venerdì 14 luglio 2017

MOSTRO DI FIRENZE: “UN’INDAGINE ESTREMA DEL COMMISSARIO LUPO BELACQUA

MOSTRO DI FIRENZE: “UN’INDAGINE ESTREMA DEL COMMISSARIO LUPO BELACQUA”, ULTIMO THRILLER DI MARIO SPEZI.
UN LIBRO CHE PARLA… MA A POCHI, AI SOLI CHE HANNO VISSUTO E CONTINUANO A VIVERE DALL’INTERNO L’INCHIESTA INFINITA SUI DUPLICI DELITTI DELLE “COPPIETTE”…
AI “PROFANI”, IL NARRATORE, OFFRE UN AFFASCINANTE ENIGMA, A VOLTE INQUIETANTE, A VOLTE DIVERTENTE, MA SICURAMENTE DALLO STILE BEN STUDIATO …. UN TEST UTILE PER GLI “STRIZZACERVELLI”…
C’è da chiedersi quanto tempo Mario Spezi abbia impiegato per elaborare un cosiddetto “romanzo” che risulta essere una difficile prova per gli appassionati di rebus, di enigmi, e nemmeno tutti, ma solo quelli che hanno frequentato l’Università di Mostrologia, e si sono specializzati in “Mostro di Firenze”.
In ogni caso, il narratore ha mostrato in questo giallo, l’abilità del “genio”, e per questo vale la pena di commentare l’opera, anche al fine di tracciare una “guida alla lettura” di “Un’indagine estrema del Commissario Lupo Belacqua.
In questo caso, prima di entrare nel merito della trama vera e propria, è necessario sottolineare alcune nostre osservazioni.
Infatti, l’autore, fa precedere il racconto da una citazione:
“CON TUTTO CHE QUESTO CHE IO TI FO NON SI POSSA
ASSAI PROPIAMENTE VENDETTA CHIAMARE, MA PIU’ TOSTO
GASTIGAMENTO”
(Boccaccio, Decamerone,
Ottava giornata novella settima)
In calce al testo leggiamo:
“Questo romanzo è liberamente ispirato a fatti di cronaca. L’ideazione e lo sviluppo della storia e dei personaggi sono frutto della fantasia dell’autore”
Dunque l’ignaro lettore dovrebbe dedurre che la trama si articola intorno a fatti realmente accaduti, mentre nomi, luoghi, e circostanze dovrebbero essere inventati, appunto come quando nella narrativa ci si tutela con la classica formula “ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistite o esistenti è puramente casuale”.
Dunque nomi frutto della fantasia dell’autore e non riconducibili a nessuno che esista nella realtà, se non per puro caso…
Tuttavia, Mario Spezi, nella presentazione del suo thriller, pubblicata sul suo sito web, dopo aver sintetizzato la trama conclude:
“Il doppio finale che attende il lettore è così spiazzante da lasciare interdetti. E forse farà infuriare qualcuno. Ma così è la vita. “
La domanda è d’obbligo. “Perché mai un romanzo dovrebbe fare infuriare qualcuno?”
E d’altra parte la citazione del Boccaccio, scelta non a caso dall’autore, appare abbastanza eloquente.
Dunque anche in questo “labirinto letterario” si rende necessario individuare il “messaggio” forse criptato in una storia apparentemente avvincente ma con precisi destinatari.
Ma chi è Lupo Belacqua?
Un Commissario e Capo della Squadra Mobile di Firenze.
In che anni è ambientato il romanzo?
Spezi ci dà una traccia.
Infatti parla di “euro”, parla di un mese di “agosto”, ma soprattutto parla della larva Calliphora… Dunque siamo nell’estate del 2002.
Infatti proprio in quell’estate Mario Spezi, approfittando della presentazione del libro di Cecioni e Monastra “Il Mostro di Firenze” , evento che si tenne alle Giubbe Rosse , noto circolo letterario della città dell’arte, il “mostrologo” annunciò di avere in mano uno scoop mondiale e tale da far saltare tutte le indagini sui duplici delitti del Mostro, e smascherare gli inquirenti che a suo dire, le avrebbero depistate negli anni.
Invitava pertanto i presenti a seguire per il lunedì successivo la trasmissione “Chi l’ha visto?” durante la quale avrebbe fatto il botto con il suo “scoop”.
Ma di che si trattava?
A sentire Spezi, la prova era inconfutabile e scientifica, aveva perfino un nome, era una testimone “eccellente”…
Ma chi?
Come, non conoscete la larva Calliphora?....
Ora, è opportuno ricordare il motivo per cui Spezi insieme al regista di “Chi l’ha visto?” , Pino Rinaldi, organizzarono quello che non riuscì, né come scoop, né tanto meno servì a distruggere decenni di indagini, e men che se ne dica a convincere il competente Tribunale di Genova ad accogliere le ripetute istanze presentate dal difensore di Vanni, ed ora anche difensore di Mario Spezi, per la revisione della sentenza definitiva che vide condannati i “compagni di merenda”.
Calliphora, mosca era, e mosca rimase… anzi la mosca dei morti.
Ma che doveva dimostrare questa larva?
In sintesi, Spezi e chi per lui, sostenevano che l’ultimo duplice delitto, quello della coppia dei francesi, il Mostro non lo commise l’8 settembre del 1985, bensì almeno ventiquattro ore prima.
E se così fosse stato, allora Pacciani avrebbe avuto un alibi di ferro, e di conseguenza la “confessione” del “pentito” Lotti sarebbe stata in qualche modo “estorta” dagli stessi inquirenti, in cambio di una “sistemazione” più decorosa del reo-confesso.
Ora ci si chiederà: dove sta il collegamento tra la “Calliphora” di cui parla Mario Spezi nel suo thriller, e la Calliphora che il “mostrologo” chiamò a testimone nel duplice delitto degli Scopeti?
Il collegamento è proprio in questa machiavellica opera letteraria, quando l’autore, dopo aver precisato che i riferimenti della narrazione sono frutto della sua fantasia, fa finta di dimenticarsene, e pubblica nomi e cognomi reali e ben collocabili in fatti e circostanze dettagliate.
Ed ecco che a pagina 50 e seguenti dell’intrigante thriller leggiamo due nomi che ci sembra di aver già sentito: gli illustri professori anatomo-patologi ed etmologi, Introna ed Altamura.
Ma come non doveva essere un romanzo?
Introna ed Altamura, non furono gli scienziati che espletarono per Spezi&Company la perizia sulla Calliphora ritrovata sui cadaveri dei due poveri francesi uccisi dal Mostro?
Certo che si, furono proprio loro, ed ecco che senza nemmeno ricorrere a nomi di fantasia, Spezi ce li vuole ricordare nel “romanzo” con le loro vere identità.
A questo punto la lettura si fa sempre più interessante: e come non cedere alla curiosità di andare a verificare anche la reale esistenza di altri illustri nomi citati nel libro?
Impossibile non rimanere sconcertati, impossibile non chiedersi il movente che abbia spinto l’autore a rischiare tanto, ad esporsi in prima persona a querele da parte di chi può ben pagarsi parcelle astronomiche di avvocati, quei “Principi del Foro” che sono capaci di ottenere risarcimenti per decine e decine di migliaia di euro.
A meno che, tra l’autore del thriller e i personaggi illustri, realmente esistenti, cui Spezi attribuisce ruoli anche criminali, oltre che di gay e lesbiche, non ci sia stato preventivamente e chissà per quali oscure vicende, un tacito “accordo”.
Ricatti? …..
Chiamate in correo?.....
Difficile immaginarlo, fatto sta che più lo si legge e più il “romanzo” appare realtà.
Una delle famiglie protagoniste della storia sono i gioiellieri Giannelli, tra le più prestigiose e antiche gioiellerie fiorentine.
E come tali sono presentati nel thriller, con l’aggiunta che la figlia Lorenza, amante della bella Leah Ross, organizza con quest’ultima l’omicidio del proprio marito, al quale le due lesbiche intendono scippare l’esigua somma di un milione di euro, frutto di una mercanzia di diamanti.
A sua volta, il genero del vecchio Giannelli, ucciderà invece con un colpo di scena la moglie Lorenza, figlia appunto del Giannelli.
Dunque una famiglia di assassini, depravati dediti ad affari sporchi nel mercato dei diamanti.
E così il lettore che credeva di leggere una storia ispirata a fatti reali con nomi di fantasia, si ritrova dinanzi a nomi veri e di chiara fama, protagonisti di fatti….
Qui, il rebus, perché a dar retta all’autore il racconto si ispira a fatti di cronaca….
Vedremo come reagiranno i signori Giannelli dopo la lettura di questo articolo, semmai dimenticassero di leggere il libro ignorando di essere stati “prescelti”, come obiettivo di ciò che non saremo noi a stabilire…
E che dire di quel povero Cecchini, il macellaio dei Vip, ove fanno salotto i turisti ma anche tutta la nobiltà delle colline fiorentine, nella frequentatissima Macelleria di Panzano nel Chianti?
Costui ha anche un sito web, e ci si accorgerà che oltre al nome, la descrizione del personaggio è perfetta e riconoscibile nella fotografia che compare nella “rete”.
Si potrebbe pensare ad una pubblicità concordata, ma considerando il ruolo che Spezi attribuisce al macellaio nel suo “romanzo”, appare più facile ipotizzare un qualche “messaggio in codice”, senza dimenticare la descrizione del coltello.
Il Cecchini dunque adescherebbe le giovanissime e nobili fanciulle, conosciute in occasione di qualche festa per cui prepara i piatti tipici del luogo, e poi tirate in trappola con misteriose email, dal mittente suggestivo e categoricamente “magico”, misterioro…
Pan666…
E bravo il Cecchini, chissà se si è letto in questa veste e chissà magari quanta gente che conosce bene l’uso del “romanzo” da parte di certi narratori, se ne guarderà bene da oggi in poi a farsi vedere in quella macelleria…
Ancora una volta nomi reali… e i fatti?
Stando all’autore dovrebbero essere fatti di cronaca…
E così di seguito per tutte le 215 pagine, un nome dopo l’altro, un delitto dopo l’altro, il tutto annodato intorno al principale protagonista della storia: Lupo Belacqua.
E qui viene il bello… anzi è il caso di dire che l’autore nel coniare il nome del Commissario, Capo della Squadra Mobile di Firenze nel 2002 (ricostruendo gli eventi citati nel thriller), ha toccato il livello della genialità.
Un vero rompicapo, anche se un indizio Mario Spezi, da generoso qual è lo ha lasciato per i lettori “di buona volontà”.
E vediamo di sviluppare un ragionamento e seguire il nostro filo d’Arianna.
Intanto, come abbiamo evidenziato, l’autore cita Boccacccio, e manda a dire a qualcuno che questo “romanzo” è da considerarsi un “gastigamento”.
Andando poi alla pagina 163, leggiamo:
“C’è un libro….che contiene tutti gli altri libri, tutti. E’ l’unico che valeva la pena di essere scritto. Se hai letto quello, hai letto tutti i libri del mondo. Gli altri, compresa la “Divina Commedia” e “Topolino”, sono solo divagazioni in attesa della risposta, che non viene mai, alla domanda posta dal primo…”
E’ Lupo Belacqua che parla, e il libro che secondo lui conterrebbe tutti i libri del mondo è il Libro di Giobbe, nella Bibbia.
Attenti però…
L’autore mette in evidenza con tanto di virgolette, la “Divina Commedia” e “Topolino”, dunque un richiamo per il lettore, almeno così lo abbiamo interpretato.
Pertanto pensiamo che in questi due “elementi” potrebbe essere criptato il nome di Lupo Belacqua, e di conseguenza il perché lo si sia attribuito al Commissario…
Sarà pure una casualità, ma “Belacqua” lo troviamo realmente nel IV° Canto del Purgatorio della Divina Commedia con i seguenti versi:
“Là ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l'ombra dietro al sasso
come l'uom per negghienza a star si pone.
E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo 'l viso giù tra esse basso.
«O dolce segnor mio», diss'io, «adocchia
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia».
Allor si volse a noi e puose mente,
movendo 'l viso pur su per la coscia,
e disse: «Or va tu sù, che se' valente!».
Conobbi allor chi era, e quella angoscia
che m'avacciava un poco ancor la lena,
non m'impedì l'andare a lui; e poscia
ch'a lui fu' giunto, alzò la testa a pena,
dicendo: «Hai ben veduto come 'l sole
da l'omero sinistro il carro mena?».
Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
di te omai; ma dimmi: perché assiso
quiritto se'? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t'ha' ripriso?».
Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
ché non mi lascerebbe ire a' martìri
l'angel di Dio che siede in su la porta.
Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,
se orazione in prima non m'aita
che surga sù di cuor che in grazia viva;
l'altra che val, che 'n ciel non è udita?».“
I versi di Dante dipingono con straordinaria esattezza la descrizione che Spezi fa del Commissario Belacqua, o meglio di una parte della sua doppia personalità, poiché vi è nel personaggio un volto nascosto, quello stesso volto che alla fine del “romanzo” indurrà il Capo della Mobile di Firenze a propendere per una scelta “estrema”… la corruzione, in mancanza delle prove capaci di dimostrare la verità cui pure era giunto, aiutato dall’ispiratore Klemm e dal suo pur capace intuito investigativo.
L’altra faccia del Commissario sarà forse criptata nel nome, Lupo ?
In effetti l’autore del “romanzo” cita tra virgolette “Topolino”: e chi non ricorda a questo punto lo storico “Pluto”?
E ancora una volta ci ritroviamo sulle tracce di Dante, non più in Purgatorio, ma nel VII° Canto dell’Inferno, quando Pluto cerca di sbarrare la strada al “visitatore” e questi gli risponde:
“Taci, maledetto Lupo!
Consuma dentro te con la tua rabbia.
Non è senza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto là dove Michele
fè la vendetta del superbo strupo”
Che dire, se non applaudire alla genialità del narratore Mario Spezi?
Qualcuno si chiederà il perché nel “romanzo” l’autore appiccica addosso al Commissario Lupo Belacqua un dialetto da romanaccio….
Sorridiamo, mentre la risposta ci viene spontanea:
“Almeno in questo, Mario Spezi, ha usato la fantasia… purchè dialetto sia!”

Descrizione foto:

1. Copertina del libro di Mario Spezi "Un'indagine estrema del commissario Lupo Belacqua"; 

2. La casina delle fate; 

3. La ex fabbrica di palottole e dinamite Nobel;

4. La facciata della gioielleria Gianelli;

5. L'insegna dell'Antica Macelleria Cecchini.
Fonte tratta dal sito .

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