lunedì 30 ottobre 2017

"Il nome della Rosa" e i misteri della Rosa Rossa.



Paolo Franceschetti
Stefania Nicoletti


Sommario.
1. Premessa. 2. Il misterioso libro proibito: la Divina Commedia di Dante. 3. Riflessioni conclusive, e un po’ di coincidenze. 4. Poscritti.



1. Premessa.
Il romanzo di Umberto Eco è un romanzo che contiene molti riferimenti impliciti alla Rosa Rossa e destinato a far capire molte cose di questa organizzazione, se lo si legge attentamente e cogliendone i numerosi riferimenti nascosti.


Lo stesso Eco dice che il suo libro può avere diversi piani di lettura e qualunque lettore capisce che tale romanzo contiene una serie di riferimenti: alcuni espliciti, altri impliciti. Tutta la trama è costruita attraverso una fitta rete di citazioni che rimandano ad altri libri e/o autori. Tanto che qualcuno ha detto che il romanzo di Eco, in realtà, è un libro scritto “con libri e sui libri”.
Sempre Eco, poi, ci dice che “i libri parlano sempre di altri libri”.
Cosa vuol dire Eco con questa frase enigmatica?
Egli vuol dire che la Rosa Rossa nei secoli ha comunicato attraverso i libri (ma oggi anche attraverso film, giornali, ecc...) e, leggendo attentamente alcune opere, esiste una fitta rete di citazioni e rimandi, che comunicano messaggi precisi.

Il significato generale dell’opera mi è sempre apparso abbastanza chiaro: chiunque arriva a scoprire “il nome della Rosa” muore.

Mi ero sempre domandato però a quale libro specifico si riferisse Eco, quando ne “Il nome della rosa” parla di un libro “che uccide e per il quale gli uomini uccidono”.
Esiste, per la Rosa Rossa, un libro importante che uccide e per cui si uccide?
Ad un’analisi attenta la risposta diventa chiara.
Anzitutto il racconto si incentra su di un libro maledetto e una serie di omicidi che avvengono in un convento. Nel romanzo il libro maledetto è il secondo libro della “Poetica” di Aristotele, che tratta della commedia.
A quale libro si riferisce realmente Eco? Quale è questo libro maledetto?
E’ realmente la “Poetica” di Aristotele, o altro?


Paradiso, canto 31: Dante è vicino alla Candida Rosa. Illustrazione di Gustavo Dorè.


2. Il misterioso libro proibito: la Divina Commedia di Dante.

Partiamo dal libro maledetto nel romanzo, e concentriamoci non tanto sul titolo, quanto sull’argomento che tratta: esso è il secondo libro della “Poetica” di Aristotele, dedicato alla “Commedia” e al riso. In realtà il testo è inesistente, in quanto questa parte dell’opera aristotelica è andata perduta.

“Commedia” è il titolo reale della Divina Commedia di Dante. Il termine divina apparve infatti solo successivamente, perché Dante aveva initolato la sua opera semplicemente “Comedìa”, senza il divina.

Perché Eco sceglie proprio l’opera di Aristotele come libro maledetto su cui incentrare tutta la trama del suo romanzo? Perché tra Dante ed Aristotele esiste un rapporto profondo, in quanto egli lo definisce “maestro di coloro che sanno” e la struttura dell’opera dantesca è “tolemaico aristotelica”.

Altro riferimento che ci riconduce a Dante è in uno dei protagonisti del romanzo, ovverosia nella figura dell’assassino; il suo nome è Jorge da Burgos, ed è un frate che spesso, nel suo parlare, utilizza espressioni chiaramente riferentesi a San Bernardo di Chiaravalle.

Qui il riferimento dantesco è duplice.

1) San Bernardo è colui che guida Dante in Paradiso, negli ultimi canti, per arrivare alla Candida Rosa dei Beati. E san Bernardo non è stato certamente scelto a caso; egli era infatti il creatore della regola templare, il che conferma quello che molti studi storici hanno affermato, cioè che Dante era un templare e un rosacroce.

2) Il nome del personaggio richiama esplicitamente Jorge Luis Borges. Costui è uno scrittore e poeta, tanto appassionato di Dante che le sue opere sono state definite “intrise di immanentismo dantesco”. L’autore, tra le altre cose, fa spesso riferimento simbolico alla rosa, e ha dedicato a Dante più di un’opera, in particolare “Nove saggi danteschi”; le sue opere contengono inoltre riferimenti cabalistici e alla cultura ebraica (“Il Golem”, “Una difesa della Cabala”). C’è poi una sua opera, in particolare, che fonde riferimenti danteschi a riferimenti cabalistici (“L’Aleph”; ovverosia la prima lettera dell’alfabeto ebraico). Si pensi che Borges ha addirittura influenzato Alan Moore, dai cui fumetti sono stati tratti i film “V per vendetta” e “From Hell, la vera storia di Jack lo squartatore”, ove i riferimenti alla Rosa Rossa sono assolutamente espliciti.
Inoltre, proprio perché la rosa è uno dei temi ricorrenti nell’opera di Borges, uno dei suoi racconti si intitola “La rosa di Paracelso”, racconto dedicato alla figura del grande alchimista e rosacroce. E una delle sue opere poetiche si intitola “La rosa profonda”.

Nessun personaggio poteva quindi essere più indicato, come assassino e difensore del libro maledetto, di Jorge da Burgos. Il quale ricorda lo scrittore Borges non solo nel nome, ma anche nelle caratteristiche: la cecità, la biblioteca, il labirinto, lo specchio... sono tutti temi presenti nel romanzo di Eco, che alludono allo scrittore argentino, le cui opere hanno proprio questi temi ricorrenti.

Già da queste poche osservazioni ci si può convincere che in realtà il libro misterioso che non deve essere mai aperto è la Divina Commedia.
Ma i riferimenti e il parallelismo tra Il nome della Rosa e la Divina Commedia non sono finiti qui.

Intanto il libro di Eco si presta a 4 livelli diversi di lettura; esattamente come la Divina Commedia di Dante (letterale, allegorico, morale ed anagogico).

Poi, l’ispirazione di base del libro – pare – viene da un libro dal titolo “L’ordalia”, di Italo Alighiero Chiusano. Alighiero, proprio come Dante Alighieri.

Pensiamo ora al titolo stesso. Il nome della Rosa. Tutta la Divina Commedia è, in fondo, il viaggio di Dante per arrivare a vedere Dio e la Candida Rosa dei Beati.

Eco ha, quindi, disseminato la sua opera di indizi che riconducono a Dante Alighieri.

Si può allora concludere che il libro maledetto, il libro che non si può decifrare, il libro “che uccide e per il quale gli uomini uccidono”, altro non è che la Divina Commedia di Dante.

Del resto, che i riferimenti danteschi compaiano in molti dei delitti che hanno insaguinato l’Italia, lo diciamo da tempo; dal delitto Moro, al delitto di Cogne, ai delitti del Mostro di Firenze, la maggior parte dei delitti della Rosa Rossa sono intrisi di simbologia dantesca (v. al riguardo il video “Delitti mediatici e disinformazione”, oppure gli articoli relativi alla Rosa Rossa).
Soprattutto, la maggior parte degli omicidi dei testimoni o dei personaggi scomodi avvengono tramite la cosiddetta legge del contrappasso dantesco, come abbiamo detto fin dal primo articolo sull’omicidio massonico: la persona muore con una pena adeguata al peccato commesso. Ad es. i testimoni di Ustica, che muoiono in un incidente aereo; Fabio Piselli, che doveva testimoniare sul rogo del Moby Prince e per poco non muore nell’auto in fiamme; Elisabetta Ciabiani, che doveva testimoniare riguardo ai delitti del Mostro di Firenze e si “suicida” con un coltellata sul pube; Luciano Petrini che doveva fare una perizia sulla morte del collonnello Ferraro (suicidatosi impiccandosi al portascuigamani del bagno) e morto a colpi di portasciugamani; oppure penso alla recente morte di un carabiniere di Viterbo, che si è suicidato sparandosi proprio nel quartiere Santa Barbara (la protettrice dei militari).
In particolare, quando deve essere eliminata una persona scomoda, l’uccisione avviene spesso per mezzo di un finto suicidio (generalmente per impiccagione, oppure la persona si spara).
Il suicidio è la morte dei traditori (si suicida infatti Giuda, dopo aver tradito Cristo; e si suicida il personaggio dantesco Pier della Vigna, perché non reggeva la vergogna delle accuse di tradimento a Federico II).

Il messaggio finale del libro è quindi chiaro. Chiunque si avvicini a capire il nome della Rosa, e riesca a capire i segreti della Divina Commedia (collegandola ai delitti dei giorni nostri), farà una brutta fine.


3. Riflessioni conclusive, e un po’ di coincidenze.
Resta da vedere se arriveranno i soliti geni a dire che questi riferimenti danteschi sono casuali.
Se infatti questa solfa della “coincidenza” ci viene propinata ad ogni piè sospinto per i riferimenti simbolici nelle canzoni di Rino Gaetano, per i film di Benigni, ecc., è però impossibile pensare ad una coincidenza per un romanzo scritto da una persona colta come Umberto Eco, che è senz’altro una delle persone più colte e sottili che abbiamo in Europa, il quale ha volutamente, e per sua stessa ammissione, disseminato il romanzo di allusioni e citazioni. Peraltro stiamo parlando di un personaggio che conosce benissimo i Rosacroce, Dante, i Templari, il simbolismo, e tutto ciò di cui noi parliamo in questo blog.
Parlare di una coincidenza sarebbe veramente una follia, oltre che offensivo nei confronti di Umberto Eco!

A questo punto, appare chiaro il significato della frase conclusiva al libro di Eco. Queste sono le sue parole:

Pare che il gruppo dell’Oulipo abbia recentemente costruito una matrice di tutte le possibili situazioni poliziesche e abbia trovato che rimane da scrivere un libro in cui l’assassino sia il lettore. Morale: esistono idee ossessive, non sono mai personali, i libri si parlano tra loro, e una vera indagine poliziesca deve provare che i colpevoli siamo noi.

Cosa vuole dire Eco con queste frasi?

Dicendo “i libri si parlano tra di loro”, allude anche al fatto che alcune organizzazioni – in particolare la Rosa Rossa – parlano tra di loro tramite i libri.
Il concetto lo ripete molto meglio in un’altra parte del libro (pag. 288 dell’edizione Bompiani del 2007).

Scrive Eco, facendo parlare Guglielmo da Baskerville: “Spesso i libri parlano di altri libri”.
“Ma allora – chiede Adso – a cosa serve nascondere i libri se dai libri palesi si può risalire a quelli occulti?”
Sull’arco dei secoli non serve a nulla. Sull’arco degli anni serve a qualcosa. Vedi infatti come noi ci troviamo smarriti”.
“E quindi una biblioteca non è uno strumento per distribuire la verità, ma per ritardarne l’apparizione?”.
“Non sempre e non necessariamente. In questo caso lo è”.

Qui Eco sta dicendo che la verità sulla Rosa Rossa e i Rosacroce prima o poi verrà fuori, come in effetti sta succedendo. Quindi, in teoria, non serve a molto nasconderla per mezzo di simboli, nei libri, nell'arte, ecc.
Ma nell’immediato serve a qualcosa (infatti, pochi hanno capito il filo rosso che unisce molti delitti, i quali rimangono sempre irrisolti; vai infatti a convincere un magistrato ad aprire come omicidio un caso di suicidio in ginocchio, oppure uno dei tanti casi di omicidio-suicidio che infestano il nostro paese facendogli notare i riferimenti simbolici che riconducono alla RR... un’impresa impossibile!).

Rimane solo da scrivere un romanzo in cui l’assassino sia il lettore, dice poi Eco.
C’è da notare che egli lascia fuori un’altra possibilità: un libro in cui l’assassino sia lo scrittore. La lascia fuori probabilmente perché questo tipo di romanzi è già stato scritto. Infatti molti autori appartenenti alla Rosa Rossa hanno pubblicato libri su delitti commessi da... loro stessi (o addirittura hanno fatto dei film, su delitti commessi da loro stessi).
Ora, ci dice Eco, una vera indagine poliziesca dovrebbe provare che i colpevoli siamo noi, cioè noi scrittori.
Ma, lascia intuire, le indagini poliziesche (perlomeno quelle sui delitti più efferati) non sono mai vere, e la prova non verrà mai raggiunta.
Oggi, la maggioranza degli investigatori e della gente è propensa a pensare che le nostre idee siano fantasiose. Che la Rosa Rossa non esista.

Come disse Amedeo Longobardi al convegno su Rino Gaetano? Testualmente: “Avendo lavorato al delitto di Erba, non ha trovato indizi che riconducano quel delitto alla Rosa Rossa”. Nessun indizio, nessuna prova. Infatti, a parte il nome dell’assassina (che unita al cognome forma la doppia, RR, marchio della Rosa Rossa), il nome della città (Erba), il nome della città confinante (Albavilla), il nome delle vittime, la data, la dinamica… a parte tutto questo, non c’è nulla che riconduca alla Rosa Rossa.

Lo stesso Umberto Eco, nella prefazione al libro “Storia dei Rosacroce” di Paul Arnaud, scrive che i Rosacroce non si sa se siano davvero esistiti.

Già. Le principali città italiane, Firenze, Napoli, Milano, Torino, Roma, e anche Viterbo, hanno una pianta completamente incentrata sul simbolismo dei Rosacroce; romanzi, opere d’arte, quadri, sono intrisi di simbologia rosacrociana; esistono migliaia di titoli di libri che riguardano i Rosacroce; centinaia di opere sono scritte da autori che si definiscono “rosacroce” e in molti casi sono stati pubblicati i testi con i loro riti. La maggior parte dei delitti segue una simbologia rosacrociana e dantesca, e tali delitti ricalcano esattamente quello che è scritto nei libri.
Ma la maggior parte degli autori nega ancora che esistano.
Compreso, ovviamente, Umberto Eco che, solo casualmente, ha intitolato il suo libro “Il nome della Rosa”.

E probabilmente per caso ha iniziato il prologo del suo libro con “In principio era il verbo e il verbo era Dio, e il verbo era presso Dio”, che è il primo verso del Vangelo secondo Giovanni (il santo patrono della Rosa Rossa).

Sempre per caso il primo capitolo inizia con “era una bella mattina di fine novembre”; Eco ha dichiarato (http://www.kataweb.it/multimedia/media/333828) che questo incipit è un riferimento al famoso “era una notte buia e tempestosa”, con cui inizia (a parte il romanzo scritto da Snoopy) un racconto di Edward Bulwer Lytton, autore di “Zanoni”, l’unico romanzo in tutta la letteratura mondiale che è dichiaramente rosacrociano e che tratta di Rosacroce. Un romanzo scritto da un rosacroce che - pare - è stato il vero fondatore della Golden Dawn (da cui la Rosa Rossa discende).

E, sempre per puro caso, esiste un sito (www.rosarossa.it, registrato a nome di Margherita Marcheselli, coordinatrice della rivista online Golem l’indispensabile: rivista diretta, tra gli altri, da Umberto Eco) come quello della figura in alto, all’inizio dell’articolo, in cui compare solo un breve testo, senza senso apparente, con l’immagine di una rosa rossa, che comincia così:

Qui si parla di qualcosa che forse non esiste,
ma forse sì.












4. Poscritti.

PS.
Alcuni versi dell’opera “Il Golem”, di Jorge L. Borges:

Se è vero (come nel Cratilo è detto) / che larchetipo della cosa è il nome, / nella parola rosa è già la rosa / e il Nilo nelle lettere di Nilo

Tra l’altro, come abbiamo detto, Golem è il titolo della rivista online (del gruppo Motta) diretta da Umberto Eco, Gherardo Colombo, Renato Mannheimer, e altri. E il coordinatore della rivista è Margherita Marcheselli, creatrice del sito rosarossa.it.

Bene... questa frase (soprattutto “l’archetipo della cosa è il nome, nella parola rosa è già la rosa”) non ricorda il titolo del libro di Eco, Il Nome della Rosa?
E non solo il titolo, ma anche la famosa frase finale: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”; la rosa esiste in quanto nome, possediamo solo nudi nomi.


PS2.
Leggiamo attentamente poi i primi passi de “Il nome della rosa”. Anche qui l’autore ci sta dicendo delle cose molto importanti.

“In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l'unico immodificabile evento di cui si possa asserire l'incontrovertibile verità. Ma videmus nunc per speculum et in aenigmate e la verità, prima che faccia a faccia, si manifesta a tratti (ahi, quanto illeggibili) nell'errore del mondo, così che dobbiamo compitarne i fedeli segnacoli, anche là dove ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del tutto intesa al male.

Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell'attesa di perdermi nell'abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche, trattenuto ormai col mio corpo greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l'Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione.”

Insomma, Eco ci dice chiaramente che vuole lasciare “segni di segni”, “perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione”, ovverosia ci dice che vuole lasciare dei segni, affinché siano decifrati da altri.

Non sappiamo se li abbiamo decifrati correttamente.

Si tratta di cose che, purtroppo, più si approfondiscono, e più si vorrebbe avere torto. E aver decifrato il libro di Eco (grazie all’intuizione di Stefania) mi dona un profondo senso di sconforto.
Fonte tratta dal sito .

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