine del territorio, verificheremo numericamente, il paese, la via e il numero civico della vittima. Pertanto: Garlasco sarà = a 68 , Pascoli sarà uguale a 67, e il numero civico è 8.
Sommando questi tre numeri avremo un 143 che scomposto e addizionato sarà = a 8 .
Sono veramente 4 gli operatori? Per saperlo dobbiamo dividere 8 per 4 ed avremo un 2, vale a dire 4 operatori formati da 2 coppie, una coppia mandante e con movente di sesso femminile, e una coppia inserviente di sesso maschile ma bivalente.
Possiamo ora fornire una generica dinamica del delitto.
Elemento essenziale tramite la coppia inserviente, era la certezza che la vittima avesse il ciclo mestruale, come poi è stato accertato.
Una volta fatta la quadratura dei dati necessari per il rituale, la coppia mandante e portatrice del movente, si è presentata alla vittima, e munita di “coltello a farfalla” detto anche “arma gemellare”, ha inferto i primi colpi, e una volta stramortita ma ancora in vita, ne è stato raccolto in un vasetto sacramentale il sangue occulto.
La vittima non si è difesa, come avrebbe potuto, sapendo che non avrebbe modificato il risultato del rituale.
La coppia mandante si è quindi dileguata, avvertendo la coppia inserviente che potevano intervenire, Uno solo si recò a casa della vittima.
Ora, poiché la divinità cui era stato offerto il sacrificio umano, era appunto il Giano Bifronte, si rendeva necessaria la composizione di un amuleto sottoforma di “santino” , più comunemente una fotografia che raffigurasse la vittima insieme alla coppia mandante.
Come in realtà è avvenuto, essendo stata commissionata una foto, con la vittima, scattata dopo la morte della stessa.
Tale oggetto, sarà consacrato al Giano Bifronte, ed avrà l’effetto riconducibile al movente del sacrificio.
Fonte tratta dal sito .

Didascalia immagini:
1.Chiara Poggi;
2.Alberto Stasi;
3. ;Fabrizio Corona
4. Amiche di Chiara;
5. Il Giano Bifronte;
6. Chiara e le sue amiche;
7. Il coltello a farfalla.