venerdì 13 gennaio 2017

Cartesio e il pensiero razionalista: “Cogito ergo sum”

Siamo sicuri di esistere? Stando al buon senso, sì. Ma a rigor di logica è più complicato affermarlo. Chi ci dice che tutto quanto vediamo attorno a noi non sia un’illusione? I nostri sensi, si sa, si possono ingannare. E se invece fosse solamente un sogno?
Con la locuzione Cogito ergo sum, che significa letteralmente “Penso dunque sono”, Cartesio esprime la certezza indubitabile che l’uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante.
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Le idee immateriali di Dio

Un filosofo irlandese, George Berkeley (1685-1753), era giunto alla conclusione che la cosiddetta realtà fosse solo il modo in cui percepiamo le idee, immateriali, di Dio. Un’altra risposta fu avanzata, in un giorno imprecisato del 1637, dal filosofo francese Cartesio (René Descartes, 1596-1650, considerato il padre della filosofia e della matematica moderne). Cartesio rispose in latino cogito ergo sum: penso, dunque sono. Questa è la sola, incrollabile certezza possibile, secondo Cartesio, di fronte a un dubbio che il filosofo estende fino a ipotizzare l’esistenza di un genio maligno che continuamente ci inganna su tutto, dandoci la falsa impressione di esistere. Eppure, anche solo per essere ingannato, l’uomo deve pur esistere in qualche modo. E proprio perché dubita, e quindi pensa, cosa di cui non può dubitare, l’uomo è certo di esistere. Almeno come sostanza pensante.

Cartesio e l’esistenza del “Genio maligno”

Cartesio vi perviene mosso dalla ricerca di un metodo che dia la possibilità all’uomo di distinguere il vero dal falso, non soltanto per un fine strettamente speculativo, ma anche in vista di un’applicazione pratica nella vita. Per scoprire tale metodo, il filosofo francese adotta un procedimento di critica totale della conoscenza, il cosiddetto dubbio metodico, consistente nel mettere in dubbio ogni affermazione, ritenendola almeno inizialmente falsa, nel tentativo di scoprire dei principi ultimi o delle massime che risultino invece indubitabili e su cui basare poi tutta la conoscenza.
Cartesio sostiene che nemmeno le scienze matematiche, apparentemente certe, possono sottrarsi a tale scetticismo metodologico: non avendo una conoscenza precisa e sicura della nostra origine e del mondo che ci circonda, si può ipotizzare l’esistenza di un “Genio maligno” che continuamente ci inganni su tutto, anche su di esse. Si giunge così al dubbio iperbolico, estremizzazione limite del dubbio metodico.
A prima vista, quindi, per l’uomo non c’è alcuna certezza. Eppure, quand’anche il “genio maligno” ingannasse l’uomo su tutto, non può impedire che, per essere ingannato, l’uomo deve esistere in qualche modo. Non è certo detto che l’uomo esista come corpo materiale, perché egli non sa ancora nulla della materia. Ma l’uomo è sicuro di esistere in quanto è un soggetto che dubita, e quindi pensa. Cogitare in latino significa «pensare»: l’uomo perciò esiste perlomeno come sostanza pensante o res cogitans.
Cartesio perviene a questa certezza perché, pur provando a dubitare di tutti i suoi pensieri, si accorge che il dubitare di pensare è ancora un pensare: l’atto di supporre che io possa ingannarmi coincide infatti con l’io che verrebbe ingannato, c’è quindi una perfetta identità tra conoscente e conosciuto. Poiché il dubbio scettico dubitava che all’idea corrispondesse la realtà, cioè l’oggetto pensato, ora questo dubbio non ha più motivo di esistere, perché Cartesio ritiene di aver dimostrato una volta per tutte che quando si ha un’idea evidente questa corrisponderà necessariamente alla realtà: appunto come accade con il cogito ergo sum. È una dimostrazione, questa di Cartesio, che tuttavia sarà sottoposta a numerose contestazioni da parte dei suoi critici.
In realtà si tratta solo di un’intuizione e non di un ragionamento dimostrativo vero e proprio: infatti, come spiega Cartesio stesso, il significato dell”ergo differisce da quello assunto dal vocabolo in questione nei sillogismi; il suo non è un ragionamento che parte da premesse per arrivare a concludere qualcosa perché questo richiederebbe un preventivo accertamento della veridicità delle premesse. L’ergo qui va inteso come una sorta di esclamazione per sottolineare la scoperta appena fatta: “io penso” ed “io sono” sono oggetto di un unico atto di conoscenza e quindi costituiscono una certezza unitaria, ovvero il fatto di pensare significa immediatamente il fatto di esistere.

Cogito ero sum

Con il Cogito ergo sum Cartesio sembra rifarsi alla filosofia diSan Agostino d’Ippona e alla sua affermazione Si fallor sum (Se sbaglio esisto), ma in realtà ne capovolge radicalmente la prospettiva: per Agostino, infatti, il dubbio era espressione della verità, e significava che io ho la capacità di dubitare solo in quanto c’è una Verità che mi trascende e rende possibile il mio pensiero.
Cartesio invece, che tiene lui stesso a sottolineare la differenza col metodo agostiniano, intende affermare che è la verità a scaturire dal dubbio, non viceversa. Il fatto di dubitare, cioè, è la condizione che mi permette di dedurre l’essere o la verità. Solo così il dubbio può diventare “metodico”: arrivando a giustificarsi da sé, e non sulla base di una verità ad esso pregressa, il dubbio stesso si assume il compito di distinguere il vero dal falso.
In tal modo, però, il cogito diventava incapace di aprirsi ad una dimensione trascendente: l’identità di pensante e pensato non serve a ricondurre ad un fondamento ontologico (L’ontologia si occupa dello studio della natura dell’essere. Alcuni dei quesiti essenziali ai quali l’ontologia cerca di rispondere sono:
  • Cos’è l’esistenza?
  • L’esistenza è una proprietà reale degli oggetti?
  • Qual è la relazione tra un oggetto e le sue proprietà?
  • È possibile distinguere proprietà essenziali e proprietà accidentali di un oggetto?
  • Il problema dell’essenza o della sostanza
  • Cos’è un oggetto fisico?
  • Cosa significa dire che un oggetto fisico esiste?
  • Cosa costituisce l’identità di un oggetto?
  • Quando un oggetto cessa di esistere, invece di cambiare semplicemente?
    Il problema degli universali).

L’inganno che non c’è

Sarà per rimediare a queste difficoltà, e scongiurare così la caduta nel solipsismo, che Cartesio giungerà ad elaborare tre prove ontologiche dell’esistenza di Dio, il quale si renderebbe garante del metodo in virtù del fatto che Egli «non può ingannarci».
Il cogito cartesiano fu tuttavia contestato da vari suoi contemporanei. Ad esempio Giambattista Vico rimproverava a Cartesio di aver identificato tutto l’essere con la propria realtà interiore, riducendo l’ontologia ad una mera conseguenza dei suoi pensieri, e affermando se stesso come la realtà assoluta. Secondo Vico, invece, qualcosa diventa reale solo quando si fa storia, sulla base del modo specifico che ha l’uomo di esistere e di estrinsecare le Idee divine nel mondo. Vico si rifà in proposito all’antica distinzione tra essere ed esistere, in virtù della quale Cartesio non avrebbe potuto affermare «penso dunque sono», bensì «penso dunque esisto»: in altri termini, il suo cogito ha un valore relativo e non assoluto.
Estimatore di Cartesio sarà invece Hegel, il quale, salutandolo come l’iniziatore del pensiero moderno dopo secoli di filosofia presunta “misticheggiante”, dirà di lui: «Qui possiamo dire che siamo a casa e, come il navigante dopo una lunga peripezia su un mare tumultuoso, possiamo gridare “Terra!”».
Altri interpreti, ad esempio Emmanuel Lévinas, sottolineano come nel Cogito cartesiano vi sia una preminenza del soggetto sull’oggetto, che sarebbe allora incompatibile con la loro presunta identificazione: la dimostrazione cartesiana di una corrispondenza del soggetto pensante con l’oggetto pensato avviene tutta all’interno del soggetto stesso, quindi non atterrebbe alla sfera sicura dell’oggettività, ma a quella evanescente della soggettività.
Da quel primo cogito ergo sum gli uomini non hanno mai smesso di dubitare. In primo luogo della risposta data da Cartesio. Ma il maligno genio che spaventava il filosofo francese potrebbe impallidire davanti ai mostri tecnologici che oggi sfidano la nostra precaria consapevolezza di esistere. I computer sono ormai abbastanza potenti, sostengono gli esperti, da consentirci di creare mondi alternativi, civiltà virtuali e avanzate che, in un futuro non troppo lontano, potrebbero contenere esseri autonomi e coscienti come noi.

Se penso, esisto. O no?

In questo modo saremmo praticamente tornati al punto in cui ci ha lasciato Cartesio: posso essere sicuro solo della mia esistenza, in quanto dubito e penso. Tutto il resto potrebbe essere illusione-simulazione. Senonché la scienza oggi potrebbe demolire anche quest’ultimo caposaldo.
I neuroscienziati hanno infatti sempre più spesso messo in dubbio che gli uomini siano dotati di libero arbitrio, di volontà. In effetti molto spesso scegliamo senza pensare e solo a posteriori giustifichiamo con il ragionamento le nostre scelte. «Potrei anch’io essere uno zombie, senza capacità di volere e senza rendermene conto», sostiene Paul Skokowsky, filosofo dell’Università Stanford.
E’ il filosofo della scienza Giulio Giorello, che ha scritto un libro su questo tema (Lo scimmione intelligente, Rizzoli 2009), fa un esempio: «Già Erich Fromm (1900-1980, sociologo e psicanalista tedesco) faceva il caso di un ipnotizzatore che faceva addormentare un soggetto e gli suggeriva che al risveglio avrebbe cercato un manoscritto. E, non trovandolo, avrebbe ritenuto che un amico glielo avesse rubato. Così succede. Ma a quel punto compare un quarto personaggio, che, ignorando l’esperimento, si convince che il soggetto dice la verità. Abbiamo usato questo esempio», dice Giorello, «per sottolineare quanto conti la comprensione adeguata della situazione. In breve, l’osservatore della storiella non la possiede: non sa che il soggetto è stato ipnotizzato». Ma scoprire la verità è facile se si comprende la situazione. Cosa ne pensate? Siamo o non siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni?
Fonte tratta dal sito .

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